Selby disse: «Le forme di vita parassitane sono piuttosto comuni. Ne conosciamo migliaia, sia piante che animali. Se fosse un’intelligenza parassita? Sulla Terra non esiste, ma potrebbe esistere altrove. Una spora d’intelligenza. In attesa di venire assorbita, e di puntare sul cervello, come il distoma epatico punta sul fegato della pecora.»
«Ma può esistere l’intelligenza pura?» chiese Douglas. «L’intelligenza non è un prodotto del cervello?»
«Sì, secondo quanto ne sappiamo attualmente,» disse Selby. «Ma il fatto è che le nostre conoscenze attuali non sono sufficienti a spiegare ciò che sta accadendo. Se i fatti non collimano, occorre un’ipotesi nuova. E non possiamo più spiegare tutto illudendoci che quegli individui siano impazziti. Dobbiamo renderci conto che sono un gruppo, operano per un fine di gruppo, e lavorano in un’armonia superiore a quella che può conseguire un gruppo di esseri umani. Questo presuppone qualcosa dietro di loro, o dentro di loro: qualcosa che è nel contempo intelligente e alieno.»
«E che è uscito da una palla da tennis azzurra?» domandò George.
Il tono era sarcastico, ma lui era irrequieto, notò Jane. Da parte sua, non sapeva se prendere o no sul serio ciò che diceva Selby. Non le pareva che avesse molta importanza. Nessuna spiegazione poteva aiutare Diana. Nella sofferenza del ricordo, si disse che era vero ciò che aveva detto a Selby: Diana era fuggita, si era avventurata tra la neve, e s’era nascosta da qualche parte, infreddolita e spaventata ma illesa. Almeno, era uscita con indosso un cappotto pesante.
Selby disse: «Il colore non ha importanza, direi, anche se l’azzurro è un effetto comune dell’azione di certe forme d’energia nell’atmosfera. Steve ha detto che splendeva dall’interno. Anche questo fa pensare all’energia. Non sappiamo di che genere. In quanto alla palla… una sfera è la forma tridimensionale più economica che esista.»
Douglas chiese: «Come pensa che sia arrivata qui?»
«Secondo un certo Arrhenius, la vita sarebbe venuta sulla Terra da un altro pianeta. Sotto forma di spore sospinte da raggi di luce.»
«I raggi di luce possono trasportare qualcosa?» chiese Douglas.
«Sì. È un effetto minimo, ma esiste. E la sfera non doveva avere una gran massa, se non m’inganno. Doveva essere, più o meno, energia pura.»
Douglas fece: «Quelle cose fluttuano nello spazio, scendono nell’atmosfera, e si posano, in attesa che qualcuno le raccolga… È questo che intende dire? Ebbene, dovrebbe essere già accaduto altre volte, no? Ma lei ha detto che non ci sono precedenti.»
«Stiamo parlando di tempi astronomici,» disse Selby. «E di distanze astronomiche. Occorrono oltre quattro anni, alla luce, per arrivare fin qui dalla stella più vicina, ed essere sospinti dalla luce non significa viaggiare alla sua velocità. La nostra galassia ha un diametro di centomila anni-luce. Può darsi che quella sfera viaggiasse già ai tempi in cui la Terra uscì dal sole.» E alzò le spalle. «Può anche darsi che non sia accaduto così. Ho solo indicato una possibilità.»
George disse: «Sembra molto interessante.» Il suo tono era pesantemente sarcastico. «Ma non mi pare che serva a molto.»
«Forse no,» rispose Selby. «Però, secondo me, Conosci il Tuo Nemico è un precetto molto simile a Conosci Te Stesso. Se quella è un’intelligenza aliena, c’è una cosa che deve sapere: che tra lei e noi non può esistere tolleranza. Noi dobbiamo annientarla, se non vogliamo esserne assimilati. Sa che noi, qui in casa, siamo sull’avviso, e sa di avere a disposizione solo un tempo limitato, prima che noi siamo in grado di dare l’allarme agli altri. L’elicottero, stamattina, deve averla spaventata. Ed è per questo, suppongo, che i tempi degli attacchi si sono fatti più serrati. Deve averci in suo potere, prima che arrivi qualcuno dal mondo esterno.»
Elizabeth disse: «Se questo è vero, allora Andy…»
«Allora che cosa?»
«Be’, il coma… e poi si è precipitato fuori dallo chalet. Se era stato catturato, perché non è salito subito da sua madre? Lei non avrebbe intuito la verità.»
«Forse il primo contatto è stato più difficile degli altri. Probabilmente c’è stata una confusione iniziale. La prima caratteristica di ogni intelligenza è la capacità di apprendere. Dobbiamo ammettere, credo, che questa ha imparato parecchio, negli ultimi giorni.»
George disse: «Secondo me, è ancora chiaro che non dobbiamo correre rischi. Se restiamo barricati in casa, non ci succederà niente. E quando la nebbia sparirà…» Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. «Non sembra più tanto fitta.»
Jane lo seguì. Si sforzò di vedere attraverso i veli della nebbia. Diana era là fuori: quel pensiero la fece soffrire, come nessun pensiero l’aveva fatta più soffrire da tanti anni. Selby disse: «E dobbiamo aspettarci guai. Dobbiamo renderci conto anche di questo.»
Mandy non aveva ascoltato con molta attenzione ciò che aveva detto Selby. Sembravano cose acute e impressionanti, forse anche importantissime, ma ciò che contava soprattutto era che il tepore stava svanendo, e con quella consapevolezza venne l’inizio della necessità. Come un innamorato pensa al viso e al sorriso dell’amata, lei vedeva mentalmente lo scaffale e la bottiglia. Ricordava che era già semivuota, sebbene l’avesse riempita di nuovo solo quella mattina. Forse lei beveva troppo? Ma non era affatto sbronza, e il tepore svaniva e, dopotutto, quelle erano circostanze speciali: gli altri lo sapevano.
Tuttavia, non era paura ciò che provava: era solitudine. Sebbene gli altri fossero a pochi passi da lei, lì seduta su una sedia con un piede proteso, le parevano molto lontani. Le loro voci venivano da una grande distanza… anche quella di George. A un certo punto si accorse che lui era indignato con Selby, ma quella collera era lontana, come il tuono sulle colline, d’estate, quando i cugini venivano a casa… Caesar aveva paura del tuono, e scappava sempre a nascondersi sotto la scala, e Hilda rideva, e anche lei e Clyde lo prendevano in giro, fino a quando una volta arrivò Cooper e disse che era una cattiveria, e fece loro vedere le cose da un altro punto di vista: il povero cane che tremava di paura per qualcosa che non capiva, e vedeva che a ridere di lui c’erano coloro che avrebbero dovuto volergli bene. E lei aveva capito che, sebbene Cooper parlasse a tutti, si rivolgeva soprattutto a lei… era lei che lo deludeva. Allora si era buttata in quel buio tiepido, aveva abbracciato il cane che tremava, gli aveva nascosto la faccia contro il collo, perché nessuno la vedesse piangere.
Si voltò, quando vi fu una pausa della conversazione, per sgattaiolare via. George le chiese:
«Dove vai, Mandy?»
«Solo in cucina.»
«Va bene. Ma lascia la porta aperta, e appena vedi qualcosa di sospetta, grida.»
Lei annuì ed uscì. Ma George la seguì e la raggiunse nel corridoio. Le chiese:
«Ti senti bene, tesoro?»
Le posò la mano sul braccio, ma lei non sentì che la toccava.
«Sì,» rispose. «Mi sento bene, George.»
«Ricordati. Non scendere in cantina da sola.» E aggrottò la fronte. «Dovremo chiudere la porta della scala, e mettere il catenaccio.»
La porta in cima alla scala della cantina, di solito, era fissata contro il muro. George la chiuse e mise il catenaccio. La parte esterna, che adesso era allo scoperto, aveva uno strato di polvere. Marie era terribilmente trascurata, se non le si stava dietro…
Disse: «Vado a prendere un piumino.»
I piumini erano nel cassetto di destra del tavolo di cucina. Mandy andò là, ne prese uno. Quando si rialzò e si voltò, vide lo scaffale, che assunse all’improvviso una realtà sconvolgente: lo scaffale, con una scheggiatura che mostrava la vecchia vernice verdescura sotto la nuova tinteggiatura, la forma tozza del barattolo dello zucchero con il baccello di vaniglia, nero su bianco. Lucide superfici nitide in un mondo cupo e nebbioso. La bottiglia era parzialmente nascosta dal barattolo: non si era preoccupata di spingerla in fondo. E la scaletta era lì, dove l’aveva lasciata. Salì, e prese la bottiglia, se ne versò un bicchierino, poi una dose più abbondante.
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