«Vieni, Mandy,» disse la voce. «Con noi sarai felice.»
Quella volta che erano andati in bicicletta a fare un picnic, e il piccolo Charlie s’era perso. Lo avevano cercato, con ansia crescente, per un tempo che a loro era sembrato interminabile. Ansia e paura… un mese prima era stato assassinato un bambino, e gli adulti ne parlavano obliquamente, ma in toni d’orrore, i bambini con sgomento ed eccitazione. Dietro ogni cespuglio c’era un cadavere o un assassino. E alla fine l’avevano trovato addormentato tra l’erba in riva al fiume, come Portly ne Il vento tra i salici. L’avevano rimbrottato e avevano riso di lui fino a quando si era messo a piangere, e allora le bambine l’avevano coccolato e Catharine gli aveva fatto una ghirlanda di margherite. La paura e lo smarrimento potevano finire nella felicità… almeno, lo potevano allora.
«Vieni con noi, Mandy,» diceva la voce. «Vogliamo che tu venga con noi.»
Lei avrebbe voluto chiedere a Charlie se aveva udito la musica, il Pifferaio alle Porte dell’Aurora? Perché quello era il suo libro preferito, e quella era la parte più bella. A un certo momento l’aveva preso in disparte, ma naturalmente la domanda le era sembrata sciocca, all’ultimo momento, e lei non aveva saputo formularla. E se gliel’avesse rivolta adesso, alla faccia dalle guance cascanti e dagli occhiali da dirigente e dai capelli che cominciavano a diventare radi… che risposta le avrebbe dato? Mandy scosse il capo. Sarebbe rimasto sbalordito e l’avrebbe giudicata pazza: quelle sarebbero state le sole reazioni possibili. Sarebbe stato troppo orribile, se Charlie avesse risposto di sì.
«Vieni, Mandy. Tu credi che qui fuori sia freddo, ma non è vero.»
Lei disse, involontariamente: «Non è il freddo che mi preoccupa: è sentirmi sola.»
«Ma non c’è più solitudine, per noi. Siamo tutti insieme. Vieni con noi, Mandy. Non sarai più sola, quando sarai con noi.»
Mandy sentì dei passi nel corridoio, e dopo qualche istante entrò George, seguito da Elizabeth e da Jane. Lui disse:
«Mi è sembrato di sentire qualcosa.»
Mandy sorrise. «Ero io. Parlavo da sola.»
«Volevano darti una mano,» disse George.
Lei scosse il capo. «Non occorre. Me la cavo benissimo.»
«Senta,» disse Elizabeth, «è ridicolo che debba addossarsi lei tutto il lavoro. Siamo nella stessa barca.»
«Ma non ne ho bisogno, davvero.»
«Non importa: vogliamo aiutarla.»
Lei guardò George con aria supplichevole: doveva capire che voleva restare sola, doveva convincere le altre ad andare via. Ma il suo appello venne ignorato. Lui disse:
«Allora vi lascio tutte al lavoro. E un altro po’ di tè non andrebbe male.»
Elizabeth annuì. «Lo prepareremo.»
Rimasta con le due donne, Mandy si sentì a disagio. Non solo per la loro presenza, anche se era irritante averle vicine, intente a fare cose che poteva fare da sola, e soprattutto a parlare. Le loro parole non significavano nulla, non comunicavano nulla. Ma c’era qualcosa d’altro che l’infastidiva, e che in un primo momento non aveva afferrato. La voce. Se la voce fosse tornata a farsi sentire, le due donne l’avrebbero riferito agli altri: e anche se non l’avessero fatto, l’avrebbero sentita, e lei non voleva spartirla con nessuno. La voce aveva parlato a lei, non alle altre.
«Sinceramente,» disse, «non ho bisogno d’aiuto. Me la cavo meglio da sola.»
«Sa cosa deve fare?» disse Elizabeth. «Vada a riposarsi, e lasci fare a noi.»
«No, non sono stanca.»
«Per la verità, lo facciamo per egoismo,» disse Elizabeth. «Abbiamo bisogno di qualcosa da fare, no, Jane?»
Jane disse: «Sì. Aiuta a non pensare.»
Parlava con voce sommessa: era ancora preoccupata per la sorella. Mandy avrebbe voluto dirle: non c’è di che preoccuparsi, tutto andrà per il meglio. Ma sapeva che sarebbe stato inutile dirlo, completamente inutile.
«La nebbia ha ricominciato a diradarsi,» disse Elizabeth. «Forse stavolta si alzerà definitivamente.» Le altre non dissero nulla, e lei proseguì: «Domani saremo liberi, se non stanotte.»
Liberi, pensò Mandy… cosa significava essere liberi? Un bambino non è libero, perché vive nel mondo degli adulti: le vacanze finiscono sempre quando inizia la scuola. E l’adulto? Ci si metteva in gabbia, alla prima scelta, e poi in un’altra gabbia dentro alla prima, e poi una terza dentro alla seconda. Come scatole cinesi, e ogni porta scattava quando si entrava… sia che si entrasse con gli occhi sereni, lietamente, oppure con riluttanza, brancolando, la serratura era infrangibile, la via del ritorno era sbarrata. E poiché le gabbie erano una dentro l’altra, ciascuna era più angusta, fino a quando, presumibilmente, nell’ultima era impossibile tendere le braccia, e persino respirare.
Con voce tranquilla, Elizabeth disse:
«Di solito non lo faccio, ma credo che quando ne verremo fuori mi prenderò una sbronza. Di champagne. Non mi sono più sbronzata di champagne da quando ho fatto la damigella d’onore alle nozze di mia sorella.»
Dall’esterno non era più giunto alcun suono, e Mandy si rese conto all’improvviso che non ne sarebbero venuti altri, finché quelle due erano lì. Si sentì nello stesso tempo lieta e impaziente. Non erano andati via. Erano là fuori, ad aspettare che lei rimanesse di nuovo sola.
Il tè era pronto e per il momento non c’era altro da fare. Mandy andò con le altre in salotto e rimase, a bere il tè e ad ascoltarli parlare. La nebbia si stava veramente alzando. Si vedeva ormai a una discreta distanza, e una volta Elizabeth disse di avere scorto, per un momento, l’oro pallido del sole. Questo li rese tutti ottimisti e allegri, persino Jane. Pensava ancora, probabilmente, che Diana sarebbe tornata. Ma perché doveva tornare? pensò Mandy. Tornare perché?
Si mosse per sgattaiolare via, e George disse:
«Cosa c’è, Mandy?»
«Niente. Ho ricordato di aver qualcosa da fare in cucina. Non mi ci vorrà molto.»
«Posso aiutarla io,» disse Elizabeth.
«No, è roba da poco.»
Osservandola, George disse: «Bene, tesoro. Grida se hai bisogno di noi.»
Mandy sorrise e annuì. Lui pensava che volesse andare a bere, e la proteggeva. Era un uomo buono. Era stata fortunata ad avere George. Andò in cucina e si accostò alla finestra. Vedeva la bottiglia sulla tavola, ma non era importante. Disse, sottovoce:
«Sono qui.»
Dapprima non ci fu risposta, e lei pensò che fossero andati via. Poi la voce di Ruth disse:
«Vieni fuori, Mandy. Vieni con noi. Allora non sarai più sola.»
«E si dimentica? Si dimentica davvero?»
«Sì. Tutto quello che bisogna dimenticare.»
Mandy rimase ancora un momento. Esitava ancora, ma si rendeva conto che non c’era motivo di indugiare. George poteva arrivare da un momento all’altro.
Andò in corridoio, e si fermò. Per arrivare alla porta principale doveva passare davanti all’uscio aperto del salotto. L’avrebbero sentita, forse addirittura vista. Andò invece alla porta della scala che conduceva in cantina, attenta a non far rumore, tolse il catenaccio. Scese in silenzio, in silenzio percorse il corridoio che conduceva alla porta esterna.
Non era facile tirare il catenaccio, ma lei ci riuscì. Andò fuori, e vide che era vero: la nebbia si diradava, diventava una foschia luminosa. Si soffermò, chiedendosi da che parte doveva andare. La voce, prima, proveniva dall’altra parte della casa, ma lei non voleva andare là, dove c’era buio. Voleva andare verso la luce. E poi non aveva importanza. Loro l’avrebbero trovata.
Scese il pendio innevato. Poi ricordò che l’avrebbero vista, se avessero guardato dalla finestra del salotto, ma neppure quello aveva importanza. Forse l’avrebbero chiamata, ma lei sapeva che non sarebbe tornata indietro.
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