«Non provartici. Questa è la bellezza della vita: che ognuno agisca in conformità con la propria natura e i propri interessi.»
«Chi l’ha detto, Shakespeare?»
«No, anche se avrebbe potuto dirlo. Un mio ex collega usò questa citazione per concludere un libro molto sensato scritto da lui, ma ho dimenticato dove l’aveva presa.»
Vi fu una pausa, mentre Diana rifletteva.
«Sì. Mi pare sensato. Ma non sempre uno sa quale deve essere la sua natura. O il suo interesse.» Gli lanciò una rapida occhiata. «La gente ha sempre qualche momento di follia.»
Probabilmente alludeva all’altra notte, al bacio interrotto. Interrotto, ricordò Selby con un lieve brivido interiore di disgusto, per lui, non per lei. Dopo non ne avevano più parlato. Si chiese se doveva parlarle della faccia che aveva scorto, lì in pieno giorno, mentre la nebbia si diradava attorno a loro, ma decise di non farne nulla. Non voleva collegare i baci a cose tanto spiacevoli.
«I momenti di follia non sono niente di male,» disse. «Purché al tempo e nel luogo opportuno.»
Diana fece un movimento inquieto e le loro braccia si toccarono. Poi si raddrizzò, con le mani inguantate strette sulla ringhiera.
«Eccoci bloccati qui. Ci vorrà molto prima che possiamo andarcene, secondo te?»
«Probabilmente domani.»
«Ne sei convinto?»
«Sarai di nuovo alla tua macchina da scrivere tra meno di quarantott’ore.»
«No, non è a questo che penso.»
«Allora guarda più avanti. Le passeggiate nel parco, a contare i fiori di croco. E poi, solo pochi mesi prima che tu cominci a fare la coda per i concerti. Dopotutto…»
«Guarda!»
Diana stava fissando la nebbia. Selby guardò nella stessa direzione, ma non vide nulla.
«Che cos’era?»
«Mi è parso di vedere qualcosa muoversi. Sembrava…»
«Cosa sembrava?»
«Andy.»
«Può darsi.» Selby ascoltò. «Niente voci. Per il momento stanno zitti. Forse, però, si aggirarono qui intorno. Lui cosa faceva?»
«Mi pare che non facesse niente. Era là, fermo.»
«Nessun altro?»
«Non ho visto nessuno.» Diana rabbrividì. «Ho avuto un incubo, stanotte, su tutto questo.»
«È una situazione da incubi, infatti. Ma è quasi finita.»
«Ero a casa,» disse lei. «Di notte, sola nell’appartamento. Sylvia era fuori, e io stavo rammendando qualcosa. Poi si è aperta la porta ed è entrata Ruth Deeping. In un primo momento non mi sono spaventata, perché ricordavo solo la prima parte della vacanza, e ho pensato che avesse trovato il mio indirizzo e fosse venuta a farmi visita. Non mi sono spaventata neanche quando è entrato Leonard. Li ho invitati a sedere e ho detto che avrei preparato il tè. Ma quando sono andata in cucina, c’era il bambino, Andy, morto, disteso sul tavolo, con le casse intorno. E allora ho ricordato, e avrei voluto scappare via, ma per scappare dovevo passare dalla stanza dove c’erano gli altri due…» Rise, brevemente. «Come sono sciocche, queste cose, quando ci si ripensa il giorno dopo.»
«Sì.»
Selby rispose distrattamente. Laggiù, al limite della visibilità… c’era qualcosa, o era soltanto la sua immaginazione, attivata da ciò che Diana aveva visto o creduto di vedere? Le spirali di nebbia vennero più vicine, e qualunque cosa ci l’osse, là, scomparve. Comunque, cosa importava se anche li avesse visti? Non c’era nulla da fare, e da lontano non costituivano un pericolo.
«Avevo spesso gli incubi,» disse Diana, «quand’ero bambina. O meglio, era sempre lo stesso. Un vecchio, e io non potevo gridare, cercavo di scappare ma i miei piedi non si muovevano. È un incubo comune a molta gente, no?»
Selby annuì. «Dov’era, il tuo vecchio?»
«In un giardino. Con il muro intorno.»
«Il mio era in un bosco. Penso che fosse anche peggio, quando ti raggiungeva. Invecchiato di vent’anni.»
«Perché la gente ha questi incubi?»
«Per paura, credo. E per suggestione. E i genitori che mettono in guardia i bambini contro pericoli che non capiscono.» Selby la guardò. «Hai freddo? Vuoi rientrare?»
Diana scosse il capo. «No. Preferisco star fuori.» Gli posò la mano sul braccio. «Presto sarà finita, no?»
«Molto presto.» Diana era ancora poco più di una bambina indifesa. Provò per lei un impulso protettivo, immune dal desiderio. «Entro sera, la nebbia dovrebbe sparire. Probabilmente ci manderanno subito l’elicottero. Molto probabilmente stanotte saremo a Nidenhaut, a ballare da Putzi.»
«Sarebbe divertente.»
Diana gli teneva ancora la mano sul braccio; Selby la batté delicatamente con la sua. All’improvviso la nebbia arrivò a fredde folate, smentendo beffardamente le sue parole. La mano di Diana si mosse, strinse la sua. In un attimo, la nebbia li circondò, una nube che impediva di vedere a un passo di distanza: e la ragazza sembrava un fantasma, benché si tenessero per mano.
Lui disse: «Credo che faremmo meglio a rientrare.»
Diana non rispose, si mosse bruscamente verso di lui. Il viso uscì dal grigiore: non provocante, spaventato. Selby la baciò, e la sentì rabbrividire sotto il pesante cappotto. Lei disse, sottovoce:
«Ho paura.»
«Non devi averne.» La baciò di nuovo, dolcemente. «È solo una nube. Guarda, si sta già diradando.»
Si diradò molto rapidamente, e il grigiore plumbeo ridiventò perlaceo. La visibilità era la stessa di prima, forse maggiore. Selby la lasciò, le tenne solo una mano sulla spalla, per farla girare verso la neve. E il bambino che stava là, immobile, a guardarli.
«Andy!»
Fu un’esclamazione d’orrore. Ma non c’era niente di orribile in lui, pensò Selby. Sembrava infreddolito, e la faccia e le mani nude erano bluastre. Come Kay, nel palazzo della Regina delle Nevi. E anche lì c’era qualcosa che si poteva toccare… un frammento di ghiaccio nel cuore, che si poteva sciogliere, un lieto fine come in tutte le fiabe migliori? Andy era a una dozzina di metri dalla terrazza. Selby si sporse e lo chiamò, senza alzare la voce:
«Andy, vieni su, da bravo.»
Esitante, quasi riluttante, il bambino avanzò di un passo. I suoi occhi rimasero fissi su Selby. Diana mormorò, sottovoce:
«Credi che…»
«Zitta,» le disse. «Non spaventarlo.» E parlò di nuovo al bambino: «Vieni a parlare con noi, Andy. Non ti faremo niente.»
Il bambino non si mosse. Selby continuò a parlargli, sottovoce, dicendogli di avvicinarsi alla casa, e lui restò lì, a guardare: sembrava stesse in ascolto. Selby si sentì più sicuro. Forse non erano uniti come era parso… un errore d’osservazione. O forse, incredibilmente, era una specie di malattia che aveva fatto il suo corso nel bambino, e adesso stava passando. Fosse vero o no, se lui fosse riuscito a catturare il bambino, a esaminarlo… Aveva detto che voleva un esemplare. E uno stava là, solo, quasi a portata di mano.
Mormorò a Diana: «Tu non ti muovere. Cercherò di prenderlo.»
«Non è pericoloso?»
Selby non le rispose, ma si avviò verso i gradini che, in fondo alla terrazza, portavano a terra. Camminava lentamente, con la mano guidata dalla balaustrata, l’attenzione concentrata sul bambino. Di tanto in tanto lo chiamava sottovoce. Aveva paura che da un momento all’altro si spaventasse e fuggisse: invece era ancora là. Selby arrivò alla scala e scese, guardingo.
Avanzò sulla neve smossa, con crescente sicurezza. Il bambino non accennò a venirgli incontro, ma neppure indietreggiò. Sei metri. Gli disse: «Hai tutta l’aria di aver bisogno di un buon pasto caldo, Andy, ragazzo mio.» Cinque metri. «E di scaldarti un po’ al fuoco.» Tre metri. «Non credo che…»
La testa del bambino si mosse leggermente: non stava guardando Selby, ma qualcosa dietro di lui. Selby si girò lentamente, preoccupato, anche in quell’apprensione momentanea, di non spaventare Andy. Prima vide Diana. Lei l’aveva seguito giù per i gradini e adesso era ai piedi della scala, presumibilmente con l’intenzione di aiutarlo, ma lui imprecò sottovoce contro quella stupidità. Poi vide le figure che svoltavano l’angolo della casa, alle spalle di lei, e le gridò, dimentico di tutto, preso solo dalla necessità di avvertirla:
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