John Christopher - I possessori

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I possessori: краткое содержание, описание и аннотация

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Sfuggiti a una catastrofe cosmica i Possessori vagavano negli spazi siderali. Le spore erano state lanciate in tempo con la speranza che potessero ricreare su qualche pianeta remoto quelle creature quasi onnipotenti del cui seme erano portatrici. Le spore viaggiano.. e periscono.. nel gelo incommensurabile dei giganteschi pianeti esterni… ma alcune sopravvivono. Riposano tra i ghiacciai in attesa della vita. E sulla Terra, in Svizzera, uno strano contagio minaccia l’uomo. Pazzia, redivivi, strane cose succedono. Questa strana “presenza” deve essere distrutta!

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«Diana! Torna indietro! Subito!»

La vide girare, mentre cominciava a correre verso di lei. Diana urlò, e poi le furono addosso. Deeping e Peter la sollevarono mentre si dibatteva invano, e la portarono via, attraverso il varco fra lo chalet e i capanni. Selby li rincorse, scivolando sulla neve gelata. Era convinto che la distanza tra loro si stesse riducendo, ma le figure diventavano più indistinte. La nebbia tornava ad addensarsi, il cielo si oscurava. Quelli girarono intorno all’angolo dello chalet, e Selby cercò di correre più forte. Svoltò, e una figura uscì dalla nebbia e lo urtò con violenza, facendolo cadere sulla neve.

C’era una sola figura che stava scomparendo, quando si rimise in piedi. La inseguì, ma la caduta l’aveva lasciato senza fiato, e una fitta dolorosa gli trafiggeva il fianco. Era da molto tempo che non correva più. Giunse all’altro angolo, e dovette appoggiarsi al muro. Non c’era niente e nessuno da vedere… solo la nebbia. Dopo un momento, si raddrizzò e proseguì, zoppicando. Udì delle voci, e riconobbe quella di George. Si rese conto di colpo del pericolo che correva, lui o chiunque altro si trovasse isolato, lontano dalla protezione della casa.

«Aspettatemi… arrivo!» gridò, e lo sforzo lo riempì di trafitture dolorose. Riuscì comunque a procedere al piccolo trotto, girò l’ultimo angolo e si trovò direttamente sotto la terrazza. Sentì delle voci, lassù, il cigolio delle assi di legno mentre quelli si muovevano. Disse ancora: «Restate lì. Arrivo.»

Erano tutti sulla terrazza e lo guardavano salire i gradini. Tutti quelli rimasti. Selby si sentiva nauseato, esausto, e si vergognava di se stesso.

George chiese: «Cos’è stato tutto quel chiasso? E Diana? Dov’è Diana?»

«L’hanno presa.» E guardò Jane. «È stata colpa mia.»

XII.

Jane non poteva crederlo, non poteva accettare quelle parole e ciò che significavano. I Deeping, sì, e i due servitori, ma non Diana. Era un’idea mostruosa e impossibile. La ricordò a Natale, in casa dei genitori, un po’ sbronza di champagne, che la esortava: «Stai diventando una vecchia lumaca senza iniziativa, Jane. Hai bisogno di andar via, di cambiare aria. Vai in Svizzera o da qualche altra parte. Se hai bisogno di compagnia, verrò io. Posso prendermi qualche giorno di ferie, e non sono troppo orgogliosa per accettare l’invito.» No, non poteva essere vero. Ma vedeva Selby, per metà impolverato di neve, che si stringeva una mano sul petto, vide che la guardava con aria distrutta.

George chiese: «Cos’è successo?» Aveva un tono perentorio. «Perché siete usciti di casa?»

Selby lo spiegò. Quando ebbe finito, George disse:

«Maledetto stupido.»

Selby annuì, depresso. «Lo so. Ma è inutile parlarne, adesso. Ha il fucile? Andiamo a vedere se riusciamo a trovarla.»

La nebbia avvolgeva la casa: l’altra estremità della terrazza era appena visibile. Jane vide che George si guardava intorno: scosse il capo, impercettibilmente, ma disse:

«Va bene, andiamo. Lei se la sente? Venga, Douglas.» Si rivolse alle donne. «Entrate e chiudete la porta. Se succede qualche guaio, rompete il vetro di una finestra e chiamateci.»

Jane disse: «Vengo con voi.»

«No.» George la guardò, cupamente. «Sarebbe d’intralcio, non d’aiuto.»

«Voglio venire.»

La voce di lui divenne aspra. «Non m’interessa. Rientrate in casa. Tutti quanti.»

Elizabeth era rimasta vicino alla porta, con Stephen. Rientrò, e Mandy e Jane la seguirono. Mandy mise il catenaccio alla porta, e Stephen disse:

«È tutto sistemato, adesso? Possiamo continuare a giocare a Monopoli?»

«Per ora no,» disse Elizabeth. «Forse più tardi.» Guardò Mandy, sopra la testa del bambino. In apparenza era calma come al solito, ma la sua voce era un po’ meno ferma. «Sarebbe una buona idea preparare del tè, no?»

«Sì,» disse Mandy. «Metto sul fuoco il bricco.»

«Veniamo anche noi.»

Andarono tutti in cucina. C’era un gran silenzio: il ticchettio dell’orologio, il rombo del fuoco nella stufa, nient’altro. Avrebbero dovuto essere rassicuranti, pensò Jane, la vista e il suono delle cose comuni, di Mandy che riempiva un bricco e lo metteva a bollire. Ma lei pensava soprattutto al mondo che premeva dall’esterno, il grigiore e il freddo in cui era stata trascinata Diana. E in cui si erano avventurati gli uomini. Se fosse accaduto loro qualcosa…

Il suono, lontano ma inconfondibile, la sconvolse.

Stephen chiese: «Zio George sta sparando a qualcuno? A loro?»

A loro, pensò Jane, inorridita. Sua madre, suo padre, Andy. La mente del bambino si era adattata con un balzo che lei non sapeva imitare, da cui rifuggiva. Diana… si doveva avere paura anche di lei, e odiare anche lei? Ma forse non era un adattamento, era un’evasione, la capacità di dissociare il nome dalla persona, la paura nuova dal vecchio affetto. Un bambino aveva rifugi dove gli adulti non potevano entrare. Guardò Stephen, chiedendosi se doveva rabbrividire o rallegrarsi.

Elizabeth disse: «Spara per spaventarli e farli stare lontani, senza dubbio.»

Rimasero in attesa di un altro sparo: c’era tensione persino nella serenità di Elizabeth. Su di loro era caduto il silenzio dell’attesa; Jane si accorse di avere serrato involontariamente i denti e le mani: quando li disserrò con uno sforzo di volontà, tornarono a stringersi. Trasalì quando Mandy trascinò rumorosamente la scaletta sul pavimento, salì e prese una bottiglia nascosta dietro un barattolo di zucchero. Mandy guardò le altre due donne: aveva un’espressione strana, chiusa.

«Pensavo di bere un goccio,» disse, «mentre bolle l’acqua. Ne volete un po’?» Sorrise lievemente al loro rifiuto, versò il liquore in un bicchierino. Era trasparente; probabilmente gin. Continuò, con voce inespressiva: «Le notti passano, ma bisogna tirare avanti anche di giorno.»

L’osservazione aveva un’incoerenza folle che, in circostanze diverse, sarebbe apparsa buffa, ma adesso non lo era. Elizabeth disse: «L’acqua bolle. Lo preparo io, il tè?» Si sentiva il bisogno di fare qualcosa, pensò Jane: bere un sorso, anche se questo significava rivelare un vizio segreto o un nascondiglio… oppure fare il tè… o qualunque altra cosa. Sentì la propria voce chiedere:

«Ci sono rimasti dei biscotti?»

«No,» rispose Mandy, in tono di rammarico. «Ma in dispensa ci sono le ciambelle che ho preparato stamattina.»

«Vado a prenderle.»

La dispensa era a un passo dalla cucina, ma Jane affrettò il passo, nel tornare. Bevvero il tè e mangiarono le ciambelle in un silenzio che Jane detestava ma che non osava spezzare. Stava ormai per mettersi a urlare, quando suonò il campanello. Elizabeth disse, senza alzare la voce: «Dio sia ringraziato.» All’unisono, si alzarono e andarono tutti insieme nel corridoio.

Il sollievo nel veder rientrare gli uomini fu così grande che era solo un piccolo dolore constatare che Diana non era con loro. George le disse:

«Mi dispiace, Jane. Non l’abbiamo trovata.»

«Lo sparo?» chiese Elizabeth.

Douglas disse: «George ha intravvisto…» Diede un’occhiata a Stephen, che ascoltava. «Ha intravvisto qualcuno. Non credo che lo abbia colpito.»

Elizabeth disse: «Abbiamo appena preparato il tè. Andate a sedervi, ve lo porterò.»

Jane l’aiutò a portare il tè e le ciambelle in salotto; Mandy sembrava contenta di lasciarle fare. Quando entrarono, George stava aggiungendo ceppi sul fuoco. Selby era vicino alla finestra e guardava fuori. Sembrava ancora stordito. Jane gli portò una tazza di tè.

«Mi dispiace,» disse lui.

«Non poteva sapere che Diana l’avrebbe seguito. Se fosse rimasta dove lei l’aveva lasciata, vicino alla porta, non le sarebbe successo niente.»

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