Di fianco a uno dei cannoni stava O.Z. Garr. Non appena vide Xanten gli puntò contro l’arma con un urlo isterico e sparò. Gli Uccelli gridarono e tentarono di allontanarsi, ma due vennero colpiti. Xanten e il carro precipitarono in un grande groviglio. Fortunosamente i quattro Uccelli superstiti riuscirono a recuperare l’equilibrio quando ormai mancavano solo una trentina di metri all’impatto con il terreno, riuscendo ad attutire il colpo. Xanten si liberò da quel groviglio barcollando e parecchi uomini gli corsero incontro.
— Siete salvo? — urlò Claghorn.
— Sì, e anche spaventato. — Xanten emise un profondo respiro e si sedette su uno spuntone roccioso.
— Cosa sta accadendo lassù? — domandò Claghorn.
— Sono morti tutti, tranne una dozzina. Garr è impazzito e mi ha sparato addosso. — riferì Zanten.
— Guardate! I Mek sono arrivati sui bastioni! — urlò A.L. Morgan.
— Là! — gridò un’altro. — Quegli uomini! Si buttano… no, li buttano giù!
Alcuni di loro erano uomini, altri Mek che gli uomini si erano tirati dietro. Precipitarono spaventosamente adagio e si sfracellarono al suolo. Poi non avvenne più nulla. Il castello era nelle mani dei Mek.
Xanten osservò quei contorni. Gli erano tanto familiari ma anche tanto estranei.
— Non credo che ce la faremo a resistere, ma se distruggiamo le celle solari non potranno più sintetizzare lo sciroppo.
— Facciamolo immediatamente — propose Claghorn, — prima che i Mek prendano i cannoni. Uccelli!
Diede gli ordini e quaranta Uccelli si alzarono in volo trasportando ciascuno una pietra più grande della testa di un uomo. Aggirarono il castello e tornarono annunciando la distruzione delle celle solari.
— A questo punto non dobbiamo fare altro che chiudere gli ingressi delle gallerie per impedirgli di coglierci alla sprovvista, e aspettare — disse Xanten.
— E i Contadini?… E le Phane? — domandò Hagedorn con voce straziata.
Xanten scrollò la testa, adagio.
— Chi non è ancora Espiazionista dovrà convertirsi.
Claghorn mormorò: — I Mek possono tirare avanti due mesi, non di più.
Ma i due mesi trascorsero, e anche il terzo, e il quarto. Infine, un mattino si aprirono le grandi porte e un Mek sparuto ne uscì. — Stiamo morendo di fame — comunicò. — Abbiamo lasciato intatti i vostri tesori. Prometteteci che avremo salva la vita altrimenti distruggeremo tutto prima di morire.
— Ascoltate le nostre condizioni — disse Claghorn. — Vi lasceremo vivere se ripulirete il castello e seppellirete i morti. Dovrete riparare le astronavi e insegnarci a usarle, quindi sarete trasferiti su Etamin Nove.
Cinque anni dopo, Xanten e Glys si recarono a Nord insieme ai loro due figli e ne approfittarono per fare un giro a Castel Hagedorn, adesso abitato solo da poche dozzine di persone tra le quali lo stesso Hagedorn.
Era invecchiato, pensò Xanten non appena lo vide. I suoi capelli erano diventati bianchi e il suo viso un tempo cordiale era scarno e quasi cereo. Xanten non riuscì a capire i suoi sentimenti.
Si erano seduti all’ombra di un immenso castagno ai piedi del picco.
— Adesso il castello è diventato un grande museo — lo informò Hagedorn — e io ne sono il custode. Sarà questo, d’ora innanzi, il compito degli Hagedorn, perché il tesoro da guardare è inestimabile. C’è già aria di antichità in questi luoghi. I palazzi sono abitati da fantasmi che si fanno vedere spesso, anche da me, specialmente nelle notti di festa… bei tempi quelli, vero?
— Sì — ammise Xanten, sfiorando il capo dei suoi due bambini — ma non ci tornerei. Adesso siamo veramente uomini e questo è davvero il nostro mondo.
Hagedorn fece un cenno d’assenso, sebbene a malincuore, e sollevò gli occhi verso i palazzi, come se li vedesse per la prima volta.
— I posteri… chissà cosa penseranno di Castel Hagedorn e dei suoi tesori, delle sue cotte d’armi…?
— Verranno e si meraviglieranno — disse Xanten — come sto facendo io oggi.
— Ci sono tante cose dentro che stupiscono. Volete entrare, Xanten? Sono rimaste ancora delle fiasche di essenze squisite.
— Grazie, no. Troppe cose mi tornerebbero in mente. Procederemo verso la nostra meta, e subito.
Hagedorn annuì tristemente.
— Vi capisco. Anch’io spesso fantastico e torno con la mente a quei giorni. Bene, allora. Addio, e che il vostro sia un felice rientro.
— Sarà così, Hagedorn, grazie.