«Al “Knob Hill”, ti va?», propose lui, sebbene quel ritrovo notturno suburbano fosse davvero troppo costoso per cronisti sul ruolino stipendi dello Star.
«Delizioso!», cinguettò la ragazza.
L’accompagnò, nel vento notturno, verso la sua macchina, una lunga convertibile marrone, che non poteva costar meno, calcolò lui, a disagio, di 4000 dollari. Erano pochi i cronisti che potevano permettersi simili lussi. Ma forse anche quella macchina era della zia Agatha.
Le aprì lo sportello e lei salì rapida ed elegante, nella sua pelliccia immacolata, come la minuscola scultura di giada che Will aveva in tasca. April gli prese per un istante la mano e il tocco delle sue dita fredde e forti fu per lui sconvolgente come la sua voce. Will dovette lottare contro la tentazione di baciarla, timoroso di sciupare ogni cosa. Ansava un poco. Assassina o no, April Bell era una ragazza che faceva girare la testa.
«Ciao, Barbee», gli disse in un sussurro. «Alle nove!»
Il giornalista se ne tornò in città nel suo vecchio catorcio e, sedutosi al suo tavolo nella lunga sala di cronaca dello Star ,batté il pezzo. Scrivendo, s’accorse di pensare con simpatia alla tersa, impersonale obiettività del giornalismo moderno.
Poi, risalito in macchina, andò a casa.
Aveva un appartamento di due stanze, oltre alla cucina e alla stanza da bagno, in una vecchia casa a due piani di Bread Street. Il quartiere era un po’ troppo vicino alla zona industriale, ma l’affitto era tutt’altro che caro e la padrona di casa non sembrava badare a quanto lui bevesse.
Fece il bagno, si rase e s’accorse di fischiettare allegramente, mentre cercava una camicia pulita e un abito che non fosse troppo sciupato per il Knob Hill.
Improvvisamente, udì squillare il telefono e corse a rispondere, con la paura che fosse April Bell che lo avvertiva all’ultimo momento di non poter venire.
«Will?» Era una voce di donna, pacata ma intensa. «Ho bisogno urgente di parlarti.»
Non era April Bell, e quella sua paura improvvisa si dissipò. Era la voce limpida e serena della cieca moglie di Mondrick, una voce che non rivelava lo strazio che la donna doveva provare.
«Non potresti saltare in macchina e correre da me, Will? Subito?»
Il giornalista lanciò un’occhiata all’orologio. Il Knob Hill si trovava a circa quaranta isolati in fondo a Central Street, oltre il fiume, praticamente fuori della città. La vecchia casa dei Mondrick era a quaranta isolati, esattamente nella direzione opposta. E l’orologio segnava quasi le nove.
«Ora non posso, Rowena», balbettò goffamente. «Sono a tua completa disposizione, naturalmente, per qualunque cosa possa occorrerti. Verrò domattina o anche stasera stessa, ma più tardi, forse. Ora ho un impegno che non posso rimandare.»
«Oh!» Era un’esclamazione di doloroso stupore. Poi Rowena Mondrick domandò con dolcezza: «Esci con quella... ragazza?».
«Con April Bell.»
«Will, chi è?»
«Una giovane cronista alle sue prime armi in un giornale della sera. L’ho conosciuta stasera, non l’avevo mai incontrata prima. Turk non ha avuto l’aria di trovarla di suo gradimento, ma a me pare molto in gamba.»
«Non è possibile!», protestò la cieca, e poi, implorante: «Annulla il tuo impegno, Will! O almeno rimandalo di qualche ora, dopo che ti avrò parlato. Te ne prego, Will!»
«Non puoi immaginare quanto mi dispiaccia», rispose lui, terribilmente a disagio, «ma davvero non posso, Rowena.» Una punta di irritazione gli inasprì la voce, contro la sua volontà. «Anche se a te e al tuo cane non piace, per me è una ragazza interessante.»
«Quella ragazza non mi piace, è vero», rispose Rowena con calma, «e per un’eccellente ragione, che conto dirti appena verrai a trovarmi. Perciò ti prego di farti vivo il più presto possibile.»
Non avrebbe saputo dirle, lui, per quali e quante ragioni si sentisse attratto da April Bell; non le sapeva precisamente nemmeno lui. Ma un’onda di pietà per quella povera donna cieca e nuovamente colpita dalla tragedia lo spinse a dirle pentito:
«Stai tranquilla, Rowena. Verrò al più presto. Sii certa della mia amicizia».
«Stai attento, Will!», lo ammonì di nuovo la vecchia signora. «Guardati da quella donna, stasera. Perché sono certa che trama qualcosa contro di te, trama per farti del male, un male immenso!»
«Male a me? E in che modo?»
«Vieni a trovarmi domani e te lo dirò.»
«Dimmelo subito, ti prego», insistette lui, ma udì riattaccare il ricevitore. Allora riattaccò a sua volta, e rimase per qualche istante accanto all’apparecchio a ripensare alle parole di Rowena.
La moglie di Mondrick era sempre stata d’umore bizzarro, per non dire strambo, da quando la conosceva. Solitamente calma e serena, piena di vivacità e d’allegria con gli ospiti, talvolta abbandonava senza spiegazioni il pianoforte e la compagnia dei suoi migliori amici, per starsene sola col suo enorme cane, carezzando gli strani monili d’argento che amava portare.
Stranezze che la tragedia africana giustificava pienamente e che ora la morte del marito, si disse Barbee, non avrebbe potuto che accentuare.
Il bar del Knob Hill era una saletta semicircolare dalle pareti di vetro, illuminata da una luce rossastra, diffusa, al neon. L’effetto complessivo era lievemente conturbante, forse per confondere maggiormente le idee e spingere la clientela a bere di più. Le poltrone, di cuoio verde e metallo cromato, un po’ troppo angolose, erano più comode all’aspetto che nella sostanza.
April Bell gli lanciò il lampo del suo sorriso scarlatto da un minuscolo tavolo nero sotto un arco di vetro percorso da onde di rossa luce vibrante. La pelliccia bianca era gettata con noncuranza sulla spalliera di un’altra poltroncina, e la ragazza aveva un’espressione di completo benessere sulla sua angolosa poltrona, come se quell’atmosfera volutamente snervante le si confacesse in modo particolare. Si leggeva infatti sul suo volto una soddisfazione quasi felina.
Il suo abito da sera piuttosto provocante era d’un verde cupo che faceva risaltare il verde dei suoi occhi lievemente obliqui. Barbee non aveva pensato a mettersi un abito scuro, e per un istante si sentì a disagio nel suo vecchio vestito grigio, entro il quale il suo corpo magro ballava come un manico di scopa. Ma April non parve badarvi e lui dimenticò il suo disagio contemplando tutto ciò che la pelliccia bianca gli aveva tenuto nascosto. La liscia e compatta carne di lei era quanto di più desiderabile potesse esservi al mondo; pure, Barbee non poté fare a meno di ricordare, a un tratto, l’avvertimento della cieca.
«Potrei avere un dacquari?», chiese April.
Barbee ordinò due dacquari.
Era seduto davanti a lei, ma il minuscolo tavolo li teneva così vicini, che poteva aspirare il sano profumo che emanava. Come ubriaco prima ancora di bere, trovò difficile ricordare il suo piano d’azione, e il sospetto di trovarsi di fronte a un’assassina. L’unica cosa che ora gli premeva era di piacerle, e non gli importava più di scoprire i motivi per cui avrebbe potuto volere la morte di Mondrick. Contemporaneamente, s’accorse di pensare a chi potesse essere il «nemico segreto» di Mondrick, in attesa che si manifestasse l’avvento del «Figlio della Notte».
April faceva forse parte di qualche segreto complotto spionistico? In quel torbido dopoguerra, in cui nazioni, razze, ideologie opposte si combattevano per sopravvivere e gli scienziati ponevano a servizio dell’odio internazionale i più sbalorditivi segreti del Creato, non era poi tanto difficile crederlo.
Forse, in Asia Mondrick e i suoi amici avevano scoperto le prove di questa cospirazione, e le avevano custodite gelosamente nella loro cassa cerchiata di ferro. Poi, consapevoli di un pericolo mortale che sapevano inevitabile, avevano cercato di avvertire il mondo; ma Mondrick era caduto vittima di quel pericolo prima di poter parlare...
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