Jack Vance - I racconti inediti

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L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».

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«…Così aggraziato, ha detto Teresha. Le ha davvero tenuto la mano, e lei dice che il suo tocco l’ha fatta rabbrividire tutta.»

«Teresha non è sempre attendibile, sapete.»

«Ho una certa idea di invitarlo al notturno…»

«Dubito che venga. È sempre così occupato, studia in continuazione. È in grado di leggere otto lingue antiche…»

Le panche si riempirono rapidamente. Ben presto l’anfiteatro fu gremito. Una vecchia con una martingala giallo limone e un fascio di rose tra i capelli si sedette di fianco a Gardius. Dall’altra parte si sedette un quindicenne con una giacca verde. Nessuno gli rivolse una seconda occhiata.

La luce di un riflettore disegnò un alone bianco-rosato sulla piattaforma, e Arman apparve. Dalla folla si levò un sibilo a mezza voce. Arman. Gardius respirava appena tant’era tesa la sua attenzione. Arman: un uomo di magnifica statura e bellezza, con un cervello che irradiava sicurezza e intelligenza. Il suo volto era composto da mille campioni, tutti gli eroi su tutti i medaglioni.

La voce di Arman era seria, ricca, melodiosa, rendeva impellente la frase più ordinaria. E accresceva l’impellenza con un modo di parlare a testa bassa, guardando negli occhi del pubblico. Osservando quell’uomo, Gardius poteva capire la riluttanza di Mardien a pensare male di lui. Fisionomicamente era uno degli arcangeli, raggiante di virtù.

«Uomini e donne del futuro,» disse Arman, «domani comincia la nostra grande avventura. Domani lasciamo le Terre Alte.» Fece una pausa, girò lo sguardo per l’anfiteatro. Gardius sentì il momentaneo impatto. Arman continuò con voce lenta.

«Non ho molto da dirvi. Persino qui nella foresta, con voi che ho personalmente convocato, temo gli occhi e le orecchie di Maxus, e devo trattenere molto di ciò che è nella mente del Dio.»

Gardius si agitò sulla panca. Dio? Quale Dio?

Arman continuò a parlare con grandi frasi dondolanti, come un artista ispirato che stenda il colore sulla tela. Il tema era meno politico che spirituale, eppure Gardius si sentì turbato ascoltandolo. L’entusiasmo, l’ardore, erano sentimenti difficili da contraffare. Se Arman credeva nei propri sermoni… Attonito Gardius rimase seduto ad ascoltare.

L’uomo aveva perso la speranza, diceva Arman, aveva perso la fede nel destino che un tempo l’aveva mandato fino ai confini della galassia. C’era bisogno di un nuovo scopo, una nuova fiamma per accendere il cuore degli uomini, una nuova crociata.

«Una crociata viene iniziata dai crociati,» disse Arman dolcemente. «E i crociati siete voi che verrete con me domani. E la centralità, lo scopo… è in me. Chiamatelo Dio, Fato, Destino, Fine… esso è in me. Esso mi dona la parola. Esso fa di me ciò che sono.

«Mentre vi vedo davanti a me, questo Dio, questo Destino, guarda con i miei occhi. Quando io parlo, il Dio parla. La dichiarazione solenne è: gettate via i cenci della vita, indossate i vestiti dorati del nuovo universo. L’umanità affonda nello stagno. Maxus sguazza nel vino e nelle orge, mangia il grasso dal posteriore delle sue vittime. Maxus è una grande sanguisuga che succhia la vita, e l’umanità barcolla.

«Le vecchie frontiere si stanno ritirando, le colonie lontane sono preda delle bestie. Un mondo viene colpito dalla peste. Su un altro mondo la gente invecchia, indebolisce, vacilla e muore, e le loro pietose rovine sono perdute tra le stelle.» Arman alzò la voce, e la pelle si accapponò sulla nuca di Gardius.

«Noi contraiamo il volto nella risoluzione. Noi purifichiamo l’universo. Noi infondiamo il nostro liquore ardente! Noi gettiamo a terra la sanguisuga, la schiacciamo fino a farne poltiglia. Coloro che hanno schiavizzato saranno gli schiavi, suderanno, faticheranno e moriranno come sono morti i loro schiavi! Noi costruiamo nel nome di Arman il Dio! I nostri mattoni sono le menti umane, il nostro mortaio è il cammino degli Otro, la nostra struttura sarà un nuovo universo!»

Arman indietreggiò, respirando profondamente. La folla sospirò, un rumore acuto uscito dal diaframma. E Gardius si mosse irritato, seccato dalla discordanza tra la sua mente e le sue emozioni. Prima Mardien, adesso Arman, entrambi cospiravano a confondere la chiarezza delle sue intenzioni.

Arman riprese a bassa voce: «Domani noi lasciamo il pianeta, ci imbarchiamo per la nostra grande avventura. Voi che venite vedrete uno strano mondo. Vedrete l’oscura elegante putrefazione di una vecchia cultura che si basa sul male. Voi che restate preparatevi, preparatevi e imparate, costruite e attendete.

«Assieme vedremo grandi eventi. È la storia che stiamo vivendo questa notte sulle Terre Alte di Alam; noi che ci siamo incontrati qui nella foresta siamo la pulsante scintilla del futuro.»

Gardius sedeva intorpidito in una specie di autoipnosi. Attraverso un leggero velo di nebbia vide l’alone di luce spegnersi tremolando su Arman, sentì la folla alzarsi, andarsene. C’era qualcosa nell’aria. Una crociata, contro Maxus, contro lo stesso grande stato schiavista. E i crociati? Un anfiteatro di uomini e donne dai vestiti bizzarri? Ridicolo. Arman era pazzo come i suoi simili.

Ma lo era davvero? Forse Mardien aveva detto la verità. Forse le motivazioni di Arman erano state travisate. Forse Arman agiva su una scala secondo la quale seicento vite erano pari a nulla. Forse Arman era il Dio, il Destino, comunque si chiamasse. Forse Gardius era l’iconoclasta irresponsabile.

L’indecisione era peggiore della tortura. La sua vita era stata decisa così nettamente. Non c’erano stati dubbi, e adesso… E tuttavia nel cuore della sua mente risuonavano una serie di parole, lottava per raggiungere la sua coscienza.

Gardius si mosse; l’intontimento si dissipò. Parole — una frase — quale? La chiave per il suo dilemma. Chinò la testa tra le mani, rimase seduto un momento ad accarezzarsi il mento. In un punto Arman aveva sollevato la tenda, e un barlume era penetrato. Adesso ricordava. Gardius si alzò in piedi, fissò la piattaforma. La folla aveva lasciato l’arena. Arman se n’era andato. Divenne consapevole di un’altra presenza, di un sospettoso esame. Rivolse un’occhiata al ragazzo quindicenne che gli si era seduto di fianco. Erano quasi soli nel lucore che si andava affievolendo.

Il ragazzo disse: «Tu non sei un Otro.» Era una piatta affermazione.

Senza rancore né astio, Gardius disse: «Come lo sai?»

«Te lo vedo in faccia,» disse il ragazzo, «nelle rughe turbate degli uomini della morte. Lo leggo nell’inespressività della tua mente, la cui superficie è come il Deserto di Granito. Tu non sei un Otro.»

«E allora?»

«Se sei una spia di Maxus verrai ucciso.»

«Se fossi una spia di Maxus come avrei trovato la strada per questa adunanza?»

Il ragazzo scosse la testa, si allontanò indietreggiando. Gardius vide che era pronto a chiamare aiuto. L’arena era vuota ma gli uomini non erano molto lontani.

Gardius disse: «Bene, vedremo se sono una spia oppure no. Andiamo da Arman.»

Il ragazzo esitò. «Desideri vedere Arman? Parti domani?»

«Forse,» disse Gardius. «Non abbiamo ancora deciso.»

Il ragazzo si fermò guardando Gardius con la coda dell’occhio.

«Andiamo da Arman,» disse Gardius. «Tu sei più pratico della foresta. Fai strada.»

Il ragazzo fissò Gardius, che non corrispondeva all’immagine mentale che si era fatto di una spia. Le spie erano basse, con gli occhi sfuggenti, piene di falsi sorrisi. Gardius era grande, snello, muscoloso come una tigre della foresta…

«Ti dirò dove trovare Arman,» disse indeciso. «Non ti ci porterò.»

L’accordo andava benissimo a Gardius. «Come desideri.»

Il ragazzo cambiò idea. «No, ti ci porterò io. Così saprò che va tutto bene. Sono un Praticante Ingegnere,» aggiunse impacciato.

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