Jack Vance - I racconti inediti
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- Название:I racconti inediti
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- Год:1995
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Arman obbedì, impassibile. Gardius si chinò in avanti con un rotolo di nastro adesivo. Una cosa magra e ossuta gli saltò addosso, gli immobilizzò le braccia.
Ecco dov’era il ragazzo.
Arman balzò avanti, afferrò il raggio termico. Il ragazzo si era tirato indietro, adesso, e balbettava ad Arman le sue giustificazioni.
«…Sapevo che non aveva in mente niente di buono il momento stesso in cui l’ho visto. Ho creduto meglio tenerlo d’occhio, qualsiasi cosa per aiutarti, Lord Arman…»
Arman osservava Gardius riflettendo. Gardius aspettava con le braccia conserte, aspettava di essere ucciso. Mardien si tastava i lividi, dove lo sgabello l’aveva colpita, e assisteva inespressiva.
Arman si rivolse improvvisamente al ragazzo. «Fuori, dietro la casa, nel velivolo. Nell’armadietto di coda c’è una lunga corda.»
«Sì, signore.»
«Prendila.»
Il ragazzo corse via, ritornò dopo un momento.
«Legagli i polsi,» disse Arman. «Dietro la schiena.»
Arman raccolse l’estremità della corda. «Fuori,» disse a Gardius. E a Mardien: «Porta la sua torcia.»
Condusse Gardius al velivolo, legò l’estremità della corda alla struttura inferiore. Gardius si irrigidì. Quando il velivolo si fosse sollevato lui si sarebbe trovato sospeso per i polsi, che erano legati dietro la schiena. Il peso del suo corpo gli avrebbe strappato le braccia all’indietro fuori dalle articolazioni, e il suo corpo avrebbe penzolato impotente sotto le braccia tese.
Arman si girò verso il ragazzo. «Sai guidare?»
«Sì, Lord Arman…»
«Portalo sulla palude, e taglia la corda.»
Il ragazzo rise quasi istericamente. «Sì, signore. Cibo per i ragni, ecco come finirà.»
Mardien, con la faccia bianca come uno spettro, si aggrappò al gomito di Arman. «Arman… non possiamo torturarlo…»
«Lasciami,» disse Arman bruscamente. «È una spia di Maxus.»
«No, non lo è, veramente. E anche se lo fosse… non possiamo torturare, Arman…»
Arman girò la testa minaccioso. «Chiudi la bocca! Tornatene in casa se non ti piace!»
Mardien lo guardò un agghiacciato istante, poi si voltò e si allontanò in fretta.
«Decolla,» disse Arman. «Assicurati che faccia la fine che merita.»
«Non preoccuparti, Lord Arman. Vivo solo per servirti.»
«Bene. Mi ricorderò di te.»
Il ragazzo saltò nella cabina. Gardius lanciò un’occhiata alla corda. Arman era stato generoso con la lunghezza. Le eliche rotearono, l’aria venne convogliata verso il basso, il velivolo si sollevò. Gardius si gettò sul dorso, avvolse la corda attorno a una caviglia. Il velivolo si levò nella notte, e sotto, a testa in giù, penzolava Gardius. Scomodo, pensò, ma non tanto scomodo come starsene appeso alle braccia slogate durante le sue ultime ore di vita.
Arman gridò rabbiosamente ma il ragazzo non l’udì. Il velivolo volò via nella notte, facendo pazzamente ondeggiare Gardius. La luce proveniente dalla porta aperta del villino si ridusse a tre dischi dorati, a una striscia, poi più nulla.
Per quanto tempo volassero, Gardius, col sangue che gli pulsava nella testa, non poteva tenerne conto. Doveva concentrarsi per non perdere conoscenza, se sveniva le sue gambe si sarebbero rilassate, la corda sarebbe scivolata via dalle caviglie, e lui sarebbe caduto di lato restando appeso come Arman avrebbe voluto. Il tempo passò. Il vento sferzava il suo viso, lo scuoteva avanti e indietro. Era vagamente consapevole della sagoma scura e costante sopra, della notte, del buio sotto, della perla matura e opulenta che era la luna di Fell. Questi erano gli elementi essenziali della sua nuova esistenza. La vita sembrava lontana, passata, un grido in un sogno assolato.
E così Gardius venne trasportato a testa in giù nell’oscurità, a cavallo del vento come una strega insolitamente ridicola. Respirare gli riusciva difficoltoso. Gli occhi sembravano uscirgli dalle orbite. Si aggrappò alla coscienza con una presa che lentamente diventava scivolosa.
Il velivolo si fermò, librandosi in cielo. Mille piedi più sotto si stendeva la palude, completamente nera, se non per l’occasionale scintillio dell’acqua. Gardius sentì la testa del ragazzo che guardava giù, udì debolmente le parole al di sopra del fragore della corrente d’aria discendente.
«Lo vedi questo? È un coltello. Io taglio la corda, e tu vai giù. Cibo per ragni.» Rise. «Una lunga strada per scendere, una lunga camminata per tornare a casa. Se ti lascio andare piano piano ti godrai la passeggiata, e ci saranno i ragni a darti le indicazioni.»
Il velivolo si assestò rapidamente, l’orizzonte si levò come liquido nero in una grande scodella di vetro purpureo. Erano ormai a venti piedi, e quasi Gardius urtava il fogliame.
«Spero che ti goda la passeggiata,» gridò il ragazzo. «Ci sono solo cento miglia, e hai un sacco di tempo.» Gardius sentì vibrare la corda. I fili si divisero… uno, due, tre. Cadde, attraverso le foglie e i ramoscelli che si spezzavano, in un folto di grandi baccelli sferici. Qualcuno scoppiò sotto di lui, altri si staccarono e andarono alla deriva nell’oscurità, leggermente luminosi, come bolle piene di fumo lucente.
Gardius giacque inerte, semincosciente, privo di volontà, di energia, di reminiscenze.
La breve notte di Fell si attenuò, ritirandosi davanti all’alba color prugna. Gardius rabbrividì, destato dai profili emergenti delle fronde della giungla, che agitandosi nella brezza si strofinavano, raspavano e stormivano in un milione di piccoli rumori.
Dolorosamente distese le gambe, si sistemò in una posizione più comoda, cominciò a lavorare ai nodi. Riusciva a sentire la corda con la punta delle dita. Un filo alla volta la indebolì; alla fine diede uno strattone e la corda si spezzò.
Allungò la mano, si appoggiò e si alzò in posizione eretta su un ramo. Con cautela controllò lo stato delle ossa, brontolando ogni volta che incontrava una contusione. Sembrava che non ci fosse niente di rotto. Tese il collo, guardò a terra. La luce ancora non era penetrata. Sotto di lui le immagini erano indistinte.
Prese in considerazione di scendere lungo il tronco dell’arbusto. Poi, ricordando i ragni, esitò. Scrutando attraverso i rami scorse una ragnatela. Gettò un ramoscello nella ragnatela e una creatura nera grossa come un gatto uscì a precipizio dall’ombra una zampa dopo l’altra, rimbalzò sul ramoscello; poi, lentamente, gettando via il ramoscello con rammarico, se ne ritornò alla tana buia.
Gardius distese braccia e gambe, si mise più comodo sul ramo. Era vivo, e già era più di quanto si fosse aspettato. Dai rami dell’albero delle sfere riusciva a vedere a circa cinquanta piedi prima che lo sguardo si perdesse nel grigioverde e nell’intrico color prugna. L’aria odorava di terra fredda e bagnata, con tracce di muschio animale e un dolce putridume vegetale.
Ramus, il sole rosso, galleggiava alto. Gardius si mosse dal suo trespolo, si arrampicò un poco più in alto tra i rami. Uno strido gutturale echeggiò nella giungla, seguito da un grande fracasso. Gardius rimase immobile, fisicamente spaventato per la prima volta da quando si era ridestato alla coscienza.
Dopo un momento si arrampicò ancora per alcuni piedi, e altri grandi globi che fungevano da baccelli si staccarono e volarono via nella luce rossa del sole.
Gardius fece l’inventario della sua borsa: un lungo coltello a serramanico, un alimentatore per il raggio termico, l’ormai inutile sacco dell’iniettore, un rasoio a secco, denaro, una fionda per lanciare dardi avvelenati, una dozzina di dardi, una scatola di compresse vitaminiche. Molto poco per aiutarlo ad attraversare cento miglia di fango molle, boscaglia e foresta intricata, e niente con cui nutrirsi. Si chiese come sarebbero stati i ragni. Non aveva modo di accendere un fuoco. Avrebbe dovuto mangiarli crudi.
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