Jack Vance - I racconti inediti

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L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».

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«Forse hai ragione, e forse ti sbagli.»

«Se la vostra conoscenza, o sistema, come lo chiamate, è utile, perché non l’avete esteso all’intero universo?»

«Ci sono dei buoni motivi. Innanzi tutto abbiamo paura del popolo delle Terre Basse, e degli altri uomini predatori.»

Con una lieve sfumatura della voce, Gardius disse: «E non hai paura di Arman?»

Mardien lo guardò rapidamente. «Ma Arman è un eroe, un nuovo Evangelo.»

Gardius ringhiò: «Hai sentito l’Alto Ricognitore. Prima un acrobata, poi un inventore di religioni e un assassino di vecchiette, e adesso un mercante di schiavi. E tu dici che è un eroe.»

«Qualche volta,» disse Mardien lentamente, «le motivazioni di un uomo vengono fraintese, qualche volta le sue azioni vengono distorte quando si raccontano.»

«Ho visto i cadaveri nel Villaggio di Farees,» disse Gardius. «Ho visto la nave di Arman levarsi dall’isola con seicento persone della mia gente nella stiva. Non c’è nient’altro da aggiungere per renderla peggiore di quello che è.»

«Qualche volta,» disse Mardien balbettando, «pochi devono soffrire per il bene di molti…»

«È vero,» disse Gardius, «e qualche volta molti devono soffrire per il bene di uno solo.»

Mardien gli chiese con fervore: «L’hai mai visto, Gardius? Gli hai mai parlato? L’hai mai guardato negli occhi?»

Gardius le rispose acido: «No. Sembra che tu abbia fatto tutte queste cose. Sembra che tu lo conosca molto bene.»

«Sì. Io lo adoro.»

«Allora devi essere malvagia come lui, o pazza come gli altri Otro.»

Due esseri umani in uno scafo di vetro e di metallo, due personalità costrette all’intimità fisica; ma la simpatia, l’amicizia, erano inacidite. Nella cabina c’era un gelo, una desolazione di menti chiuse in loro stesse. I giorni passavano, e nel pilota automatico la perla di liptivio si avvicinava sempre più all’incavo, nel liquido viscoso che era lo stereotipo dello spazio.

Poi un giorno la perla scattò al suo posto. I generatori diminuirono il canto di mille inaudibili ottave, attraversarono brevemente due o tre ottave udibili, e la navicella gorgogliò passando nello spazio normale.

Proprio davanti a loro era sospesa una gigantesca stella rossa, Ramus, e nel telescopio, come un carbone ardente, ruotava il pianeta Fell.

Il pianeta si gonfiò come un pallone sotto i loro occhi. Gardius rintracciò i continenti e le conformazioni studiati sulla Guida. La cintura color pesca era il Deserto del polo Nord, la distesa marrone e verde magenta era la giungla nella quale il continente Kalhua sguazzava come una zattera sempre in procinto di affondare. Sul confine occidentale c’era la città principale, Huamalpai, e proprio dietro ad essa, come una scatola sulla zattera, si levava l’altopiano delle Terre Alte di Alam.

Gardius atterrò senza indugio. Il campo era sulla zona pianeggiante sul lato di Huamalpai che dava verso le paludi, una pianura asciutta sotto la luce rosata di Ramus. Huamalpai si trovava a dieci miglia di distanza tra le basse colline, che offrivano una misera protezione contro le scorrerie dei mercanti di schiavi.

Mardien preparò il poco bagaglio con mani ansiose, guardando ogni dieci secondi fuori dal portello verso il grande dirupo roccioso che segnava il limitare della sua terra natia. Gardius la vide d’un tratto in una nuova luce: una ragazza molto entusiasta, molto idealista, e molto giovane. Si girò di scatto, con un vago rossore di colpa che gli scaldava le guance, e si mostrò occupato ad assumere la dose di parabamina 67 per contrastare gli effetti dell’atmosfera altamente ossigenata.

Batterono al portello esterno. Gardius aprì, e si identificò ai rappresentanti di Re Daurobanan. Erano uomini bassi e con i lineamenti appiattiti, e capelli diritti e neri legati in codini. La loro uniforme era costituita da un paio di brache azzurre ampie e luccicanti, e da un peculiare ornamento che portavano sulle spalle come grandi ali di libellula, utili a chissà quale funzione. Erano taciturni, veloci, vaghi. Gardius pagò la piccola tassa di approdo e gli ufficiali se ne andarono.

Si gettò la cappa sulle spalle, agganciò la borsa alla cinghia che gli passava diagonalmente sul petto, e fu pronto a scendere. Mardien saltò a terra, si girò e attese che Gardius chiudesse la navicella.

Poi Gardius la raggiunse e ci fu un momento di imbarazzato silenzio. Allora Mardien gli tese la mano. «Le nostre vite sembrano portarci in differenti direzioni, Gardius.»

Il vento, sollevando turbini di polvere dal campo, le scompigliava i capelli. Gardius deglutì a fatica, le afferrò la mano. Mardien, con gli occhi umidi, gli cadde sul petto con un rantolo lieve che parve sfuggirle di gola. Gardius se la tenne contro, la strinse forte. Una vampata calda sgorgò da non sapevano dove.

«Mardien, voglio qualcos’altro dalla vita oltre a uccidere.»

«Oh, Jaime,» gli disse pronunciando il suo nome per la prima volta, «Vorrei che fosse semplice!»

Da sopra la spalla di lei, dall’altra parte del campo, Gardius vide una nave nera con la prua rincagnata, e un’enorme, prominente stiva di carico. Era la stessa nave che si era levata rollando da Farees, con la pancia piena di schiavi per Maxus; era la nave di Arman.

Mardien lo sentì fremere, sentì i suoi muscoli tendersi. Alzò gli occhi, vide l’espressione sul suo volto, seguì il suo sguardo.

Gardius curvò le spalle, lasciò cadere le braccia. «Le nostre vite vanno in direzioni differenti.» E la sua vita sembrava desolata, dura e grigia.

Mardien si allontanò lentamente. «Addio, Gardius. Sei stato molto buono con me.»

«Ringrazia mia sorella,» disse Gardius. «Ringrazia Thalla.»

«Addio, Gardius.» Mardien attraversò piano il campo fino a una sala d’aspetto decrepita. Gardius la vide salire su un’aeromobile, che decollò e la portò su nel cielo rosato verso Huamalpai.

Gardius rimase fermo, osservando l’orizzonte con una sensazione di sollievo fisico. Spazio da ogni lato, e sopra la sua testa la vasta cupola del cielo. Dopo settimane trascorse nella ristretta cabina si sentiva libero, pieno di energia repressa.

Oltrepassò le aerovetture, attraversò il padiglione d’attesa scoperto, e si incamminò.

La strada portava in mezzo a una pianura brulla, pavimentata di duri funghi immaturi grigioverdi. Piccoli sbuffi di polvere, turbinanti mulinelli rosa, vermigli, rossi, si avvicinavano roteando da lontano, e vagabondando verso l’orizzonte sparivano alla vista. Più avanti si appressava il dito scuro della palude.

Quando si fu affiancato, Gardius vide un terreno acquitrinoso e di odore acre. Gruppi rugginosi di canne erano allineati lungo la strada, e facevano ondeggiare barbe di ragnatele che il vento aveva trasportato dalla giungla profonda. La palude si ritirò. La strada svoltò, correndo parallela a una piantagione di granoturco.

Gardius proseguì, fischiettando tra i denti, in mezzo ai ciuffi leggeri che ondeggiavano e si inchinavano sopra la sua testa. Arman e gli Otro… perché? Era un problema che lo intrigava. Naturalmente Arman era per metà Otro. Pazzo per metà, allora?

Rifletté sugli indizi trovati nella Guida. «Gli Otro sono fanatici della legittima difesa. Non temono nulla e nessuno. Muoiono allegramente se solo possono portarsi appresso uno dei loro nemici. Nonostante tutte le loro personali stravaganze cooperano magnificamente in qualunque situazione di crisi, come quando hanno cacciato l’esercito di Re Vauhau dalla Foresta di Nord Alam. Il popolo delle Terre Basse attribuisce agli Otro caratteristiche soprannaturali, come l’immortalità, la seconda vista e simili, e racconta strane storie su questa razza insolita…»

In un certo senso la descrizione si adeguava a quello che sapeva di Arman, un mistico convinto del proprio destino. Apparentemente Arman sperava di rafforzare i dogmi del suo culto con il rituale ormai stabilito degli Otro. Immortalità? Seconda vista? Tutte le religioni prosperavano sull’umano terrore della morte, pensò Gardius: più erano sfacciate le pretese di una vita dopo la morte, più la religione era popolare. Mentre camminava Gardius sorrise lievemente. E così quello era il sogno di Arman: una rete di menti attraverso la galassia.

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