Weiss era seduto vicino alla finestra, con il bicchiere di scotch in mano. Sorrideva appena alla ragazza, senza entusiasmo. Desiderava che se ne andasse.
Poi, quando fu uscita, fu colto da una profonda tristezza, come spesso gli accadeva dopo questi incontri. Prese la bottiglia di Macallan dal pavimento e si riempì il bicchiere. Un’altra ragazza con un’altra parrucca. Si sentiva meschino e sporco.
Era solo, con il suo scotch, seduto alla finestra. La nebbia premeva sui vetri e le persone in strada erano poco più che ombre. Le auto passavano spandendo una luce gialla e opaca.
Weiss stava portando il bicchiere alla bocca, quando si fermò, scosso da un violento tremito. Improvvisamente, un sudore gelato iniziò a colargli sul collo. Aveva freddo, come se gli fosse venuta la febbre.
Non si trattava di febbre, ma di qualcos’altro, qualcosa di strano. Weiss aveva paura, vera paura e non sapeva il perché. Quel sentimento freddo e viscido gli stava penetrando nelle ossa e nelle vene e lo indeboliva. Qualcosa — una cosa situata ai margini del suo campo visivo — aveva portato una presenza simile alla morte nella stanza. Spostò lo sguardo, lentamente, con riluttanza, come se fosse terrorizzato da quello che avrebbe potuto vedere.
All’angolo della strada, nel raggio giallognolo del lampione offuscato dalla nebbia, distinse la figura di un uomo in impermeabile scuro, quasi immobile. L’uomo guardava verso la finestra di Weiss, lo osservava.
Il respiro di Weiss si arrestò per un istante. Guardava la figura senza riuscire a staccare gli occhi. La bocca gli si prosciugò. Lui si umettò lentamente le labbra con la lingua e deglutì quella che gli pareva, tutto a un tratto, cenere. Fece per posare il bicchiere dello scotch sul bracciolo della poltrona, ma quello s’inclinò e gli scivolò dalle mani. Cadde sul tappeto con un suono tintinnante e il prezioso nettare si trasformò in una macchia marroncina.
L’uomo nella nebbia lo guardava senza interruzione e Weiss ricambiava lo sguardo, quasi ipnotizzato. Pensò alla pistola, la vecchia arma di ordinanza che teneva nel cassetto. Ma non riusciva ad alzarsi, non trovava la forza di fare tre passi nella stanza e andare a prenderla. Era come un uomo prigioniero di un incubo, che vuole urlare e fuggire ma si sente i muscoli mutati in fango. Restò seduto, prigioniero dello sguardo fosco di quella figura, e sentì il gelido alito del terrore che saliva dentro di lui, sempre di più fino a diventare insopportabile finché…
Finché squillò il telefono. Il trillo acuto scosse Weiss e ruppe l’incantesimo, almeno per un istante, ma lui colse quell’istante e si alzò svelto.
Raggiunse la scrivania, alzò il ricevitore con una mano e aprì uno dei cassetti con l’altra. Mentre parlava, estrasse la pistola.
«Parla Weiss.»
«Salve, signor Weiss.» La voce di donna era bassa e calda. Non l’aveva mai sentita.
Weiss si guardò intorno, confuso, puntando la pistola sulla stanza con un movimento incerto. Il sudore era ancora freddo sulla nuca, ma la paura stava andandosene, veloce e misteriosa com’era venuta. Era stordito, come se avesse davvero avuto un incubo, come se si fosse appena svegliato. Si chiese in effetti se non fosse stato così, se non si fosse appisolato in poltrona e non avesse fatto un brutto sogno.
«Chi parla?» chiese rauco.
«Volevo solo ringraziarla, signor Weiss», rispose la donna, con voce vellutata. C’era qualcosa di irreale nel modo in cui parlava, una sensazione di distacco. «Forse un giorno potrò ringraziarla di persona.»
Weiss scosse la testa cercando di chiarirsi le idee. «Chi… chi è lei?»
«Non posso venire a trovarla adesso, mi capisce? È ancora troppo pericoloso. E neanche lei può venire da me. Se ne rende conto, vero?»
«No, io non…»
«Se lo porterebbe dietro, perché lui di certo la sorveglia ora, in ogni istante. E se lei venisse a cercarmi, lo porterebbe da me.»
Il respiro di Weiss si era fatto veloce e pesante. All’improvviso, quello che la donna diceva aveva un senso. «Forse posso aiutarla», sbottò con una voce dolce, quasi lamentosa. «Forse potrei…»
«La prego», disse la donna. «La prego, mi ascolti. Non venga. Non deve cercarmi. Lui la seguirebbe, mi troverebbe.»
«Ma…»
«E sia prudente, d’accordo? Per favore. Sia molto, molto prudente, signor Weiss.»
La linea fu interrotta. Dopo un attimo il telefono ricominciò a dare il suono di libero. Con un movimento malfermo, Weiss rimise a posto la cornetta. Si guardò intorno e pensò che doveva essersi addormentato. Non poteva che essere così. Si era addormentato e aveva sognato, ecco tutto. Anzi, probabilmente stava ancora sognando.
Stava per riporre la pistola nel cassetto, ma esitò. Tornò a fissare la finestra e, con la pistola in mano, attraversò la stanza fino a raggiungerla. Guardò giù, in direzione del lampione.
Non c’era più nessuno. Niente. Solo le ombre. Solo la nebbia.
Devo dedicare qualche riga a ringraziare le persone che mi hanno aiutato a scrivere questo libro. Alcuni loro nomi si sono persi nella memoria di un computer che è saltato, ma la maggior parte si è salvata. Mi scuso fin d’ora per le dimenticanze, nonché per eventuali errori nella grafia dei nomi o nell’attribuzione di cariche e titoli.
L’investigatore privato Lynn McLaren è stato senza dubbio il più paziente nell’ascoltare le mie domande e il più generoso nel rispondere. Raymond McGrath, dell’Institute for International Criminal Investigations, ha sopportato una lunga intervista e le successive telefonate. Audrey Schutte e tutto il personale della Hillside Aviation di Redding, in California, mi hanno introdotto ai segreti del loro mestiere. Andrea Read della Spitfire Aviation di Santa Barbara mi ha detto tutto sugli aerei e sul volo. Ty Blasingame, pilota nell’Army National Guard, mi ha insegnato tutti i segreti di un elicottero da assalto. Sono stato anche aiutato da Christopher Miller, aviere scelto dall’Air National Guard, e dal tenente colonnello Robert «Nash» Cooper, dell’Air Guard’s Office presso il comando della guardia nazionale della California. David Brunk mi ha fatto fare un eccellente — e terrificante — giro della prigione federale di Lompoc; mi raccomando, David, stai attento. Anche il tenente Rawland Swift, responsabile amministrativo delle guardie nella prigione statale di Pelican Bay, mi è stato molto utile, così come Tom Hansen, del Department of Corrections della California, e il colonnello Dennis Sarkeijian, dell’ufficio del comandante in capo della guardia nazionale. Fred Gardner, della procura del distretto di San Francisco, e Sherman Ackerson, del dipartimento di polizia di San Francisco, si sono resi disponibili per spiegarmi le procedure, così come il tenente Nick Katzenstein, ex poliziotto del dipartimento di Santa Barbara. Il dottor Lesley Wallis, vicepatologo di Miami, mi ha assistito nel descrivere le azioni più sanguinarie di Shadowman. I miei ringraziamenti vanno anche a Larry Mousouris per avermi insegnato come trattare la motocicletta di Bishop.
Sul piano personale, intendo ringraziare Robert Gottlieb del Trident Media Group; Brian Lipson dell’Endeavor Agency; Tom Doherty, Robert Gleason e Brian Callaghan di Tor/Forge; e la mia eccellente ricercatrice Wendy Miller. Su un piano ancora più personale, tutti i ringraziamenti che le parole non possono esprimere a Ellen, la miglior moglie che un uomo possa desiderare.
FINE