Andrew Klavan - Shadowman

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Shadowman: краткое содержание, описание и аннотация

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Un investigatore romantico, arguto e profondo conoscitore dell’animo umano; un motociclista e pilota, cinico e testardo, che non esita a menare le mani, e infine un giovane apprendista detective, idealista e sognatore. Sono questi i tre eroi della Weiss Investigations, un’agenzia che, sullo sfondo mutevole di San Francisco, si trova coinvolta in una fitta trama di casi che alla fine convergono in un unico grande complotto. Sembra, infatti, che dietro a tutti i delitti, gli attentati e le trame criminali ci sia un killer che nessuno ha il coraggio di nominare.
, l’uomo ombra, и una realtа o soltanto un nome, dato per spaventare poliziotti e delinquenti? И un astuto criminale o solo un fantomatico personaggio inventato per archiviare i troppi delitti irrisolti? Ma la presenza di
и reale, presente in ogni tassello di un complesso mosaico di azioni criminali finalizzate a un piano che lui solo conosce. E che solo gli agenti della Weiss Investigations sapranno svelare…
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Guardò di nuovo la porta del corridoio B. Aveva l’aspetto di sempre. E come poteva essere diversamente?

Poi un dubbio si fece spaventosamente strada dentro di lui e Mike guardò meglio. Non era possibile che la porta fosse solo socchiusa, vero? Eppure a Mike sembrava quasi che fosse così.

Mike guardò di nuovo le spie rosse e poi la porta del corridoio, al di là dello spesso vetro antiproiettile.

Poi fu la porta della stessa cabina di controllo ad aprirsi violentemente verso l’esterno. Sorpreso, o piuttosto sbalordito, Mike si girò in fretta sulla sedia. Persino in quel momento non riusciva a capire che cosa stesse succedendo. In piedi davanti a lui c’era il detenuto noto come Ben Fry.

Mike non pensò, ma si slanciò verso il pulsante delle emergenze, allungando il braccio per schiacciare il disco rosso che avrebbe fatto suonare l’allarme. Ma era troppo tardi. L’uomo chiamato Ben Fry gli fu addosso in un attimo, troppo velocemente perché Mike potesse reagire. Come da lontano, lo vide afferrargli la mano, scostarla dal pulsante e spezzargli il polso. Non ebbe neanche il tempo di sentire il dolore. Non riuscì neppure a urlare, vide solo il volto senza espressione di quell’uomo, gli occhi opachi di chi sta solo svolgendo un lavoro. Poi Mike morì.

L’uomo chiamato Ben Fry depositò il cadavere della guardia sul pavimento e si acquattò, per non essere visto. Spogliò velocemente il corpo e si tolse di dosso la casacca e i pantaloni da detenuto. Gli indumenti di Mike erano un po’ larghi, ma non tanto da costituire un problema. Bastò stringere bene la cintura per tenere a posto i pantaloni.

Poi, l’uomo chiamato Ben Fry si chinò sulla testa di Mike. I Lineamenti cordiali della guardia irlandese erano sfigurati e c’era un buco rosso al centro, nel punto in cui l’assassino gli aveva spinto la cartilagine del naso nel cervello. Ma gli occhi erano ancora intatti, aperti e fissi. L’uomo chiamato Ben Fry inserì il pollice nell’angolo del destro. Ne aveva bisogno per il controllo automatico della retina.

Quando ebbe fatto anche questo si pulì le mani nei vestiti da detenuto, si alzò in piedi e osservò il pannello centrale della cabina di controllo. Si concesse qualche istante per orientarsi, sebbene avesse studiato le piantine e sapesse già che cosa fare. Era tutto perfettamente pianificato, come al solito. L’uomo chiamato Ben Fry sapeva esattamente che cosa fare, e ora niente poteva fermarlo.

65

Weiss, nella solita poltrona, si sporse improvvisamente in avanti, di scatto. Mentre era immerso nella sua frustrazione, in attesa di avere le notizie sul disastro, gli era caduto lo sguardo su una cosa appoggiata ai margini della luce proiettata dal computer. Ora la prese in mano. Era il mio rapporto, le pagine del mio rapporto sul reverendo O’Mara. Non gli aveva prestato molta attenzione fino a quel momento, perché troppo impegnato con Shadowman. Ma ora una catena di collegamenti si formò all’improvviso nel suo cervello. Il fatto che avessi deluso le sue aspettative, che non avessi notato le incongruenze che secondo lui avrei dovuto vedere… Il fatto che mi ero ubriacato, e continuavo a insistere che il prete era pulito… In un attimo ebbe una visione chiara di tutta la faccenda, come spesso succede. Si rese conto che avevo risposto pienamente alle sue aspettative, e non mi ero ubriacato perché non avevo scoperto nulla, ma perché avevo scoperto tutto e nascosto la verità.

Nel momento stesso in cui capì queste cose, gli venne anche un’idea. Non era ancora ben delineata, ma lui non poteva aspettare. Non c’era tempo. Afferrò il telefono e compose in fretta il numero che appariva in alto sulla pratica.

L’uomo che rispose sembrava stanco, come se non fosse abituato a ricevere telefonate di sera e si aspettasse brutte notizie.

«Pronto?»

«Reverendo Reginald O’Mara?»

«Sono io, chi parla?»

Weiss si sporse ancora più avanti, e i suoi lineamenti pesanti furono illuminati dalla luce del computer. Il resto della sua figura curva e tesa era in ombra.

«Mi chiamo Weiss, dirigo un’agenzia di investigazioni.»

Ci fu un lungo silenzio. «Sì», disse il prete infine. «Ho parlato con uno dei suoi, nel pomeriggio.»

«Davvero?»

«Sì.»

Weiss trattenne un attimo il respiro. Stava bluffando, ma doveva tentare. «Volevo dirle che abbiamo deciso di tenere per noi il suo piccolo segreto», disse, e attese una risposta che non venne. Lo stomaco di Weiss si contrasse. Si stava sbagliando? «Il mio cliente andrà in prigione, dove merita di andare, e le persone che lei vuole proteggere, compreso suo fratello, saranno al sicuro. Mi sente?»

«Sì.» Il reverendo O’Mara era ancora diffidente; non era sicuro che si trattasse solo di buone notizie. «E che cosa volete in cambio?»

«Un favore», disse Weiss, svelto. «E non mi fraintenda, non si tratta di un ricatto.»

«No?»

«No. So che lei non ci cascherebbe. Qualsiasi cosa lei decida di fare, il suo segreto è al sicuro. La consideri un’opera buona.»

«Bene», disse il reverendo. «Che cosa vuole, allora?»

«Voglio che lei mi ascolti», disse Weiss con lo stesso tono tranquillo. «Voglio che ascolti quello che le devo dire, e poi mi faccia arrivare al governatore.»

66

Qualche tempo dopo, l’amministrazione penitenziaria della California convocò una commissione d’inchiesta per tentare di ricostruire che cosa fosse successo in seguito, ma neppure dopo quasi tre mesi di indagini si arrivò a saperlo per certo. L’uomo chiamato Ben Fry aveva dovuto superare altri due punti di controllo per arrivare alla cella di Whip Pomeroy. Secondo quanto risultò da un successivo controllo interno, ci aveva messo poco più di mezz’ora, eppure l’agente del controllo quattro dichiarò di non averlo visto. Per di più, al punto di guardia principale non ci si poteva neppure avvicinare senza un complesso sistema di controllo della retina e di doppie chiavi. Non c’erano segni di effrazione, ma entrambi gli agenti di guardia furono trovati morti. Era chiaro che l’uomo chiamato Ben Fry aveva utilizzato la retina di Mike O’Brien. Ma come si fosse impossessato delle chiavi rimase un mistero, come la sua abilità di percorrere i corridoi senza essere visto. Quali che fossero le conclusioni della commissione, non furono rivelate per motivi di sicurezza. Né si seppe con precisione quale fosse l’esplosivo usato dall’assassino per aprire le porte. Anche quello rimase top secret. Pareva si trattasse di una miscela di sostanze piuttosto comuni e le autorità non vollero che l’informazione trapelasse.

Ma su un punto tutti furono d’accordo: una volta che l’uomo chiamato Ben Fry aveva superato il punto di guardia principale, niente lo separava più dall’uomo che cercava. Whip Pomeroy forse non lo avrebbe neanche visto entrare, se non fosse stato svegliato dal rumore della porta che si apriva. Quando ciò accadde, Whip si alzò a sedere sulla branda. Le sue dita delicate cominciarono subito a tremare, le labbra a balbettare. Gli occhi umidi di Pomeroy saettarono qua e là, mentre il suo cuore batteva all’impazzata e la sua mente cercava una spiegazione. Terrorizzato, si alzò a fatica sulle gambe malferme.

E all’improvviso eccolo, l’uomo chiamato Ben Fry, come se fosse una cosa naturale, come se non ci fosse niente di strano. Aveva un’espressione calma, impassibile, un’espressione che terrorizzò Pomeroy più di tutto. L’uomo di nome Ben Fry era lì per fare quello che aveva promesso, e non c’erano possibilità di scampo.

Preso dal panico, Whip emise un singhiozzo e si precipitò in un angolo della cella lasciandosi cadere lungo il muro, fino a crollare sul pavimento. Le sue labbra si mossero sempre più velocemente nel solito sussurro inudibile, finché Whip non singhiozzò di nuovo ed esclamò: «Non te lo dico, non te lo dico!»

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