Il fatto che l’abbia descritto ne è la prova. E nello stesso tempo è la prova di quello che ho detto prima, della sua assoluta non coscienza di quello che stava vivendo.»
Fece un gesto con le spalle che introduceva quello che stava per dire.
«Il fatto che avesse doti da ventriloquo e che in gioventù abbia praticato quest’arte, non fa che confermare questa tesi. Si crea a volte, nelle persone predisposte, un’identificazione fra l’artista e il suo pupazzo, la cui simpatia e il cui appeal sul pubblico sono la vera causa del successo. E scaturisce l’invidia o addirittura l’avversione. So di un mio collega che ha avuto in cura un paziente che era convinto che il suo fantoccio avesse una relazione con la moglie.»
Sorrise senza allegria.
«Mi rendo conto che cose come queste, dette qui, ora, possono anche fare sorridere. Ma vi prego di credere che in un ospedale psichiatrico sono all’ordine del giorno.»
Si allontanò dalla scrivania e tornò a passeggiare per la stanza.
«Per quanto riguarda questo John Kortighan, penso che in modo involontario sia stato completamente plagiato dalla figura carismatica di padre McKean. Lo deve avere idealizzato al punto da farlo diventare un idolo. E di conseguenza abbatterlo quando ha capito chi era e che cosa stava facendo in realtà. Quando ci ho parlato mi ha proposto addirittura di dire a tutti che era lui il responsabile degli attentati, per conservare intatto il buon nome del sacerdote e tutte le cose importanti che aveva fatto nella sua vita. Come vedete la mente umana è…»
Il telefono sulla scrivania del sindaco squillò e interruppe la sua conclusione. Gollemberg allungò una mano e portò la cornetta all’orecchio.
«Pronto?»
Rimase un attimo in ascolto, senza cambiare espressione.
«Buongiorno, signore. Sì, è tutto finito. Le posso confermare che la città non corre più pericoli. Ci sono altri ordigni esplosivi ma li abbiamo individuati e resi innocui.»
Ci fu una replica dall’altra parte, che il sindaco parve accettare con piacere.
«Grazie, signore. Le farò avere quanto prima un rapporto dettagliato di questa storia pazzesca. Non appena ci avremo capito qualcosa nella sua interezza.»
Rimase ancora un attimo all’ascolto.
«Sì, glielo confermo. Vivien Light.»
Un sorriso, forse provocato dalle parole della persona al telefono con lui.
«Va bene, signore.»
Il sindaco alzò il viso a cercare Vivien e
«E per lei.»
tese la cornetta al suo stupore.
Vivien si avvicinò, la prese e la portò all’orecchio come se non avesse mai fatto prima un gesto simile.
«Pronto?»
La voce che sentì arrivare era una delle più conosciute del mondo.
«Buongiorno, signorina Light. Mi chiamo Stuart Bredford e si mormora in giro che io sia il presidente degli Stati Uniti.»
Vivien trattenne l’istinto di mettersi sull’attenti ma non riuscì a trattenere l’emozione.
«È un onore parlare con lei, signore.»
«È un onore per me. Prima di tutto mi consenta di farle le condoglianze per la perdita di sua sorella. La scomparsa di una persona cara è un pezzo di noi che svanisce. E che lascia un vuoto che non si colmerà mai. So che voi due eravate molto legate.»
«Sì, signore. Moltissimo.»
Vivien si chiese come avesse potuto sapere della morte di Greta. Poi ricordò a se stessa che si trattava del presidente degli Stati Uniti e che aveva possibilità di avere informazioni su tutto e su tutti in pochi minuti.
«Questo le rende ancora più merito. Nonostante questo lutto lei è riuscita lo stesso a portare a termine un’impresa grandiosa. Ha salvato da morte sicura centinaia di innocenti.»
«Ho fatto il mio lavoro, signore.»
«E io la ringrazio, a nome mio e di tutte quelle persone. Ora, a proposito di fare il proprio lavoro, tocca a me.»
Una pausa.
«Per prima cosa le garantisco che, nonostante i fatti emersi, Joy non chiuderà. Sarà un mio preciso impegno, che prendo con lei in questo momento. Parola di presidente.»
Vivien vide sfilare a uno a uno i visi dei ragazzi e la loro aria smarrita mentre salivano sul mezzo che li avrebbe portati altrove. Sapere che avrebbero avuto ancora una casa le riempì il cuore di pace.
«Tutto questo è meraviglioso, signore. Quei giovani ne saranno felici.»
«E per quanto riguarda lei, c’è una cosa che vorrei chiederle.»
«Dica pure, signore.»
Una piccola pausa, forse una riflessione.
«È libera il 4 Luglio?»
«Prego, signore?»
«È mia intenzione proporla per la Medaglia d’Oro del Congresso. Il conferimento di questa onorificenza avviene qui a Washington il 4 Luglio.
Pensa di riuscire a liberarsi, per quella data?»
Vivien sorrise come se l’uomo dall’altra parte potesse vederla.
«Annullerò qualsiasi impegno fin da ora.»
«Molto bene. Lei è una grande persona, Vivien.»
«Anche lei, signore.»
«Io resterò presidente per altri quattro anni. Lei per sua fortuna resterà com’è per tutta la vita. A presto, amica mia.»
«Grazie, signore.»
La voce scomparve e Vivien rimase per qualche istante in piedi accanto alla scrivania, senza sapere che dire o che fare. Appoggiò il telefono sul suo supporto e si guardò intorno. Leggeva sui visi dei presenti la curiosità.
E non aveva alcuna voglia di soddisfarla. Quello era un momento suo e finché fosse stato possibile non intendeva dividerlo con nessuno.
Una mano che bussava alla porta venne in soccorso di quella certezza e di quel silenzio.
Il sindaco si girò in quella direzione.
«Avanti.»
Un ragazzo sulla trentina si affacciò dall’uscio socchiuso. In mano reggeva un quotidiano.
«Che c’è, Trent?»
«C’è una cosa che dovrebbe vedere, signor sindaco.»
Gollemberg fece un gesto e Trent si avvicinò alla scrivania. Appoggiò sul piano davanti a lui una copia del «New York Times». Il sindaco la scorse brevemente, poi prese il giornale e lo girò in modo che tutti i presenti potessero vederlo.
«Che significa questo?»
Vivien, come tutti gli altri del resto, rimase a bocca aperta.
La prima pagina era tutta occupata da un enorme titolo.
LA VERA STORIA DI UN FALSO NOME
di
Russell Wade
Sotto c’erano due foto, ben chiare nonostante la stampa sempre precaria dei quotidiani. Nella prima, un ragazzo reggeva in braccio un grosso gatto nero. Nella seconda, John Kortighan, ripreso di tre quarti, era seduto su uno sgabello e stringeva in mano una pistola. Volgeva uno sguardo vuoto e assente verso un punto alla sua destra.
Lo sguardo di tutti i presenti si girò con un sincronismo perfetto verso Russell, che come al solito aveva scelto la sedia più defilata. Sentendosi osservato, un’espressione innocente si dipinse sul suo viso.
«Avevamo un accordo, no?»
Vivien si trovò a sorridere. In effetti era vero. Era nel suo diritto e nessuno a quel punto poteva accusarlo di aver contravvenuto alla parola data. Tuttavia, guardando la pagina del giornale, le era venuta una curiosità. Decise di soddisfarla, per lei e per tutti i presenti.
«Russell, c’è una cosa che mi piacerebbe sapere.»
«Dimmi.»
«Come hai fatto ad avere quella foto di John, se per tutto il tempo in cui siamo stati insieme non ti ho mai visto con una macchina fotografica in mano?»
Con un viso compito, Russell si alzò in piedi e si avvicinò alla scrivania.
«C’è una cosa che ho avuto in eredità da mio fratello. Lui mi ha insegnato come e quando usarla.»
Mise una mano in tasca e la estrasse chiusa a pugno. Poi stese il braccio in avanti. Quando aprì le dita e permise a tutti di vedere quello che stringevano, Vivien riuscì a stento a trattenersi dal ridere. Davanti ai loro occhi, Russell teneva sul palmo una macchina fotografica in miniatura.
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