Giorgio Faletti - Io sono Dio

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Non c’è morbosità apparente dietro le azioni del serial killer che tiene in scacco la città di New York. Non sceglie le vittime seguendo complicati percorsi mentali. Non le guarda negli occhi a una a una mentre muoiono, anche perché non avrebbe abbastanza occhi per farlo. Una giovane detective che nasconde i propri drammi personali dietro a una solida immagine e un fotoreporter con un passato discutibile da farsi perdonare sono l’unica speranza di poter fermare uno psicopatico che nemmeno rivendica le proprie azioni. Un uomo che sta compiendo una vendetta terribile per un dolore che affonda le radici in una delle più grandi tragedie americane. Un uomo che dice di essere dio.

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«Butta la pistola. Subito.»

Vivien aveva gridato per istinto ma John era chiaramente sotto shock e non pareva intenzionato a reagire, né in grado di farlo. Nonostante questo, Vivien strinse più forte il calcio della sua Glock.

«Butta la pistola, John. Subito.»

L’uomo chinò la testa verso la mano che stringeva il revolver, come se solo in quel momento si rendesse conto di averlo in pugno. Poi le sue dita si aprirono e l’arma cadde a terra. Vivien l’allontanò con un calcio.

John alzò verso di lei gli occhi pieni di lacrime. La sua voce era un lamento.

«Diremo che sono stato io. Ecco cosa faremo. Diremo che sono stato io.»

Vivien liberò le manette dalla cintura, poi le strinse intorno ai polsi dell’uomo, immobilizzandolo con le braccia dietro la schiena. Solo a quel punto si concesse di respirare.

Russell era fermo sulla soglia e guardava il cadavere steso a terra in una pozza di sangue. Vivien si chiese se in quel momento fosse lì o stesse rivivendo qualche scena del passato. Gli diede il tempo di riprendersi.

Lo stesso tempo lo concesse a se stessa.

John era seduto sullo sgabello, il viso rivolto a terra. Continuava a mormorare la sua incomprensibile litania. Da quella parte Vivien non si aspettava sorprese. Prese contatto con il posto dove si trovava. Una stanza povera, severa, senza nessuna concessione alla vanità se non per un poster di Van Gogh alla parete. Un letto a una piazza e mezza, una scrivania, un cassettone, una poltrona lisa. Dappertutto libri, di diverso genere e di diverso colore.

E a terra, accanto all’armadio, una valigia aperta.

Dal coperchio spalancato spuntavano una busta spessa e consumata di carta marrone, un album di fotografie e una giacca verde militare.

Si accorse solo in quel momento che il televisore era acceso e bloccato sul fermo immagine. Vide Russell entrare, prendere il telecomando dal piano della scrivania e rimettere in funzione il vecchio videoregistratore.

Sul video le figure tornarono ad animarsi, in una fotografia sgranata che era forse il riversamento in VHS di un vecchio Super8. Insieme alle immagini arrivarono anche le voci.

Vivien fissò con la morte nel cuore quello che lo schermo le restituiva.

Seduto al centro del palcoscenico di un piccolo teatro, fermo sotto le luci, davanti alla sala gremita, c’era un ventriloquo molto giovane, ma non tanto da non poter essere riconosciuto. Sulle sue ginocchia teneva un pupazzo di circa tre piedi di statura e lo sorreggeva con una mano infilata dietro la schiena. Il fantoccio raffigurava un uomo anziano che indossava un tunica bianca, con lunghi capelli candidi e una barba dello stesso colore.

In un altro tempo e molto lontano da lì, Michael McKean si rivolse al pupazzo e gli pose una domanda con voce spazientita.

«Ma vuoi dirmi alla fine chi sei?»

Il pupazzo rispose con una voce calma e profonda.

«Non l’hai ancora capito? Giovanotto, ma allora sei proprio stupido.»

Poi, mosso dalla mano esperta del suo animatore, girò la testa verso la platea per godere delle loro risate. Rimase un attimo in silenzio, aggrottando le spesse sopracciglia sui suoi occhi di vetro azzurri in modo innaturale.

Infine disse quello che tutto il pubblico si aspettava.

«Io sono Dio.»

CAPITOLO 36

«E quando siamo arrivati a Joy, abbiamo visto che John, il braccio destro di padre McKean, lo aveva ucciso. Questo è tutto quello che sappiamo, per il momento.»

Vivien finì il suo racconto e condivise il silenzio delle altre persone presenti nella stanza, che la guardavano con diverse espressioni. Chi già sapeva la storia, l’aveva ripercorsa tappa per tappa attraverso le sue parole e sentiva in bocca il gusto amaro della conferma. Chi l’aveva ascoltata per la prima volta dall’inizio alla fine, non riusciva a togliersi dal viso l’incredulità.

Erano le sette. La luce del mattino entrava dalla finestra e si disegnava sul pavimento.

Tutti erano sfiniti.

Nello studio del sindaco, alla New York City Hall, erano presenti Joby Willard, il capo della Polizia, il capitano Alan Bellew, Vivien, Russell e il dottor Albert Grosso, uno psicopatologo scelto da Gollemberg come consulente alle indagini, che era stato convocato di corsa per prendersi cura di John Kortighan e del suo stato confusionale.

Visto quello che Joy nascondeva fra le sue mura, tutti avevano convenuto che non era il caso che i ragazzi passassero la notte in quel posto. Erano stati affidati alle cure del personale esterno che collaborava con la comunità e sistemati provvisoriamente in un albergo del Bronx che aveva acconsentito a ospitarli.

Aveva dato un bacio a Sundance, riservandosi di rimandare al giorno dopo la notizia della morte di sua madre. Mentre li vedeva salire sul furgone, Vivien aveva pensato che ci sarebbe voluto molto lavoro prima che dimenticassero. Sperò che nessuno di loro si perdesse, mentre affrontava questa nuova prova che era chiamato a superare.

Una volta finiti i rilievi, dopo che il cadavere di Michael McKean era stato rimosso, dopo che il suo assassino era stato portato via in manette, una macchina li aveva caricati e li aveva portati al municipio, dove erano arrivati quasi contemporaneamente al capitano e dove Wilson Gollemberg, il sindaco, li attendeva su una poltrona di spine.

Per prima cosa si era assicurato che il pericolo di altre detonazioni fosse scongiurato.

Bellew aveva spiegato che gli artificieri avevano reso inservibile il telecomando che innescava le esplosioni e che, grazie alla lettera trovata in possesso del sacerdote e della conferma sulla mappa, frutto di una geniale intuizione di Vivien, avevano l’elenco preciso degli edifici minati. Pur con comprensibili disagi per i cittadini, la bonifica sarebbe iniziata di lì a poche ore.

Poi Vivien aveva riassunto la storia nella sua complessità e nella sua assurdità fino alla drammatica conclusione.

A quel punto il dottor Grosso, un uomo sui quarantacinque anni che era l’esatto contrario dello stereotipo dello psichiatra, capì che toccava a lui. Si alzò in piedi e iniziò a parlare camminando per la stanza, con una voce calma che fin dalle prime parole ebbe il potere di attirare l’attenzione dei presenti.

«Da quello che ho ascoltato, posso azzardare una diagnosi, che mi riservo di confermare dopo aver studiato meglio questo caso. Purtroppo, non potendo parlare in via diretta con la persona, devo basarmi sulle testimonianze, per cui penso che resteremo per sempre nel campo delle ipotetiche certezze.»

Si accarezzò i baffi, cercando di esprimersi con termini alla portata di tutti.

«Da quello che ho sentito, credo che padre McKean fosse affetto da molti disturbi. Il primo era uno sdoppiamento di personalità, che lo faceva smettere di essere se stesso nel momento in cui subentrava quell’altro, identificabile con una giacca verde. Per essere più chiari, quando la indossava non fingeva, non interpretava un ruolo come un attore, ma diventava davvero un uomo diverso. Del quale, quando era libero, non restava alcun ricordo. Sono sicuro che la sua angoscia, di fronte a tutte quelle morti, fosse sincera. Lo prova il fatto che ha deciso di contravvenire a uno dei massimi dogmi della sua Chiesa e di violare il segreto confessionale, purché il colpevole fosse assicurato alla giustizia e gli attentati cessassero.»

Il dottore si appoggiò a una scrivania e lasciò vagare lo sguardo intorno.

Forse quello era il suo atteggiamento quando teneva le lezioni all’università.

«Sovente, accanto a queste sindromi, compare l’epilessia. Questo termine non deve trarre in errore. Non si tratta del male che tutti siamo abituati a conoscere, vale a dire occhi bianchi, bava alla bocca, convulsioni. Si presenta a volte in forme molto diverse. Durante gli attacchi, chi ne è affetto può anche avere delle allucinazioni. Per cui non è improbabile che padre McKean, in quei momenti, vedesse il suo alter ego.

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