Si alzò in piedi e mosse alcuni passi in un appartamento che ormai conosceva a memoria. Russell era arrivato da solo dove lei aveva fallito. Si accorse che non c’erano rabbia o invidia in lei. Solo sollievo per della gente innocente che forse avrebbero salvato e ammirazione per quello che lui era riuscito a fare. Non si sentiva umiliata. E subito dopo si rese conto del motivo. Perché quel qualcuno non era un uomo qualunque, ma perché era Russell. Il tarlo riprese a rosicchiare, incurante della sua impazienza. Si provava piacere per il successo di un’altra persona solo quando la si amava. E lei si rese conto di essere completamente persa dietro a quell’uomo. Era sicura che prima o poi sarebbe riuscita a toglierselo dalla testa, ma ci sarebbe voluto molto tempo e molto impegno.
Sperò, con un briciolo di autoironia, che la ricerca di un nuovo lavoro la tenesse impegnata a sufficienza. Passò nella camera da letto, accese la luce e fece per l’ennesima volta girare lo sguardo intorno, per quella casa senza specchi e senza quadri alle pareti.
La folgorazione arrivò alla velocità che solo il pensiero e la luce possono avere.
Senza quadri alle pareti…
Quando stava con Richard, il suo vecchio fidanzato, aveva imparato a conoscere gli artisti. Lui era un architetto ma era anche un discreto pittore.
I molti dipinti appesi nella loro casa lo dimostravano. Ma dimostravano anche il naturale narcisismo che accomunava tutti gli artisti in genere. A volte in misura inversamente proporzionale al loro talento. Le sembrava strano che quell’uomo, quel Matt Corey, avesse realizzato tutti quei disegni e nel corso degli anni fosse riuscito a sfuggire alla tentazione di appenderne almeno uno.
A meno che…
Un paio di passi e fu davanti al bancone addossato alla parete. Prese dal ripiano inferiore la grossa cartellina grigia. La aprì e fece scorrere velocemente i disegni realizzati sul loro inusuale supporto di plastica trasparente
Costellazione di Karen, Costellazione della Bellezza, Costellazione della Fine…
finché non trovò quella che cercava. Il campanello suonò proprio mentre la stava estraendo dal mazzo. Appoggiò il disegno sul piano di legno ruvido e andò ad aprire la porta, sperando che non fosse Judith con un supplemento di rimostranze. Si trovò invece davanti Russell con l’aria distrutta, la barba lunga, i capelli in disordine e i vestiti spiegazzati. Nella mano destra teneva un oggetto che sembrava un manifesto arrotolato.
Pensò due cose nello stesso tempo: che lui era bellissimo e che lei era una stupida.
Lo prese per un braccio e lo tirò in casa, prima che l’uscio di fronte si aprisse.
«Vieni dentro.»
Vivien richiuse subito la porta, confondendo il rumore della serratura con la voce eccitata di Russell.
«Devo farti vedere che cosa…»
«Un attimo. Prima fanne controllare una a me.»
Tornò in camera da letto, seguita da un Russell che non riusciva a capire.
Prese il foglio di plastica scontornato di blu, dove il pittore aveva tracciato quella che secondo lui doveva essere La Costellazione dell’Ira. Il disegno era composto da una serie di punti bianchi integrati ogni tanto da puntini rossi.
Seguita dallo sguardo curioso di Russell, si avvicinò alla mappa di New York che era appesa al muro e ci appoggiò sopra il disegno. Combaciavano perfettamente. Ma mentre i punti bianchi parevano disposti a casaccio e alcuni si perdevano sul fiume o in mare, i punti rossi erano tutti sulla terraferma e avevano una precisa collocazione geografica.
Vivien lo disse soprattutto per sé, a mezza voce.
«È un promemoria.»
Poi, sempre tenendo il disegno sovrapposto alla mappa, Vivien girò la testa verso Russell che ora stava al suo fianco. Anche lui cominciava a capire, anche se non aveva idea di come Vivien ci fosse arrivata.
«Questo Matt Corey non aveva nessuna velleità artistica. Sapeva benissimo di non avere alcun talento. Ecco perché non ne ha esposto nemmeno uno. Ha fatto i disegni solo per nasconderci in mezzo questa piantina. E sono certa che i punti rossi corrispondono a tutti i posti in cui ha nascosto le bombe.»
Lasciò scivolare quella specie di lucido e quando ebbe di nuovo sotto gli occhi la mappa della città, si sentì sbiancare. Non riuscì a trattenere una esclamazione d’angoscia.
«Oh mio Dio.»
Vivien sperava di sbagliarsi, quando tornò a sovrapporre la plastica sulla cartina. Ma ebbe solo una conferma, che volle controllare all’esasperazione, percorrendo la carta con il dito e avvicinandosi fin quasi a toccare il muro.
«Ci sono bombe anche a Joy.»
«Che cos’è Joy?»
«Non ora. Dobbiamo andare. Subito.»
«Ma io…»
«Mi spiegherai strada facendo. Ora non c’è un minuto da perdere.»
Un attimo e Vivien era già alla porta. La tenne aperta mentre Russell la raggiungeva.
«Sbrigati. È un Codice RFL.»
Mentre attendevano l’ascensore, Vivien sentiva il cervello lavorare come mai prima nella sua vita. Merito delle circostanze o della pastiglia che le aveva dato il dottor Savine. Qualunque fosse l’origine di quella lucidità, in quel momento non gliene poteva fregare di meno. Cercò di richiamare alla mente le precise parole che l’uomo dalla giacca verde aveva pronunciato nel confessionale.
La santità è nella fine. Per questo non riposerò la domenica…
Questo voleva dire che il prossimo attentato era programmato per la domenica successiva. Il che concedeva un attimo di respiro per intervenire, se la sua ipotesi riguardo al lucido si fosse rivelata esatta. Ma per quanto riguardava Joy, non poteva permettersi di correre rischi. Andava evacuata con la massima celerità possibile. Non voleva perdere la sorella e la nipote in un giorno solo.
Uscirono in strada e raggiunsero di corsa la macchina. Sentiva Russell ansimare dietro di lei. L’aria disfatta che portava in giro doveva corrispondere a un pari stato fisico. Vivien pensò che avrebbe avuto tempo di riposarsi durante il viaggio verso il Bronx.
Provò a chiamare il telefono di padre McKean ma era spento. Si chiese il motivo. Eppure ormai avrebbe dovuto essere tornato a Joy da Saint John.
Forse dopo l’esperienza di poco prima desiderava che il telefono fosse solo un oggetto inanimato in fondo a una tasca. Provò a chiamare il numero di John Kortighan ma il cellulare continuava a suonare senza che nessuno rispondesse.
E a ogni squillo Vivien perdeva un anno di vita.
Mise il lampeggiante sul tetto e si staccò dal marciapiede, facendo lamentare i pneumatici sull’asfalto. Non voleva telefonare al numero della comunità, perché preferiva non mettere in allarme i ragazzi e farli prendere dal panico. Né poteva chiamare Sundance, perché agli ospiti di Joy non era concesso di avere un telefono mobile.
Mentre risaliva le strade alla massima velocità consentita dal traffico, Vivien si rivolse a Russell, che si teneva aggrappato con la mano destra al sostegno sopra il finestrino. L’impegno nella guida in quel momento era un semplice fatto animale, una questione di gesti abituali, di nervi e di riflessi.
La curiosità che sentiva dentro era uno dei pochi tratti umani che le erano rimasti.
«Allora, che hai trovato?»
«Non è meglio se pensi a guidare, ora?»
«Riesco a guidare e ad ascoltare nello stesso tempo.»
Russell parve rassegnarsi a sostenere quella prova, cercando di essere il più sintetico possibile.
«Non ti so nemmeno bene spiegare come ci sono riuscito, sta di fatto che sono risalito al nome di questo Matt Corey. Era proprio il Little Boss della foto che abbiamo visto a Hornell. È stato un compagno d’armi di Wendell Johnson in Vietnam. Per anni Matt Corey è stato ritenuto morto mentre invece aveva assunto l’identità del suo amico.»
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