Federico Montuschi - Due. Dispari

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Costarica, primavera 2015, molti temporali. Musica rock di sottofondo. 
Uno strano suicidio di un parroco di provincia.
Non convinti dalla frettolosa indagine delle autorità locali, l'ispettore Castillo, ex commissario di polizia che balbetta nei giorni piovosi, e lo Slavo, suo giovane aiutante dal passato oscuro, investigano sul caso.
Le tracce raccolte si intrecciano con le disavventure universitarie della figlia prediletta dell’ispettore, con la violenza subita da una ragazza nel corso di una strana festa e con la comparsa di un enigmatico agente italiano legato ai servizi segreti.
Il tutto senza un apparente punto di convergenza.
Solo uno sgangherato viaggio permetterà di riordinare i pezzi della vicenda, dimostrando a più riprese che da analoghi punti di partenza si possono scatenare percorsi di vita diversi, convergenti o divergenti, univoci o binari. 
E anche il Due, in queste situazioni, può diventare Dispari.
Costarica, primavera 2015, molti temporali. Musica rock di sottofondo. 
Uno strano suicidio di un parroco di provincia.
Non convinti dalla frettolosa indagine delle autorità locali, l'ispettore Castillo, ex commissario di polizia che balbetta nei giorni piovosi, e lo Slavo, suo giovane aiutante dal passato oscuro, investigano sul caso.
Le tracce raccolte si intrecciano con le disavventure universitarie della figlia prediletta dell’ispettore, con la violenza subita da una ragazza nel corso di una strana festa e con la comparsa di un enigmatico agente italiano legato ai servizi segreti.
Il tutto senza un apparente punto di convergenza.
Solo uno sgangherato viaggio permetterà di riordinare i pezzi della vicenda, dimostrando a più riprese che da analoghi punti di partenza si possono scatenare percorsi di vita diversi, convergenti o divergenti, univoci o binari. 
E anche il Due, in queste situazioni, può diventare Dispari.

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Fortunatamente, la Volvo che all’arrivo aveva impedito a Carmen di scendere era già ripartita.

Spalancò la portiera posteriore della Due Cavalli, adagiò delicatamente Carmen sul sedile bagnato - il tettuccio dell’auto era rimasto aperto per tutto il temporale - e si avviò verso la sua casa, chiedendole sottovoce di non sporcargli la macchina, nei limiti del possibile.

Da dietro, Carmen rispose affermativamente, con un semplice cenno del capo, prima di addormentarsi di colpo con un inaspettato accenno di sorriso sul volto, ebbra come mai lo era stata in vita sua.

Arrivata a destinazione, accompagnata fino alla soglia da Ronald, riuscì a malapena a entrare nell’appartamento, avvolta dal silenzio della notte, prima di crollare nel proprio letto ancora vestita.

Mar, china sui libri nella camera adiacente, non si accorse di nulla.

Si abbandonò a sogni turbolenti, di cui non sarebbe comunque rimasta traccia il giorno successivo.

Un’indagine complessa

I wish I was a sailor with someone who waited for me

I wish I was as fortunate as fortunate as me

I wish I was a messenger and all the news was good.

(Pearl Jam)

Lunedì.

Passati i giorni peggiori di quella fredda primavera costaricana, passò poco a poco anche il picco dell’influenza di Castillo.

Dopo il periodo di pit-stop, era finalmente pronto per tornare al lavoro, carico di energia e buoni propositi.

Quella mattina si svegliò presto, uscì fischiettando dalla doccia, si rasò rapidamente, si inondò di dopobarba Denim e decise di indossare, quasi per celebrare il rientro al lavoro (era la prima volta in tanti anni che si assentava per due settimane di fila) il vestito di velluto nero col panciotto che tanto lo faceva sembrare un vecchio giocatore di biliardo.

La cosa gli piaceva, considerato anche il fatto che lui, amante della goriziana, negli anni universitari aveva passato più tempo sul tavolo verde che sui libri del corso di giurisprudenza.

Per colazione la signora Conchita gli preparò un caffè doppio accompagnato da tre churros appena fritti e Castillo la ringraziò con un sonoro bacio sulla guancia.

Lei, come sempre, tentò di fingere disinteresse per quella casta manifestazione di affetto, ma fu tradita da un mal celato sorriso di soddisfazione.

Era una donna ancora affascinante, aveva occhi verdi incastonati in un viso ovale e lunga ciglia nere, gli zigomi alti e un sorriso perfetto.

I lunghi capelli neri le scendevano morbidi sulle spalle e qualche filo argenteo iniziava a manifestarsi qua e là; ciò non la preoccupava affatto e questo non faceva che aumentare il sentimento dell’ispettore Castillo, innamorato e orgoglioso della poca importanza che sua moglie attribuiva a mere questioni di apparenza.

«G-grazie, amore m-mio» disse faticosamente Castillo, affondando i denti nel churro più dorato e chiudendo gli occhi a ogni morso per sottolinearne la prelibatezza.

«Di nulla, caro» rispose la signora Conchita, dandogli le spalle e aprendo le ante della finestra della cucina, certa di trovare, sotto il cielo plumbeo, un acquazzone: suo marito, quando pioveva, balbettava.

E quando la pioggia era particolarmente intensa, come quella mattina, le parole proprio sembrava non volessero uscire dalla bocca.

In quei casi, la lingua di Castillo si intestardiva sul palato, insensibile agli sforzi di volontà dell’ispettore, con una sfumatura quasi sadica che gli provocava imbarazzi indesiderati, dai quali usciva solo chiudendo violentemente le fauci e serrando le mascelle per qualche secondo, nella maggior parte dei casi chiudendo al contempo anche gli occhi.

Gesto fastidioso, nella maggior parte dei casi, ma efficace.

Mar e Carmen entrarono quasi contemporaneamente in cucina, entrambe ancora stropicciate da una notte di poco sonno, una per motivi di studio, l’altra reduce da una festa universitaria quantomeno movimentata e innaffiata da troppo alcool.

Salutarono i genitori con un bacio sulla guancia solo accennato e si sedettero una di fronte all’altra.

Mar amava passarsi una mano fra capelli corti e neri, di un colore corvino che in molti stentavano a credere potesse essere naturale; aveva un sorriso solare baciato da una dentatura da pubblicità e due gemme verdi al posto degli occhi, chiara eredità cromosomica della madre.

Era la maggiore e fisicamente la differenza fra le due era lampante; a ventidue anni era già una donna, con le rotondità del seno e dei glutei sempre in bella evidenza, nei vestiti stretti che amava indossare.

Castillo sopportava non senza preoccupazioni quella situazione, per la poca fiducia che aprioristicamente nutriva nei confronti della nuova generazione, ma si sforzava di confortarsi pensando ai bei voti scolastici della figlia che, secondo i suoi insindacabili canoni, era una brava ragazza.

In Carmen erano invece ancora presenti i tratti dell’adolescenza e a vent’anni, diversamente da buona parte delle sue coetanee, non aveva ancora terminato lo sviluppo fisico.

I seni erano solo accennati, era di quasi dieci centimetri più bassa della sorella e pesava venti chili in meno.

Sul suo viso, dai lineamenti aspri enfatizzati dalla magrezza forse eccessiva, risaltavano curiose lentiggini concentrate soprattutto sulle gote; i capelli lunghi e mossi, non curati, contribuivano a creare il personaggio alternativo che le piaceva interpretare fuori dalle mura domestiche, in particolare nelle occasioni in cui riusciva ad accodarsi a Mar e alla sua compagnia.

«N-notte i-impegnativa, ragazze?» chiese Castillo, prima di sorseggiare il caffè nero bollente che, dopo i giorni d’influenza accompagnati da tristi tisane ristoratrici, gli sembrò più buono che mai.

La signora Conchita scaldò dell’acqua e v’immerse due bustine di the, sapendo che avrebbe fatto bene agli stomaci ingarbugliati delle figlie.

Il profumo dell’infuso pervase rapidamente la stanza e sembrò avere un effetto benefico immediato su Mar, che passò in pochi secondi dallo stato di catalessi nel quale si era presentata in cucina a quello di iperattività che tanta invidia provocava a Castillo, ormai lontano da quei ritmi che appartenevano al suo passato di brillante universitario.

Le domande della figlia maggiore lo investirono senza preavviso.

«Papà, torni al lavoro oggi? Hai voglia? Stai seguendo qualche caso? È successo qualcosa d’interessante in questi giorni? Hai visto come piove? Speriamo tu non debba parlare troppo! Mamma, questo the è buonissimo! Carmen, ti vuoi svegliare?» e così via.

Carmen, stringendo fra le mani la tazza fumante preparata dalla madre, rimase nel suo stato catatonico.

Pur incalzato dalle domande della figlia maggiore, l’ispettore Castillo abbassò la serranda del proprio ascolto e si estraniò dai successivi dieci minuti di conversazione - se di conversazione si poteva parlare, considerando che anche la signora Conchita in quelle situazioni preferiva rinunciare a intervenire nel flusso irrisolto di domande della figlia.

I pensieri iniziarono poco a poco a fluirgli liberi.

Si concentrò sui principali fatti di cronaca nera avvenuti durante il periodo passato a letto, sforzandosi di individuare quelli che potevano scaturire in nuovi lavori per lui e per lo Slavo.

Aveva bisogno di impegnare la testa, dopo i giorni a letto, e percepì una piacevole carica di adrenalina montargli poco a poco dallo stomaco.

Una raffica improvvisa di vento fece sbattere le ante della cucina.

«S-signore mie… v-vado al l-lavoro. Splendida g-giornata, eh? Ci vediamo questa s-sera».

S’infilò l’impermeabile verde, afferrò il primo ombrello che gli capitò a portata di mano e soffiò un bacio verso le sue donne, che ricambiarono il saluto, a parte Carmen, che rimase immobile con la tazza fra le mani.

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