Volodyk - Paolini2-Eldest

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Vide un uomo in abiti laceri e macchiati di sangue, con la schiena curva e un braccio appeso al collo. Il collo e le guance erano adombrati da una barba in crescita, mentre i capelli erano una matassa di ciocche aggrovigliate che gli circondavano la testa come un'aureola. Ma la cosa più spaventosa di tutte erano gli occhi, infossati nelle orbite, che gli davano l'aspetto di un fantasma. Da dentro quei due abissi torbidi, il suo sguardo ardeva come acciaio fuso, colmo di dolore, rabbia e ossessione.

Un sorriso malsano gli affiorò sulle labbra, rendendo il suo viso ancora più sconvolgente. Gli piaceva quello che vedeva. Era lo specchio di ciò che provava. Ora capiva com'era riuscito a convincere i compaesani. Scoprì i denti. Posso usare questa immagine. Posso usarla per distruggere i Ra'zac.

Rialzò la testa e s'incamminò, soddisfatto di sé. Proprio in quel momento arrivò Thane, trafelato, e gli afferrò il braccio sinistro in una stretta calorosa. «Fortemartello! Non sai quanto sono felice di vederti.»

«Sul serio?» Roran si chiese se per caso il mondo non si fosse rivoltato durante la notte.

Thane annuì con vigore. «Da quando abbiamo attaccato i soldati, tutto mi è parso privo di speranza. Mi addolora ammetterlo, ma era così. Mi batteva sempre il cuore, come se stessi per cadere in un pozzo senza fondo; mi tremavano le mani; mi sentivo malissimo. Credevo che qualcuno mi avesse avvelenato! Era peggio della morte. Ma quello che hai detto ieri mi ha guarito all'istante e mi ha lasciato intravvedere di nuovo uno scopo, un significato nel mondo! Io... io non so nemmeno spiegarti l'orrore da cui mi hai salvato. Ti sono debitore. Se ti serve qualcosa, qualsiasi cosa, non esitare a chiedere e io ti aiuterò.»

Commosso, Roran ricambiò la stretta del contadino e disse: «Grazie, Thane. Ti ringrazio.» Thane chinò il capo con le lacrime agli occhi, poi allentò la stretta e lasciò Roran solo in mezzo alla strada.

Che cosa ho fatto?

L'esodo

Una cortina di aria densa e fumosa avvolse Roran non appena ebbe messo piede nei Sette Covoni, la taverna di Morn. Si fermò sotto le corna dell'Urgali inchiodate sulla porta e aspettò che gli occhi si abituassero alla scarsa illuminazione. «C'è nessuno?» chiamò.

La porta che dava sulle stanze sul retro si spalancò di colpo, e Tara piombò nella sala, seguita a ruota da Morn. Entrambi lo guardarono torvi. Tara si piantò le mani carnose sui fianchi e chiese brusca: «Che ci fai qui?» Roran la fissò per un momento, cercando di indovinare la causa di tanta animosità. «Avete deciso se mi accompagnerete sulla Grande Dorsale?»

«Non sono affari tuoi» ribattè Tara.

Oh, sì che lo sono, pensò Roran, ma si trattenne dall'esprimerlo a voce. Invece disse: «Quali che siano le vostre intenzioni, se avete deciso per il sì, Elain gradirebbe sapere se avete spazio nei vostri bagagli per qualche altro oggetto, o se per caso serve a voi dello spazio in più. Lei ha...»

«Spazio in più!» tuonò Morn. Indicò la parete alle sue spalle, dove attendeva una fila di botti di quercia. «Impacchettati nella paglia ho dodici barili della birra più chiara, che ho tenuto alla temperatura perfetta per gli ultimi cinque mesi. Sono l'ultima partita di Quimby! Che dovrei farci, secondo te? E le mie botti di birra forte e scura? Se le lascio qui, i soldati le finiranno nel giro di una settimana, oppure le spaccheranno e verseranno la birra sul terreno, dove le uniche creature che ne godranno saranno bruchi e vermi. Ah!» Morn si lasciò cadere su una sedia, torcendosi le mani e scuotendo la testa. «Dodici anni di lavoro! Dalla morte di mio padre, ho continuato a mandare avanti la taverna come faceva lui, giorno dopo giorno. Ma poi tu ed Eragon siete arrivati a rovinare tutto. Io...» S'interruppe, respirando a fatica, e si asciugò il volto contratto con la manica.

«Su, su, vieni qui.» Tara gli cinse le spalle con il braccio e puntò l'indice contro Roran. «Chi ti ha dato il diritto di sconvolgere Carvahall con le tue chiacchiere assurde? Se partiamo, come farà il mio povero marito a guadagnarsi da vivere? Non può portarsi dietro il mestiere, come Horst o Gedric. Non può chinarsi nei campi a zappare come voi! Impossibile! Se ne andranno tutti, e noi moriremo di fame. E se anche partissimo, moriremmo di fame lo stesso. Ci hai rovinati!»

Lo sguardo di Roran passò dalla faccia arrossata e furibonda della donna a quella sconsolata di Morn, poi si volse e aprì la porta. Si fermò sulla soglia, e in tono sommesso disse: «Vi ho sempre considerati amici. Non voglio che l'Impero vi uccida.» Si strinse la giacca intorno alle spalle e uscì dalla taverna, meditabondo.

Si fermò a bere al pozzo di Fisk, dove Brigit gli andò incontro. Lei lo vide affannarsi a girare la manovella con una mano sola; gli scostò il braccio sano e issò il secchio dell'acqua, che gli passò senza bere. Lui sorseggiò il liquido fresco e disse: «Sono lieto che venga anche tu.» Le restituì il secchio.

Brigit lo squadrò con occhi inflessibili. «Riconosco la forza che ti spinge, Roran, perché è la stessa che spinge me: entrambi vogliamo trovare i Ra'zac. Ma quando l'avremo fatto, esigerò da te il risarcimento per la morte di Quimby. Non dimenticarlo mai.» Lasciò cadere il secchio nel pozzo, senza frenare la manovella che girava vorticosamente. Un istante dopo, il pozzo risuonò di un tonfo sordo.

Roran sorrise nel vederla andar via. Era più compiaciuto che avvilito per la sua dichiarazione: sapeva che se anche tutto il resto di Carvahall avesse rinunciato alla causa o fosse morto, Brigit sarebbe rimasta ad aiutarlo a inseguire i Ra'zac. Dopo - se mai ci fosse stato un dopo avrebbe dovuto pagare il suo prezzo o ucciderla. Era l'unico modo per risolvere questioni del genere.

Al calar della sera, Horst e i figli erano tornati a casa, con due piccoli fagotti di tela cerata. «Tutto qui?» chiese Elain. Horst fece un brusco cenno di assenso, poi posò i fagotti sul tavolo della cucina e li aprì, rivelando quattro martelli, tre tenaglie, una morsa, un mantice di media grandezza e un'incudine da tre libbre.

Mentre tutti e cinque cenavano intorno al tavolo,

Albriech e Baldor raccontarono di aver visto parecchie persone fare preparativi di nascosto. Roran ascoltava con attenzione, cercando di tenere a mente chi aveva prestato i muli a chi, chi non dava cenni di voler partire, e chi poteva avere bisogno di aiuto.

«Il problema più grosso» disse Baldor «è il cibo. Non possiamo trasportarne molto, e sarà difficile cacciare sulla Grande Dorsale per sfamare due o trecento persone.»

«Mmm.» Horst agitò l'indice, la bocca piena di fagioli, poi deglutì. «No, cacciare non basterà. Dovremo portare il bestiame con noi. Nell'insieme, abbiamo abbastanza pecore e capre da sfamarci tutti per un mese e più.» Roran alzò il coltello. «E i lupi?»

«Mi preoccupa di più riuscire a impedire alle bestie di perdersi per la foresta» disse Horst. «Tenerle a bada sarà un'impresa.»

Roran passò il giorno dopo ad aiutare chiunque ne avesse bisogno, parlando poco e mostrando a tutti che lavorava per il bene del villaggio. A tarda notte, crollò a letto sfinito, ma pieno di speranza.

I raggi dell'alba penetrarono nei sogni di Roran e lo destarono con un senso di aspettativa incombente. Si alzò e scese in punta di piedi; uscì sotto il portico a contemplare le montagne avvolte dalla nebbia, assorto nel silenzio del mattino. Il suo fiato formava nuvolette nell'aria, ma lui aveva caldo, perché il suo cuore trepidava di timore e aspettative. Dopo una magra colazione, Horst portò i cavalli davanti alla casa, dove Roran aiutò Albriech e Baldor a caricarli di bisacce e altri pacchi di provviste. Poi Roran s'infilò lo zaino, facendo una smorfia quando lo spallaccio strusciò sulla ferita.

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