Volodyk - Paolini2-Eldest
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«Io scelgo di lasciare Carvahall.
«Attraverserò la Grande Dorsale fino a Narda, dove prenderò una nave fino al Surda. Lì mi unirò ai Varden, che da decenni combattono per liberarci dall'oppressione.» La curiosità e la sorpresa dei contadini si trasformarono in sgomento a quell'idea. «Ma non vorrei andare da solo. Venite con me. Venite con me e cogliete l'occasione di plasmare una nuova vita per voi stessi. Liberatevi dai vincoli che vi tengono inchiodati qui.» Roran puntò il dito verso la folla, facendolo scorrere da un individuo all'altro. «Fra cento anni a partire da adesso, quali nomi affioreranno sulle labbra dei bardi? Horst... Brigit... Kiselt... Thane; canteranno le nostre gesta. Canteranno La leggenda di Carvahall, poiché saremo stati l'unico villaggio abbastanza coraggioso da sfidare l'Impero.»
Lacrime di orgoglio colmarono gli occhi di Roran. «Cosa c'è di più nobile che cancellare la turpe macchia di Galbatorix dalle terre d'Alagaésia? Non vivremo più nel terrore che le nostre fattorie vengano distrutte, o di essere uccisi e divorati. Il grano che mieteremo sarà nostro, e quello che avanzerà lo manderemo in omaggio a un re giusto e misericordioso. I fiumi e i torrenti abbonderanno d'oro. Saremo per sempre felici e contenti!
«È il nostro destino!»
Roran alzò la mano davanti alla faccia e lentamente chiuse le dita sulle mezzelune sanguinanti. Rimase immobile, chino sotto il peso della spalla ferita e delle decine di sguardi, in attesa di una risposta al suo discorso. Nessuno parlò. Alla fine si rese conto che volevano che continuasse; volevano sentire ancora parlare della causa e del futuro che aveva tracciato.
Katrina.
Mentre le tenebre s'infittivano intorno al cono di luce della torcia, Roran raddrizzò le spalle e riprese a parlare. Non nascose niente, ma s'impegnò con tutte le sue forze per far capire loro i suoi pensieri e i suoi sentimenti, perché potessero condividere il senso di missione che lo spingeva. «La nostra epoca volge al termine. Dobbiamo compiere un nuovo passo e unirci ai Varden, se vogliamo vivere liberi, insieme ai nostri figli.» Parlava alternando toni dolci e rabbiosi, ma sempre con grande fervore, per tenere avvinto il suo pubblico.
Quando ebbe esaurito la sua scorta di immagini, Roran guardò i volti dei suoi amici e vicini, e disse: «Partirò fra due giorni. Venite con me, se volete, ma io andrò in ogni caso.» Chinò il capo e si allontanò dalla torcia. La luna calante si affacciò da dietro un banco di nubi. Una leggera brezza si levò a spazzare il villaggio. Un segnavento di ferro cigolò su un tetto nel seguire la direzione del refolo.
Dalla folla si staccò Brigit, che entrò nel cono di luce, tenendosi l'orlo della veste sollevato per non inciampare. Con espressione rapita, si sistemò lo scialle. «Oggi abbiamo visto un...» S'interruppe, scrollò il capo ed emise una risatina imbarazzata. «Mi è difficile parlare dopo Roran. Non mi piace il suo piano, ma lo ritengo necessario, anche se per ragioni diverse: voglio trovare i Ra'zac e vendicare la morte di mio marito. Andrò con lui. E porterò con me i miei figli.» E fece un passo indietro.
Passò un lungo minuto di silenzio, poi si fecero avanti Delwin e sua moglie Lenna, tenendosi abbracciati. Lenna guardò Brigit e disse: «Ti capisco, sorella. Anche noi vogliamo vendetta, ma più di tutto vogliamo che gli altri nostri figli sopravvivano. Per questa ragione andremo.» Molte altre vedove di mariti uccisi si fecero avanti ed espressero la volontà di partire.
I contadini mormorarono tra di loro, poi tacquero e restarono immobili. Nessun altro sembrava disposto ad affrontare l'argomento: era troppo. Roran li capiva. Anche lui stava ancora cercando di elaborare le implicazioni. Alla fine, Horst si avvicinò alla torcia e fissò le fiamme con uno sguardo severo. «Non serve parlare oltre... Ci occorre tempo per pensare. Ognuno di noi deve decidere da solo. Domani... domani sarà un altro giorno. Forse allora le cose saranno più chiare.» Scosse il capo e levò la torcia, poi la capovolse e la spense nel terreno, lasciando gli altri a ritrovare la strada di casa al chiaro di luna.
Roran si unì ad Albriech e Baldor, che camminavano dietro i genitori a una certa distanza, per lasciarli parlare indisturbati. Nessuno dei due fratelli guardò Roran. Turbato dalla loro mancanza di espressione, Roran domandò: «Credete che verrà qualcun altro? Sono stato abbastanza convincente?»
Albriech latrò una risata. «Abbastanza convincente!»
«Roran» disse Baldor con voce strana, «stanotte avresti convinto un Urgali a mettersi a fare il contadino!» «No!»
«Quando hai finito, ero pronto ad afferrare una lancia e a correre sulla Dorsale insieme a te. E non sarei stato il solo. La domanda non è chi verrà, ma chi non lo farà. Quello che hai detto... non ho mai sentito niente del genere prima d'ora.» Roran aggrottò la fronte. Il suo obiettivo era stato quello di persuadere il villaggio ad abbracciare il suo piano, non a seguirlo ciecamente. Se è questo che vogliono, si disse con una scrollata di spalle. Eppure la prospettiva lo aveva colto impreparato. Qualche tempo prima si sarebbe sentito turbato, ma adesso era disposto ad accettare qualunque cosa lo aiutasse a salvare Katrina e i suoi compaesani.
Baldor si avvicinò al fratello. «Papà perderà la maggior parte dei suoi attrezzi.» Albriech annuì con aria solenne. Roran sapeva che i fabbri si costruivano da soli gli strumenti necessari, e che quegli strumenti formavano un lascito che veniva tramandato di padre in figlio, o di padrone in apprendista. La ricchezza e la maestria di un fabbro si misuravano in base al numero dei suoi attrezzi. Per Horst abbandonare i suoi sarebbe stato... Non sarebbe stato più duro che per chiunque altro, pensò Roran. Il suo unico rammarico era che questo avrebbe significato privare Albriech e Baldor della loro eredità.
Quando arrivarono a casa, Roran si ritirò in camera di Baldor e si sdraiò sul letto. Attraverso le pareti, sentiva le voci di Horst ed Elain che parlavano piano. Si addormentò pensando che simili conversazioni si stavano svolgendo in ogni casa di Carvahall, decidendo il suo - e il loro
destino.
Preparativi
La mattina dopo il suo discorso, Roran guardò fuori dalla finestra e vide dodici uomini uscire da Carvahall, diretti verso le Cascate di Igualda. Sbadigliò e scese in cucina zoppicando.
Horst era seduto al tavolo, da solo, intento a rigirarsi un boccale di birra fra le mani, «'giorno» disse. Roran rispose con un cenno, staccò un pezzo di pane dalla pagnotta che c'era sul bancone e si sedette dall'altro lato del tavolo. Notò gli occhi iniettati di sangue e la barba incolta di Horst, e capì che il fabbro era rimasto sveglio tutta la notte. «Sai perché quel gruppo sta salendo...»
«Devono parlare con le famiglie» tagliò corto Horst. «È dall'alba che la gente continua ad andare sulla Grande Dorsale.» Sbatte il boccale sul tavolo con un sonoro crack. «Tu non hai idea di cosa hai fatto, Roran, chiedendoci di partire. Tutto il villaggio è in subbuglio. Ci hai messi con le spalle al muro, e con un'unica via di uscita: la tua. Certi ti odiano per questo. Be', un discreto numero di compaesani già ti odiava prima per essere stato la causa di tanta sventura.»
Il pane nella bocca di Roran prese il sapore della segatura e lui si sentì pervadere dal risentimento. È stato Eragon a portare qui la pietra, non io. «E gli altri?»
Horst bevve un sorso di birra e sogghignò. «Gli altri ti adorano. Non avrei mai creduto di vedere il giorno in cui il figlio di Garrow avrebbe infiammato il mio cuore con le sue parole, ma l'hai fatto, ragazzo, ah, se l'hai fatto!» Indicò la stanza con un ampio gesto della mano. «Vedi tutto questo? L'ho costruito per Elain e i nostri figli. Mi ci sono voluti sette anni per finirla! Vedi quella trave sulla porta? Mi sono rotto tre dita per metterla a posto. E sai una cosa? Sto per abbandonare tutto a causa di quello che hai detto ieri sera.»
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