Volodyk - Paolini2-Eldest
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Proprio in quel momento, la dragonessa piombò dal cielo per atterrare davanti all'apertura, le squame sfavillanti come una costellazione di astri azzurri. Dietro di lei, gli ultimi raggi di sole screziavano la foresta, tingendo le colline di una soffusa luce ambrata che faceva scintillare gli aghi di pino come fossero incandescenti e scacciava le ombre verso l'orizzonte violetto. Da quell'altezza, la città appariva come una serie di squarci nel fitto fogliame della foresta, isole di quiete in un oceano in movimento. Per la prima volta vedevano l'intera superficie di Ellesméra, che si estendeva per parecchie miglia a ovest e a nord.
Rispetto i Cavalieri ancora di più se così era solito vivere Vrael, disse Eragon. È molto più semplice di come mi aspettavo. L'intera struttura ondeggiò per una lieve raffica di vento.
Saphira annusò le coperte. Ma dobbiamo ancora vedere Vroengard, gli rammentò lei, anche se in fondo era d'accordo. Quando Eragon chiuse la porta della camera da letto, notò qualcosa in un angolo che in principio gli era sfuggito: una scala a chiocciola che si attoreigliava intorno a una canna fumaria di legno scuro. Tenendo la lanterna sospesa davanti a sé, cominciò a salire con cautela, un passo alla volta. A un'altezza di venti piedi, emerse in uno studio arredato con una scrivania - coperta di calami, inchiostro e carta, ma niente pergamena - e un altro posatoio imbottito per draghi. Anche lì, la parete di fondo aveva un varco di accesso.
Saphira, vieni a vedere.
Come faccio? disse lei.
Da fuori. Eragon sentì la corteccia gemere e scricchiolare sotto gli artigli, mentre Saphira si arrampicava dalla camera da letto fino allo studio. Soddisfatta? disse lui al suo arrivo. Saphira gli scoccò un'occhiata di zaffiro fiammeggiante, poi si accinse a esaminare le pareti e la mobilia.
Mi chiedo, disse lei, come fa uno a ripararsi dal freddo se tutte le stanze sono esposte agli elementi.
Non lo so. Eragon esaminò le pareti su entrambi i lati dell'apertura, facendo scorrere le mani su astratti disegni ricavati nell'albero grazie alle canzoni degli elfi. Si fermò quando avvertì una scanalatura verticale nella corteccia. La tirò, e una membrana diafana si srotolò dalla parete. Tendendola attraverso il varco, trovò una seconda scanalatura dove inserire il bordo del tessuto. Non appena l'ebbe chiusa, l'aria si fece più densa e notevolmente più calda. Ecco la risposta, disse. Lasciò andare la membrana, che si richiuse con uno schiocco nel suo alloggiamento.
Quando tornarono nella stanza da letto, Eragon disfece lo zaino, mentre Saphira si raggomitolava sulla pedana. Il giovane ripose con cura lo scudo, i bracciali, gli schinieri, la calotta e l'elmo, poi si sfilò la tunica e si tolse la cotta di maglia foderata di cuoio. Si sedette a torso nudo sul letto e studiò le maglie oliate, colpito dalla loro somiglianza con le squame di Saphira.
Ce l'abbiamo fatta, disse, assorto.
Un lungo viaggio... ma sì, ce l'abbiamo fatta. Siamo stati fortunati a non aver incontrato ostacoli sul cammino. Lui annuì. Ora scopriremo se ne è valsa la pena. A volte mi chiedo se non avremmo impiegato meglio il nostro tempo aiutando i Varden.
Eragon! Sai benissimo che devi approfondire la tua istruzione. Brom avrebbe voluto così. Per giunta, valeva la pena di fare tutto questo viaggio anche solo per vedere Ellesméra e Islanzadi.
Può darsi. Poi chiese: Che ne pensi di tutta quanta la situazione? Saphira schiuse appena le labbra sui denti aguzzi. Non lo so. Gli elfi hanno più segreti di Brom, e con la magia sanno fare cose che non avrei mai pensato possibili. Non ho idea di quali metodi usino per far crescere gli alberi con queste forme, o come Islanzadi abbia evocato la pioggia di fiori. Va oltre la mia comprensione.
Eragon si sentì sollevato nello scoprire che non era il solo a sentirsi intimidito. E Arya?
Che cosa vorresti dire?
Sai, ora che sappiamo chi è in realtà.
Non è cambiata lei, ma la percezione che tu hai di lei. Saphira emise una risatina gutturale che risuonò come pietre che sbatacchiano le une contro le altre, e appoggiò la testa sulle zampe davanti.
Ormai le stelle brillavano in cielo, e i bubbolii delle civette riecheggiavano per tutta Ellesméra. Il mondo era calmo e silenzioso mentre sprofondava nella notte liquida.
Eragon si infilò sotto le lenzuola lanuginose e allungò una mano per schermare la lanterna, poi si fermò, la mano a un soffio dal gancio. Era nella capitale degli elfi, a cento piedi da terra, disteso nel letto che un tempo era appartenuto a Vrael.
Era un pensiero sconvolgente.
Si alzò, prese la lanterna con una mano e Zar'roc con l'altra, e sorprese Saphira strisciando nel suo giaciglio e rannicchiandosi contro il suo fianco tiepido. Lei mormorò e lo coprì con un'ala vellutata, mentre il giovane spegneva la luce e chiudeva gli occhi.
Insieme si addormentarono profondamente nel cuore di Ellesméra.
Brandelli di memoria
Eragon si destò all'alba, fresco e riposato. Battè piano la mano sulle costole di Saphira, e lei sollevò l'ala. Eragon si passò una mano tra i capelli e si alzò per dirigersi all'apertura nella parete, dove si appoggiò a uno stipite, sentendo la corteccia ruvida contro la sua spalla. Sotto di lui, la foresta scintillava come un campo di diamanti, mentre ogni albero rifletteva la luce del mattino con milioni di goccioline di rugiada.
Trasalì di sorpresa quando Saphira lo superò di slancio, tuffandosi verso le chiome degli alberi, avvitandosi su se stessa come una trivella, prima di risalire e tracciare cerchi in aria, ruggendo di gioia. Buongiorno, piccolo mio. Lui sorrise, felice che lei fosse felice.
Eragon aprì la porta scorrevole della camera da letto e trovò due vassoi di cibo - perlopiù frutta - che erano stati lasciati sulla soglia durante la notte. Vicino ai vassoi c'era un cumulo di indumenti, con sopra un biglietto. Eragon ebbe difficoltà a decifrare la scrittura fluente, dato che era oltre un mese che non leggeva e aveva dimenticato alcune lettere, ma alla fine riuscì a capire.
Salute a voi, Saphira Bjartskular ed Eragon Ammazzaspettri.
Io, Bellaen del Casato di Miolandra, mi prostro e chiedo venia a te, Saphira, per questo misero pasto. Gli elfi non cacciano, e non si trova carne a Ellesméra, come in nessuna delle nostre città. Se desideri, potrai fare come facevano i draghi di un tempo, e andare a caccia nella Du Weldenvarden. Ti chiediamo soltanto di utilizzare le tue capacità predatorie nella foresta, affinchè la nostra aria e la nostra acqua restino incontaminate dal sangue. Eragon, questi abiti sono per te. Sono stati tessuti da Niduen della casa di Islanzadi, e sono il suo regalo per te. Che la fortuna vi assista,
che la pace regni nei vostri cuori,
e che le stelle vi proteggano.
Bellaen du Hljddhr
Quando Eragon riferì il messaggio a Saphira, lei disse: Non importa; non avrò bisogno di mangiare per parecchio tempo dopo la cena di ieri. Tuttavia divorò un paio di torte ai semi aromatici. Tanto per non sembrare scortese, spiegò. Dopo che Eragon ebbe finito di fare colazione, issò il fagotto di indumenti sul letto e lo aprì: scoprì due lunghe tuniche color ruggine bordate di verde acido, un paio di gambali color crema da legarsi ai polpacci, e tre paia di calze così morbide che quando se le fece scorrere fra le dita parvero liquide. La qualità dei tessuti era tale da far impallidire le filatrici di Carvahall e da far sembrare rozzi gli abiti dei nani che indossava.
Eragon fu contento dei nuovi vestiti. La sua tunica e i suoi calzoni erano logorati dal viaggio e dall'esposizione alla pioggia e al sole. S'infilò una delle lussuose tuniche e ne assaporò la serica leggerezza.
Si era appena allacciato gli stivali quando qualcuno bussò alla porta. «Avanti» disse, allungando una mano verso Zar'roc.
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