Volodyk - Paolini2-Eldest
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Arya rispose dopo quella che parve un'eternità. «Per settant'anni ho vissuto e amato, combattuto e ucciso senza mai parlarti, madre mia. Benché le nostre vite siano lunghe, questo non è certo un breve periodo.»
Islanzadi si ricompose e alzò il fiero mento, percorso da un lieve tremito. «Non posso disfare il passato, Arya, anche se lo desidero con tutto il cuore.»
«E io non posso dimenticare quanto ho subito.»
«E non devi.» Islanzadi afferrò le mani della figlia. «Arya, io ti voglio bene. Tu sei tutta la mia famiglia. Vai se devi, ma a meno che tu non voglia rinnegarmi, vorrei riconciliarmi con te.»
Per un terribile momento parve che Arya non volesse rispondere, o peggio, che intendesse rifiutare l'offerta. Eragon la vide esitare e scoccare occhiate fugaci ai presenti. Poi l'elfa abbassò gli occhi e disse: «No, madre. Non me ne andrò.» Islanzadi accennò un sorriso incerto, poi abbracciò di nuovo la figlia. Questa volta Arya ricambiò il gesto, e sui volti degli elfi si dipinsero sorrisi soddisfatti.
Il corvo bianco saltellò sul trespolo, gracchiando: «E sul portale venne inciso a ricordare quel che sarà il motto familiare, Che tra noi ci si possa sempre amare!»
«Zitto, Blagden» intimò Islanzadi al corvo. «Tieni per te le tue rime strampalate.» Liberandosi dall'abbraccio, la regina si rivolse a Eragon e Saphira. «Vi prego di scusarmi per essere stata scortese e avervi ignorati, voi che siete i nostri ospiti più importanti.»
Eragon si toccò le labbra e poi torse la mano destra portandola al petto, come gli aveva insegnato Arya. «Islanzadi Dròttning. Atra esterni ono thelduin.» Non c'erano dubbi su chi dovesse parlare per primo.
Gli occhi neri di Islanzadi si spalancarono. «Atra du evarìnya ono varda.»
«Un atra mor'ranr lifa unin hjarta onr» rispose Eragon, completando il rituale. Capì che gli elfi erano rimasti di stucco nel vedere che conosceva bene le loro usanze. Nella mente, ascoltò Saphira che ripeteva il saluto alla regina. Quando finì, Islanzadi domandò: «Drago, qual è il tuo nome?»
Saphira.
Un lampo di riconoscimento comparve sul volto della regina, ma non fece alcun commento. «Benvenuta a Ellesméra, Saphira. E il tuo, Cavaliere?»
«Eragon Ammazzaspettri, maestà.» Questa volta, gli elfi seduti alle loro spalle mormorarono in maniera più che evidente; perfino Islanzadi parve sorpresa.
«Un nome potente» disse in tono pacato, «che di rado imponiamo ai nostri figli... Benvenuto a Ellesméra, Eragon Ammazzaspettri. Ti aspettavamo da tempo.» Poi si rivolse a Orik, lo salutò e infine tornò a sedersi sul trono, drappeggiandosi lo strascico del mantello di velluto sul braccio. «La tua presenza qui, Eragon, dopo così breve tempo dalla scomparsa dell'uovo di Saphira, come anche l'anello che porti al dito e la spada al tuo fianco, mi fanno supporre che Brom sia morto e che il tuo addestramento con lui sia rimasto incompleto. Avrei piacere di ascoltare innanzitutto la tua storia, compresa la morte di Brom e le circostanze che ti hanno fatto incontrare mia figlia. Poi, nano, vorrò conoscere i motivi della tua missione qui, e infine tu, Arya, mi racconterai le tue peripezìe, fin dall'agguato nella Du Weldenvarden.»
Non era la prima volta che Eragon narrava le proprie avventure, e non ebbe difficoltà a ripeterle davanti alla regina. Nelle rare occasioni in cui la memoria lo tradiva, interveniva Saphira a fornire dettagliate descrizioni degli eventi. Più di una volta, lasciò che fosse lei a raccontare. Quando ebbero finito, Eragon estrasse la pergamena di Nasuada dallo zaino e la consegnò a Islanzadi.
La regina prese la pergamena, ruppe il sigillo di cera rossa e, dopo aver finito di leggere la missiva sospirò, chiudendo gli occhi per qualche istante. «Ora comprendo quanto sia stata grande la mia follia. Mi sarei risparmiata molte sofferenze se non avessi ritirato i miei guerrieri e ignorato i messaggèri di Ajihad, dopo aver saputo che Arya era caduta in un'imboscata. Non avrei mai dovuto incolpare i Varden della sua morte. Per essere tanto vecchia, sono ancora troppo stolta...»
Seguì un lungo silenzio, poiché ovviamente nessuno osava assentire o dissentire. Facendo appello a tutto il suo coraggio, Eragon disse: «Dato che Arya è tornata sana e salva, vorresti concedere di nuovo il tuo aiuto ai Varden? Nasuada non può farcela da sola, e io mi sono votato alla
sua causa.»
«La mia controversia con i Varden è sabbia nel vento» disse Islanzadi. «Non temere. Li aiuteremo come facevamo un tempo, anzi, di più, grazie a te e alla loro vittoria sugli Urgali.» Tese la mano aperta. «Vorresti darmi l'anello di Brom, Eragon?» Senza esitare, lui si sfilò l'anello e lo porse alla regina, che lo prese con le dita affusolate. «Non avresti dovuto portarlo, Eragon, poiché non era destinato a te. Tuttavia, grazie all'aiuto che hai reso ai Varden e alla mia famiglia, ora ti nomino Amico degli Elfi e ti concedo questo anello, Aren, affinchè tutti gli elfi, ovunque tu vada, sappiano che sei degno di fiducia e di aiuto.»
Eragon la ringraziò e si rimise l'anello al dito, profondamente consapevole dello sguardo della regina, che lo fissava in maniera inquietante, come volesse sondargli l'anima. Aveva la sensazione che lei sapesse tutto quello che lui avrebbe potuto dire o fare. La regina dichiarò: «Sono anni che nella Du Weldenvarden non abbiamo notizie di gesta simili a quelle che hai compiuto. Noi siamo abituati a uno stile di vita più lento rispetto al resto di Alagaèsia, e mi preoccupa che siano accadute così tante cose senza che una sola parola raggiungesse le mie orecchie.»
«Cosa hai deciso in merito al mio addestramento?» Eragon scoccò un'occhiata furtiva agli elfi seduti, chiedendosi se uno di loro potesse essere Togira Ikonoka, la presenza che lo aveva raggiunto mentalmente e liberato dall'influenza nefasta di Durza dopo la battaglia del Farthen Dùr, e che lo aveva incoraggiato ad andare a Ellesméra. «Comincerà a tempo debito. Purtroppo, temo che istruirti sia vano, finché la tua infermità persiste. A meno che tu non riesca a vincere la magia dello Spettro, non sarai altro che un debole fantoccio. Potrai ancora esserci utile, ma solo come ombra della speranza che abbiamo nutrito per secoli.» Islanzadi parlò senza astio, eppure le sue parole colpirono Eragon come un maglio. Sapeva che la regina aveva ragione. «Non è certo colpa tua se ti trovi in queste condizioni, e mi addolora dar voce a questi pensieri, ma devi comprendere la gravita della tua invalidità... Mi rincresce.» Poi Islanzadi si rivolse a Orik. «È passato molto tempo dall'ultima volta che la tua razza è entrata nei nostri palazzi, nano. Eragon-finiarel ha spiegato i motivi della tua presenza, ma tu hai qualcosa da aggiungere?»
«Soltanto i più cordiali e rispettosi saluti da parte del mio re, Rothgar, e la preghiera, ormai superflua, di riprendere i contatti con i Varden. Inoltre, sono qui per assicurarmi che il patto che Brom ha stretto fra voi e gli umani venga rispettato.»
«Noi rispettiamo sempre le promesse, che vengano pronunciate in questa o nell'antica lingua. Accetto i saluti di Rothgar che ricambio di buon grado.» Alla fine - Eragon era sicuro che la regina desiderava farlo da quando avevano messo piede nella sala - Islanzadi chiese ad Arya: «Ora, figlia mia, dimmi. Cosa ti è accaduto?»
Arya cominciò a raccontare, con voce lenta e monocorde, prima della sua cattura, poi della lunga prigionia e delle torture patite a Gil'ead. Saphira ed Eragon avevano evitato di proposito i dettagli delle violenze da lei subite, ma Arya sembrava non avere difficoltà a parlarne. Quelle descrizioni impassibili suscitarono in Eragon la stessa rabbia di quando aveva visto le sue ferite la prima volta. Gli elfi rimasero in assoluto silenzio durante tutto il racconto, anche se le mani si contraevano sulle impugnature delle spade e i lineamenti si alteravano in espressioni tese di gelida collera. Una lacrima solitària scese lungo la guancia di Islanzadi.
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