Volodyk - Paolini2-Eldest
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Arya si riscosse. «Nemmeno Ajihad lo sapeva.»
«Cosa?»
«Al di fuori della Du Weldenvarden, non ho mai rivelato a nessuno la mia identità. Brom ne era a conoscenza - ci siamo incontrati qui la prima volta - ma lo pregai di mantenere il segreto.»
Eragon si domandò se gli stesse dando spiegazioni per senso del dovere o perché si sentiva in colpa di aver ingannato lui e Saphira. «Brom una volta mi disse che ciò che gli elfi non dicono spesso è più importante di quello che dicono.» «Ci conosceva bene.»
«Ma perché? Sarebbe stato grave se qualcuno avesse saputo?»
Questa volta Arya esitò. «Quando lasciai Ellesméra, non avevo alcun desiderio di ricordare il mio rango. Né mi sembrava rilevante ai fini della mia missione con i Varden e i nani. Non aveva niente a che vedere con chi sono diventata... con chi sono.» Scoccò un'occhiata alla regina.
«Almeno a me e a Saphira avresti potuto dirlo.»
Arya sembrò irritarsi per il tono di rimprovero nella sua voce. «Non avevo ragione di supporre che la mia posizione rispetto a Islanzadi fosse migliorata, e dirvelo non avrebbe cambiato niente. I miei pensieri restano miei e basta, Eragon.» Il giovane arrossì per il significato implicito nella frase: perché mai lei - una principessa elfica con incarichi diplomatici, più vecchia di quanto potevano esserlo suo padre e suo nonno, chiunque fossero - doveva confidarsi con lui, un umano di appena sedici anni?
«Se non altro» mormorò lui, «hai fatto pace con tua madre.»
Lei gli rivolse uno strano sorriso. «Avevo scelta?»
In quel momento, Blagden saltò dalla spalla di Islanzadi e trotterellò al centro del tavolo, facendo guizzare la testa a destra e a sinistra in una parodia di inchino. Si fermò davanti a Saphira, diede in un colpetto di tosse rauca, e gracchiò: I draghi, come le brocche,
Hanno ventri bombati.
I draghi, come i fiaschi,
Hanno colli allungati.
Ma i primi due portano birra da bere,
Gli altri sanno solo mangiare!
Gli elfi rimasero impietriti e mortificati, aspettando la reazione di Saphira. Dopo un lungo silenzio, la dragonessa alzò gli occhi dal pasticcio di mele cotogne ed esalò uno sbuffo di fumo che avvolse Blagden. Specie i pennuti, disse, proiettando i suoi pensieri affinchè tutti sentissero. Gli elfi si rilassarono con una sonora risata, mentre Blagden ondeggiava, gracchiando indignato e sbattendo le ali per dissipare il fumo. «Chiedo scusa per i versi impertinenti di Blagden» disse Islanzadi. «Ha sempre avuto la lingua tagliente, per quanto abbiamo provato a smussarla.» Scuse accettate, rispose Saphira con calma, e tornò al suo pasticcio. «Da dove viene?» chiese Eragon, desideroso di tornare a termini più cordiali con Arya, ma spinto anche da sincera curiosità. «Blagden» disse Arya «una volta salvò la vita di mio padre. Evandar stava combattendo contro un Urgali quando inciampò e perse la spada. Ma prima che l'Urgali avesse il tempo di colpire, un corvo si avventò su di lui e gli cavò gli occhi. Nessuno sa perché l'uccello compì quel gesto, ma la distrazione consentì a Evandar di recuperare il controllo e vincere la battaglia. Mio padre è sempre stato molto generoso: così ringraziò il corvo benedicendolo con un incantesimo di intelligenza e lunga vita. Tuttavia la magia ebbe due effetti che non aveva previsto: Blagden perse il colore del piumaggio e ottenne la facoltà di predire alcuni eventi.»
«Può vedere il futuro?» chiese Eragon, allibito. «Vedere? No. Diciamo che a volte può percepire cosa sta per accadere. A ogni buon conto, parla sempre per enigmi, la maggior parte dei quali sono soltanto un mucchio di sciocchezze. Ma ricorda, se Blagden viene da te e ti dice qualcosa che non è un indovinello o una battuta di spirito, allora sarà meglio che tu faccia tesoro delle sue parole.» Una volta concluso il pasto, Islanzadi si alzò - imitata subito dagli altri in un frastuono di sedie - e disse: «S'è fatto tardi. Sono stanca e desidero tornare nella mia alcova. Saphira, Eragon, accompagnatemi, così vi mostrerò dove potrete dormire per stanotte.» La regina fece un cenno con la mano ad Arya, poi lasciò la tavola. Arya la seguì.
Quando Eragon aggirò il tavolo insieme a Saphira, si fermò davanti alla vecchia-bambina, rapito dai suoi occhi felini. Ogni dettaglio del suo aspetto, dagli occhi e dai capelli ispidi ai candidi denti aguzzi, suscitò in Eragon un ricordo. «Sei una gatta mannara, non è vero?» Lei battè le palpebre una volta, poi scoprì i denti in un sorriso pericoloso. «Ho conosciuto uno della tua specie, Solembum. L'ho incontrato a Teirm e nel Farthen Dùr.»
Il suo ghigno si allargò. «Già. Un tipo in gamba. Gli umani mi annoiano, ma lui trova divertente viaggiare con Angela l'indovina.» Poi il suo sguardo si posò su Saphira, ed emise un borbottio di gola simile alle fusa per mostrare apprezzamento.
Come ti chiami? chiese Saphira.
«I nomi sono qualcosa di molto potente qui nella Du Weldenvarden, cara la mia dragonessa. Tuttavia... fra gli elfi, sono conosciuta come l'Osservatrice, oppure Zampalesta, o anche la Danzatrice dei Sogni, ma voi potete chiamarmi Maud.» Scrollò la criniera di ispide ciocche bianche. «Fareste meglio a raggiungere la regina, fanciullini; non ha simpatia per gli sciocchi o i pelandroni.»
«È stato un piacere conoscerti, Maud» disse Eragon con un inchino. Anche Saphira fece un cenno con la testa. Eragon guardò Orik, chiedendosi dove avrebbero alloggiato il nano, poi si affrettò a seguire Islanzadi. Raggiunsero la regina proprio mentre lei arrivava alla base di un albero. Il tronco era solcato da una delicata scala a chiocciola che risaliva a spirale verso una serie di stanze globulari sostenute sulla cima dell'albero da un ventaglio di rami.
Islanzadi alzò una mano elegante e indicò il nido. «Tu dovrai volare fin lassù, Saphira. Le nostre scale non sono state costruite pensando ai draghi.» Poi si rivolse a Eragon. «Questi sono gli alloggi destinati al capo dei Cavalieri dei Draghi in visita a Ellesméra. Li concedo a te adesso, poiché sei il legittimo erede di quel titolo... È la tua eredità.» Eragon non fece nemmeno in tempo a ringraziarla, perché la regina si voltò e si allontanò insieme ad Arya, che lo guardò per un lungo momento prima di venire inghiottita dalla città.
Andiamo a vedere come ci hanno sistemati? disse Saphira, e spiccò il volo, risalendo verso la cima dell'albero e girando intorno al tronco, con la punta di un'ala perpendicolare al suolo. Quando Eragon posò il piede sul primo scalino, capì che Islanzadi aveva detto il vero: la scala era un tutt'uno con l'albero. La corteccia era liscia e piatta per tutti i piedi elfici che l'avevano calpestata, ma faceva ancora parte del tronco, come le intricate colonnine a tortiglione della balaustra e il curvo corrimano che gli scivolava sotto il palmo.
Poiché la scala era stata costruita tenendo a mente la forza degli elfi, era più ripida di quanto Eragon fosse abituato, e ben presto cominciarono a bruciargli le cosce e i polpacci. La salita fu così faticosa che quando raggiunse la cima dopo aver varcato una botola sul pavimento di una delle stanze - si appoggiò le mani sulle ginocchia, piegato in due per riprendere fiato. Quando si riebbe, si raddrizzò ed esaminò l'ambiente.
Si trovava in un vestibolo circolare con un piedistallo al centro, su cui si ergeva una scultura raffigurante due braccia e due mani che si levavano al cielo avvolgendosi su se stesse senza toccarsi. Tre porte scorrevoli separavano il vestibolo da altrettante stanze: un'austera sala da pranzo che poteva contenere al massimo dieci persone, un camerino con un'ampia cavità al centro del pavimento che Eragon non capì a cosa servisse, e infine una camera da letto che si affacciava sull'immensa distesa della Du Weldenvarden.
Eragon sganciò una lanterna dal soffitto ed entrò nella camera da letto, proiettando una serie di ombre che saltavano e vorticavano come danzatori impazziti. Sulla parete esterna era stata ricavata un'apertura a forma di goccia, abbastanza grande da far passare un drago. Nella stanza c'erano un letto, disposto in modo da poter guardare il cielo e la luna stando distesi; un caminetto fatto di legno grigio, duro e freddo come l'acciaio al tatto, come se il legno fosse stato pressato fino a ottenere una densità inimmaginabile; e un'enorme pedana, rivestita di morbide coperte, dove avrebbe dormito Saphira.
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