Volodyk - Paolini2-Eldest
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Ci volle qualche istante perché Eragon recuperasse la voce. «Non puoi fare la posta a un cervo se vai di fretta.» Oromis posò il suo boccale. «Giusto. Fammi vedere le tue mani. Sai, le mani dicono molto di una persona.» Eragon si tolse i guanti e lasciò che l'elfo gli prendesse i polsi con le dita lunghe e scarne. Oromis esaminò i calli di Eragon e disse: «Correggimi se sbaglio. Hai impugnato falci e forconi molto più spesso di una spada, anche se sei abituato a maneggiare l'arco.»
«Giusto.»
«E hai scritto o disegnato assai poco.»
«Brom mi ha insegnato a leggere a Teirm.»
«Mmm. A parte la scelta degli attrezzi, mi sembra evidente che tendi a gettarti a capofitto nelle situazioni senza badare alla tua incolumità.»
«Cosa te lo fa credere, Oromis-elda?» chiese Eragon, usando l'appellativo più rispettoso e formale. «Non elda» lo corresse Oromis. «Puoi chiamarmi maestro in questa lingua, oppure ebrithil nell'antica lingua, sarà sufficiente. Porgerai la stessa cortesia a Glaedr. Noi siamo i tuoi insegnanti; e voi i nostri allievi. Vi comporterete con rispetto e deferenza.» Oromis usò un tono gentile, ma con l'autorità di chi si aspetta obbedienza incondizionata. «Sì, maestro Oromis.»
«Vale lo stesso per te, Saphira.»
Eragon percepì quanto fosse difficile per Saphira rinunciare al suo orgoglio abbastanza da dire Sì, maestro. Oromis annuì. «Ora a noi. Chiunque abbia una tale collezione di cicatrici è stato perseguitato dalla sfortuna o combatte come un demonio, oppure insegue deliberatamente il pericolo. Combatti come un demonio?»
«No.»
«Né mi sembri perseguitato dalla sfortuna, anzi, tutt'altro. Questo lascia spazio a un'unica spiegazione. A meno che non la pensi diversamente.»
Eragon ripercorse le esperienze avute a casa e durante i suoi viaggi, nel tentativo di catalogare il proprio comportamento. «Direi piuttosto che quando mi prefiggo un obiettivo, voglio realizzarlo a tutti i costi... specie se qualcuno che amo si trova in pericolo.» Il suo sguardo guizzò dalla parte di Saphira.
«Ti piace dunque intraprendere strade pericolose?»
«Mi piacciono le sfide.»
«Quindi provi il desiderio di cimentarti nelle avversità per mettere alla prova le tue capacità.»
«Mi piace vincere le sfide, ma ho affrontato abbastanza traversie da sapere che è sciocco rendere le cose più difficili di quanto già non siano. È quanto posso fare per sopravvivere.»
«Eppure hai scelto di inseguire i Ra'zac, quando sarebbe stato più facile restare nella Valle Palancar. E sei venuto qui.» «Era la cosa giusta da fare... maestro.»
Per lunghi minuti regnò il silenzio. Eragon provò a immaginare che cosa stesse pensando l'elfo, ma non riusciva a decifrare alcuna emozione sulla maschera impassibile del suo volto. Alla fine, Oromis si riscosse. «Per caso, ti hanno dato un monile di qualche tipo a Tarnag? Un gioiello, un ornamento, magari una moneta?»
«Sì.» Eragon s'infilò la mano nella tunica ed estrasse la catena con il piccolo martello d'argento. «L'ha fatto Gannel per me su ordine di Rothgar, per impedire a chiunque di divinare me o Saphira. Temevano che Galbatorix potesse scoprire il mio volto... Come lo sapevi?»
«Perché» disse Oromis «non riuscivo più a percepirti.»
«Qualcuno ha tentato di divinarmi vicino a Silthrim una settimana fa. Eri tu?»
Oromis fece no con la testa. «Dopo la prima volta che ti ho divinato con Arya, non ho più avuto bisogno di ricorrere a un metodo così incivile per trovarti. Potevo toccare la tua mente con la mia, come ho fatto quando eri ferito nel Farthen Dùr.» Prendendo l'amuleto, mormorò alcune frasi nell'antica lingua, poi glielo restituì. «Non contiene altri incantesimi occultati. Tienilo sempre con te; è un dono prezioso.» Unì i polpastrelli, le unghie chiare e rotonde come squame di pesce, e contemplò l'orizzonte. «Perché sei qui, Eragon?»
«Per completare il mio addestramento.»
«E cosa pensi che voglia dire?»
Eragon si agitò, a disagio. «Imparare altro sulla magia e sulle tecniche di combattimento. Brom non ha potuto finire di insegnarmi tutto quel che sapeva.»
«La magia, l'arte della scherma, e tutte le altre tecniche sono inutili se non sai come e quando applicarle. Questo ti insegnerò. Tuttavia, come ha dimostrato Galbatorix, il potere senza rigore morale è la forza più pericolosa del mondo. Il mio principale compito, pertanto, sarà aiutare voi, Eragon e Saphira, a comprendere quali principi debbano guidarvi, perché non facciate le scelte giuste per le ragioni sbagliate. Dovrete apprendere di più su voi stessi, chi siete e che cosa siete in grado di fare. Ecco perché siete qui.»
Quando cominciamo? domandò Saphira.
Oromis fece per rispondere, quando il suo corpo s'irrigidì e il boccale gli cadde di mano. Divenne rosso in volto e le sue dita si trasformarono in artigli che stringevano la veste come lappole. Il cambiamento fu spaventoso e repentino, ma Eragon non ebbe nemmeno il tempo di muovere un dito che l'elfo si era già calmato, anche se il suo corpo tradiva un'estrema debolezza.
Preoccupato, Eragon si arrischiò a chiedere: «Stai bene?»
Oromis sollevò un angolo della bocca in un sorriso ironico. «Meno di quanto vorrei. Noi elfi ci illudiamo di essere immortali, ma nemmeno noi possiamo sfuggire a certe malattie della carne. Con la nostra magia possiamo soltanto rallentarle. No, non temere... non è contagiosa, ma non posso guarirmi.» Sospirò. «Ho passato decenni a evocare su di me piccoli, deboli incantesimi che, strato dopo strato, raddoppiano l'effetto dei sortilegi che ormai sono fuori dalla mia portata. Mi sono protetto con essi per poter vivere abbastanza a lungo da vedere la nascita dell'ultimo drago e per contribuire alla resurrezione dei Cavalieri dalle rovine dei nostri errori.»
«Per quanto...»
Oromis inarcò un sopracciglio obliquo. «Per quanto vivrò ancora? Abbiamo tempo, ma per noi è poco e prezioso, specie se i Varden decidono di chiamarti in loro aiuto. Di conseguenza, per rispondere alla tua domanda, Saphira, cominceremo la vostra istruzione seduta stante, e ci alleneremo più in fretta di quanto abbia mai fatto o farà qualsiasi altro Cavaliere, perché sarò costretto a condensare secoli di conoscenze in mesi e settimane.»
«Tu sai» disse Eragon, lottando per vincere l'imbarazzo e la vergogna che gli avvampavano le guance «della mia... della mia infermità.» Pronunciò l'ultima parola a fatica, odiandola con tutto se stesso. «Sono storpio come te.» Negli occhi di Oromis balenò un lampo di compassione, ma la sua voce suonò severa. «Eragon, tu sei storpio soltanto se ti consideri tale. Capisco come ti senti, ma devi restare ottimista, perché un atteggiamento negativo è più limitante di qualunque ferita fisica. Ti parlo per esperienza personale. L'autocommiserazione non aiuterà né te né Saphira. Io e gli altri stregoni studieremo la tua menomazione per vedere di trovare un modo di alleviarla, ma nel frattempo, il tuo addestramento procederà come se niente fosse.»
Eragon si sentì torcere le viscere, e assaggiò il sapore della bile nel capire che cosa avrebbe significato per lui. Oromis non può davvero volere che io sopporti ancora quel tormento! «Il dolore è intollerabile» balbettò, in preda al panico. «Mi ucciderà. Io...»
«No, Eragon, non ti ucciderà. Conosco bene la tua sofferenza. Tuttavia abbiamo entrambi un dovere da compiere, tu nei riguardi dei Varden e io nei tuoi. Non possiamo eluderlo per paura del semplice dolore. La posta in gioco è troppo alta, e non possiamo permetterci di fallire.» Eragon non potè far altro che scuotere il capo, mentre il panico minacciava di sopraffarlo. Cercò di negare le parole di Oromis, ma la verità era adamantina. «Eragon. Devi accettare questo onere in piena coscienza. Non hai niente o nessuno per cui valga la pena di sacrificarsi?»
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