Dino Buzzati - Sessanta racconti
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- Название:Sessanta racconti
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- Издательство:Mondadori, collana Oscar classici moderni
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" Be', che Dio vi benedica " mormorò. " Domani… domani… Chissà. In un modo o in un altro ci arriverete per davvero… "
" Però che bella parola 'domani' " pensò Prestinari, che non poteva pronunciarla più. E per non lasciar vedere che piangeva, corse fuori, anima in pena, galoppando via sulla laguna.
52. OCCHIO PER OCCHIO
I Martorani, ch'erano andati al cinematografo nella vicina città, tornarono molto tardi alla loro vecchia e grande casa di campagna.
Erano il padre, Claudio Martorani, possidente terriero, sua moglie Erminia, la figlia Victoria col marito Giorgio Mirolo, agente di assicurazioni, il figlio Giandomenico, studente, e la vecchia zia Matelda, un po' svanita. Nel breve viaggio di ritorno avevano discusso il film: Il sigillo di porpora, un western di Georg Friedder con Lan Bunterton, Clarissa Haven e il famoso caratterista Mike Mustiffa. E ancora ne parlavano, dopo aver lasciato l'automobile in garage, mentre attraversavano il giardino.
Giandomenico: " Ma fatemi il piacere, uno che per tutta la vita non fa altro che pensare a una vendetta, per me è un verme, un essere inferiore. Io non capisco… ".
Claudio: " Tu non capisci molte cose… Da che mondo è mondo, per un gentiluomo toccato nell'onore, la vendetta è un dovere elementare ". Giandomenico: " L'onore! E che cos'è questo famoso onore? ". Victoria: " Io la trovo una cosa sacrosanta, la vendetta. A me, per esempio, quando uno è potente, e ne approfitta, e fa delle ingiustizie, e schiaccia chi è più debole di lui, a me viene una rabbia, ma una rabbia… ".
Zia Matelda: " Il sangue… come si dice?… ah sì: il sangue chiama sangue. Io mi ricordo ancora, a quei tempi ero bambina, del famoso processo Serralotto… Dunque questo Serralotto ch'era un armatore di Livorno, no aspetta, mi confondo… di Livorno era il cugino, quello che l'ha ucciso… Lui era di… di Oneglia, ecco. Si diceva che… ". Erminia: " Basta, adesso. Non vorrete mica stare qui in giardino a fare l'alba, con questo freddo cane. È quasi l'una. Fa presto, Claudio, apri la porta ".
Aprirono la porta, accesero la luce, entrarono nel grande vestibolo d'ingresso da cui una scala solenne, vigilata da statue e armature, conduceva al piano superiore.
Stavano per salire, quando Victoria, rimasta in coda al gruppo, mandò un grido:
" Che schifo! Guarda quanti scarafaggi. " In un angolo, sul pavimento di mosaico, c'era una sottile striscia nera brulicante. Sbucando di sotto a un cassettone, decine e decine di insetti, in regolare fila indiana, marciavano verso un minuscolo buco all'interstizio fra pavimento e muro. Era evidente, nelle bestiole, una nervosa precipitazione. Sorpresa dalla luce e dal ritorno dei padroni, la processione stava affrettando i tempi. Tutti e sei si avvicinarono. " Non ci mancavano che gli scarafaggi " protestò Victoria " in questa decrepita bicocca! " " In casa nostra non ci sono mai stati scarafaggi " rettificò la mamma, perentoria. " E questi, cosa sono? Farfallette? " " Saranno entrati dal giardino. " Insensibile a questi commenti, il corteo degli insetti proseguiva, senza rompersi o sbandare, inconsapevole dell'incombente sorte.
" Giandomenico " disse il padre " fa una corsa in rimessa, ci deve essere lo spruzzatore dell'insetticida. " " Non mi sembrano scarafaggi, questi " disse il ragazzo. " Gli scarafaggi vanno in ordine sparso. " " è vero. E poi queste striature colorate sulla schiena… e poi questi nasi… Mai visti scarafaggi con un nasone simile. " Victoria: " Be', fate qualcosa. Non vorrete che invadano la casa! ".
Zia Matelda: " Se poi salgono di sopra e si arrampicano sulla culla di Ciccino… Le bocche dei bambini sanno di latte e per il latte gli scarafaggi vanno pazzi… a meno che io non confonda con i topi… ".
Erminia: " Per carità, non dirlo neanche… Sulla boccuccia di quel povero tesoro che sta dormendo come un angioletto!… Claudio, Giorgio, Giandomenico, cosa aspettate ancora ad ammazzarli? ". Claudio: " Ho capito. Sai cosa sono? Sono rincoti ". Victoria: " Cosa? ". Claudio: " Rincoti, dal greco ris, rinòs, insetti con il naso ". Erminia: " Col naso o no, in casa non ne voglio ". Zia Matelda: " State attenti però: porta disgrazia ". Erminia: " Che cosa? ". Zia Matelda: " Uccidere bestie dopo mezzanotte " Erminia: " Ma lo sai, zia, che sei una bella menagramo? ". Claudio: " Coraggio, Giandomenico, va a prendere l'insetticida ". Giandomenico: " Io, per me, li lascerei in pace ". Erminia: " Sempre bastian contrario, tu! ". Giandomenico: " Arrangiatevi, io vado a letto ". Victoria: " Voi uomini, sempre gli stessi vigliacchi. Guardate un po' come si fa ". Si tolse una scarpetta e, chinatasi, vibrò un colpo di traverso al corteo delle bestiole. Si udì un cec come di vescichette. E di tre quattro insetti non rimasero che delle macchioline scure e immobili.
Il suo esempio fu decisivo. Eccezion fatta per Giandomenico salito in camera e zia Matelda che scuoteva il capo, anche gli altri si diedero alla caccia, Claudio con le suole delle scarpe, Erminia con uno scacciamosche, Giorgio Mirolo con un attizzatoio.
Ma la più eccitata era Victoria: " Guardali adesso, questi schifosi, come scappano… Ve la do io la marcia di trasferimento!… Giorgio, sposta il cassettone, che là sotto ci deve essere l'adunata generale… Ciac! ciac! prendi questa! Ci sei rimasto secco, eh?… E guardalo quest'altro, voleva nascondersi sotto una gamba del tavolo, il furbetto voleva fare! Fuori di là, fuori di là, ciac, anche tu sei sistemato! E questo piccolino… alza le zampette lui, vorrebbe ribellarsi… ".
Uno degli insetti più piccoli, un neonato si sarebbe detto invece di fuggire come gli altri, correva infatti animosamente verso la giovane signora, sfidando i suoi colpi mortali. Non solo: fattosi sotto, si era, chissà come, eretto in gesto temerario, protendendo le zampe anteriori. E dal nasetto a becco venne un cigolio minuscolo ma non perciò meno indignato.
" Va' che carogna questo qui. Strilla anche… Ti piacerebbe mordermi eh, piccolo bastardo? Ciac… Ti è piaciuta? Ah, tieni duro? Cammini ancora, anche se hai le budella fuori… E allora prendi! Ciac, ciac! " e lo incollò sul pavimento. In quel mentre zia Matelda chiese: " Chi c'è di sopra? ". " Come sarebbe a dire? " " Stanno parlando. Non sentite? " " Chi vuoi che parli? Di sopra non c'è che Giandomenico e il bambino. " " Eppure queste sono voci " insisteva zia Matelda. Tutti ristettero, ascoltando, mentre i pochi insetti superstiti arrancavano verso i più vicini nascondigli.
Qualcuno stava effettivamente parlando, alla sommità dello scalone. Una voce profonda, grassa, baritonale. Non era di certo Giandomenico, né il pianto del bambino. " Madonna, i ladri! " gemette la signora Erminia. Il Mirolo domandò al suocero: " Hai una rivoltella? ". " Là, là, nel primo cassetto… "
Insieme alla voce baritonale adesso se ne udiva una seconda: sottile, stridula, che gli rispondeva.
Senza fiatare, i Martorani guardavano alla sommità dello scalone, dove le luci del vestibolo non potevano arrivare.
" C'è qualcosa che si muove " mormorò la signora Erminia.
" Chi va là? " tentò di gridare Claudio, facendosi coraggio, ma gli uscì un rantolo grottesco. " Su, va a accendere la luce sulla scala " gli disse la moglie. " Vacci tu. " Una, anzi due, anzi tre ombre nere cominciarono a scendere la scala. Non si capiva cosa fossero, sembravano dei sacchi neri, oblunghi e vacillanti che parlavano fra loro. E adesso le parole si capirono. " Dimmi ben su, cara " diceva la voce baritonale, ilare, con un inconfondibile accento bolognese. " Secondo te, queste sarebbero scimmiette? " " Picole, brute schifose maledete simie " confermò in tono saccente l'interlocutrice, che tradiva alla pronuncia la sua origine straniera.
" Con quelle nappe? " fece l'altro, ridacchiando piuttosto volgarmente " Si son mai viste scimmie con dei nasi simili? " " Su, svelto " incitò la voce femminile. " Se no queste bestiaze scapano… " " Non scappano no, tesoro mio. Nelle altre stanze ci sono i miei fratelli. E c'è chi fa la guardia anche in giardino! " Tac tac, come un rumore di stampelle sui gradini della scala. Finché qualcosa sbucò dall'ombra, risultando illuminato dalle luci del vestibolo. Una specie di rigida proboscide lunga almeno un metro e mezzo, laccata di vernice nera, e intorno delle lunghe aste brancolanti, poi il corpo liscio e compatto, della dimensione di un baule, che dondolava sui tubi articolati delle zampe. Al suo fianco un secondo mostro, più smilzo. E alle spalle altri incalzavano, in un accavallamento di lucide corazze. Erano gli insetti – scarafaggi, o rincoti, o altra ignota specie – di poco fa, che i Martorani avevano schiacciati. Ma spaventosamente ingigantiti, carichi di una forza demoniaca.
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