Jack, non sapendo chi fosse questo re, annuì con il capo cercando comunque di rimanere con il viso il più coperto possibile.
Aspettandosi una reazione di meraviglia dopo aver detto quelle parole, Gult si stupì dell’indifferenza del ragazzo.
Jack non aveva mai visto così tanti mantelli in vita sua. Dalla bellezza indiscussa e dalle lavorazioni accurate, sembravano quelli usati nei film fantasy, che da sempre, oltre ai polizieschi, lo appassionavano.
«Sono bellissimi», si limitò cercando di camuffare la voce, rendendola più roca e pesante.
Gult inchinò il capo soddisfatto del complimento.
«Per quanto magnifico, il tuo mantello ha sicuramente visto giornate migliori. Oggi mi sento di buon umore…», s’interruppe e aprì le braccia verso la bancarella.
«Scegli quello che vuoi, estivo, invernale, rosso, nero, sceglilo come più ti aggrada».
Il mercante aveva ragione. Quello che indossava puzzava ed era sgualcito in diversi punti.
Si stupì della gentilezza mostrata da quell’incrociato dal fisico scolpito e dall’aria burbera. Non si conoscevano, eppure, oltre ad avergli salvato la vita, gli stava donando uno tra i suoi mantelli.
Jack, indeciso sul da farsi, alzò le spalle senza parole.
«Tranquillo ragazzo, non te lo faccio mica pagare.»
«Non posso, ti ringrazio…». Le parole di Santos continuavano a ripetersi nella sua mente.
Non osava neanche immaginare la reazione dell’astro una volta scoperto quel che era successo. Il carro con le provviste era andato distrutto e lui ora si trovava a parlare con un mercante sconosciuto che, per quanto bravo e gentile, rimaneva pur sempre un estraneo potenzialmente pericoloso.
«Suvvia straniero, non fare il difficile. Sarebbe una grande offesa per me questo tuo rifiuto!» continuò Gult dandogli una pacca sulla spalla con la sua gigantesca e pesante mano.
Non avendo altra scelta, Jack si fece coraggio e iniziò a esaminare l’intera bancarella. Accettare il dono forse era l’unico modo per non incuriosire ancor di più l'individuo.
Chi, sano di mente, avrebbe rinunciato a un’offerta così allettante?
Nel profondo però non stava più nella pelle consapevole della straordinaria bellezza dei capi che gli si presentavano davanti.
Cercò di mantenere la calma regolando il respiro ormai fuori controllo. Dopo alcuni secondi di concentrazione, spostò lo sguardo su un lungo mantello nero ricoperto, sul collo e nel cappuccio, da una folta pelliccia marrone. La stoffa era di ottima qualità. Decise comunque di guardarli tutti, non voleva perdersene neanche uno. Era in imbarazzo e nello stesso tempo in estasi. Li avrebbe guardati tutti solo per ammirarli scegliendo comunque il meno bello. Non poteva approfittarne. Il dono offertogli era un segno di gentilezza e con lo stesso gesto, lui avrebbe ricambiato quel mercante privandolo del mantello meno caro così da non arrecargli un mancato e sicuro guadagno. Nel voltarsi per guardare l’angolo destro della bancarella, fu subito rapito dal mantello appeso sopra la sua testa. Ne restò folgorato. Anch’esso nero, presentava splendide e accurate decorazioni bianche cucite a mano. Un’infinità di piccoli fasci lattescenti s’intrecciavano tra loro creando splendidi motivi su tutta la stoffa.
Nel vederlo ammirare con tanta accuratezza uno dei suoi migliori capi, Gult sorrise appagato.
Era fantastico. Nella parte interna, una soffice e candida pelliccia bianca rendeva quel mantello unico.
«Se lo vuoi, lo tiro giù!».
A quelle parole, il primo impulso fu quello di urlare con eccitazione un sì che avrebbe fatto voltare l'intera via, ma tremante, si calmò deciso a scegliere il meno bello.
Anche se catturato dalla straordinaria bellezza del mantello sapeva, perché non serviva essere un esperto per capirlo, che quello era uno dei pezzi più pregiati della collezione. Era troppo per lui ma rifiutarlo significava offendere il mezzo uomo. Indeciso sulla risposta, si bloccò.
Non ebbe neanche il tempo di pensarci che Gult glielo tirò giù aprendoglielo davanti per farglielo ammirare nel dettaglio.
Era un capolavoro, non poteva accettarlo.
Con timore, perso tra le fattezze del capo, passò la sua piccola mano tra la folta pelliccia rimanendone estasiato. Morbida da sembrar finta e a dir poco unica nel suo genere. Posò poi lo sguardo sul cappuccio, anch’esso nero all’esterno e rivestito all’interno. Liscia come il ghiaccio, la parte esterna era ricoperta, come tutto il mantello, dalle incomprensibili decorazioni lattescenti. Una però brillava più delle altre. La testa di un grosso orso con le fauci spalancate era ricamata in modo più marcato dove le mascelle seguivano la forma del cappuccio. Il ricamo dava così l’impressione che il possente animale mordesse la testa di chi lo indossasse. Un lavoro d’alta scuola, opera solo di un professionista.
«Orso bianco» spiegò Gult.
Jack, perso nei fantastici dettagli.
«È rivestito con pelle d'orso bianco di Fenov». Si fermò un istante voltandosi verso l’angolo opposto della bancarella, dove un paio di individui incappucciati si erano fermati per ammirare i suoi capolavori.
«Qui sotto non soffrirai mai il freddo. La parte esterna, quella nera, è costituita da una speciale stoffa imbevuta nel grasso dell’animale che la rende completamente impermeabile. La pelliccia ti scalderà quando ne avrai il bisogno e ti isolerà dalle alte temperature senza che tu debba cambiare mantello». Continuò fiero il mercante.
«È un’opera d’arte…», si limitò Jack, senza parole.
«Non ti resta che provarlo, amico mio!» gli suggerì Gult, posandogli la grossa e pelosa mano sulla testa.
Fu un secondo. Ritirandola, il mercante involontariamente si portò via il cappuccio lasciando così il giovane con il viso scoperto.
In quell'istante, tutto perse colore. Paralizzato, Jack barcollò con gli occhi spalancati. Le parole di Santos ormai tuonanti nella sua mente.
Era successo tutto quello che non doveva accadere e, bloccato dalla paura che qualcuno potesse notarlo, iniziò a sudare.
«Tutto bene, ragazzo?».
Jack, in preda al panico, non rispose ormai sul punto svenire.
Qualcosa gli pizzicò fortemente il petto.
«Sì!» esclamò velocemente tirandosi su il cappuccio. Boris, che fino a quel momento era rimasto in disparte, era intervenuto per aiutarlo.
«Accetta le mie scuse, non era mia intenzione metterti a disagio», si sbrigò a scusarsi il mercante dispiaciuto.
Il giovane non sentì. Qualcosa lo aveva destabilizzato nel profondo, una sensazione nuova e tremendamente spiacevole. Per una frazione di secondo aveva sentito un forte impulso provenirgli dalle viscere, talmente rapido da accorgersene a malapena. L’impulso di uccidere.
«Alle tue spalle c’è un piccolo camerino, provalo pure», continuò Gult cercando di cambiare discorso.
Jack annuì ancora affannato, invaso dalla paura che il mercante o chiunque altro tra la folla lo avesse riconosciuto.
Santos era scomparso ormai da una trentina di minuti e di lui, ancora nessuna traccia.
Il giovane si voltò lentamente. Alle sue spalle un rudimentale camerino. Composto da quattro assi di legno grezzo piantate nel terreno e ricoperte da due grossi teloni, poteva essere il giusto luogo dove ritrovare la calma.
Provò ad alzarsi dallo sgabello ma il dolore lo fece sussultare. Stringendo i denti e poggiando il meno possibile il piede dolorante a terra, raggiunse il camerino per poi tirarsi alle spalle i lunghi e spessi teli.
Finalmente, si ritrovò solo.
Si sfilò veloce il sudicio mantello di dosso e respirò a pieni polmoni. La paura e l’ansia lo stavano ancora facendo ribollire.
Конец ознакомительного фрагмента.
Текст предоставлен ООО «ЛитРес».
Читать дальше