Dean Koontz - Sussurri

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A ventinove anni, dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili, la bella e intelligente Hilary Thomas è arrivata al successo. Ma quando viene aggredita nella sua lussuosa villa di Beverly Hills da un maniaco omicida, i peggiori incubi del passato sembrano rimaterializzarsi nei bagliori della lama acuminata del suo aggressore. Non basterà fuggire, non basterà lottare, non basterà nemmeno ucciderlo: lui tornerà, più forte della morte, a ossessionarla, costringendola a scavare disperatamente nei segreti sepolti per scoprire una realtà allucinante. Da Hollywood a Napa Valley, dalle piscine soleggiate delle dimore dei divi alla penombra umida di morte dell’obitorio, il ritmo tranquillo della vita quotidiana in California viene sconvolto da eventi ben più spaventosi e dirompenti dei terremoti ai quali la gente è ormai abituata. Esistono forze, nella mente umana, al confronto delle quali le scosse telluriche sono carezze e le urla di morte soltanto sussurri.

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Dopo essere atterrati a Napa, sotto un cielo sempre più plumbeo, si diressero immediatamente nell’ufficio dello sceriffo della contea e raccontarono ogni cosa a Peter Laurenski. Inizialmente, lui li fissò come se fossero impazziti, ma la sua incredulità cominciò ben presto a trasformarsi in riluttante accettazione. Era un tipo di reazione, una trasformazione delle impressioni iniziali, alla quale avrebbero assistito centinaia di volte nei giorni seguenti.

Laurenski telefonò al dipartimento di polizia di Los Angeles. Scoprì che l’FBI li aveva già contattati in relazione al caso di frode bancaria di San Francisco, che vedeva coinvolto un sosia di Bruno Frye. Naturalmente Laurenski voleva comunicare ai colleghi che l’individuo non era un semplice sosia, ma il legittimo titolare del conto, anche se un altro legittimo titolare era morto e sepolto nel Napa County Memorial Park. Informò la polizia di Los Angeles che aveva ragione di credere che i due Bruno si fossero dati il cambio nell’omicidio di molte donne e che fossero i responsabili di una serie di assassinii compiuti nella parte settentrionale dello stato negli ultimi cinque anni, anche se non aveva ancora in mano prove schiaccianti e non era neppure in grado di indicare con precisione in quali delitti fossero coinvolti i due fratelli. Per il momento, possedeva solo prove circostanziali: una macabra ma logica interpretazione della lettera rinvenuta nella cassetta di sicurezza alla luce delle recenti scoperte su Leo, Katherine e i gemelli; il fatto che entrambi i fratelli avessero cercato di uccidere Hilary; il fatto che la settimana precedente, quando Hilary era stata aggredita per la prima volta, uno dei gemelli aveva coperto l’altro, indicando quindi la complicità in almeno un tentato omicidio; infine la convinzione, condivisa da Hilary, Tony e Joshua, che l’odio di Bruno per la madre fosse così forte e maniacale da non farlo esitare a trucidare ogni donna nel cui corpo Katherine poteva essersi reincarnata.

Mentre Hilary e Joshua bevevano una tazza di caffè, seduti sulla panca che serviva da divano, Tony, su richiesta di Laurenski, parlò al telefono con due suoi superiori a Los Angeles. Il suo appoggio a Laurenski e l’evidenza dei fatti da lui esposti sembrarono dare risultati positivi poiché la telefonata si concluse con la promessa che anche le autorità di Los Angeles sarebbero entrate immediatamente in azione. Partendo dal presupposto che lo psicopatico avrebbe tenuto sotto controllo la casa di Hilary, la polizia di Los Angeles decise di sorvegliare ventiquattr’ore su ventiquattro la casa di Westwood.

Dopo essersi assicurato la collaborazione della polizia di Los Angeles, lo sceriffo stese velocemente un comunicato, sottolineando i punti fondamentali del caso, da distribuire a tutte le forze dell’ordine della zona. Il comunicato era anche una formale richiesta per ricevere informazioni su casi di omicidi non risolti, compiuti negli ultimi cinque anni, in zone poste fuori della giurisdizione di Laurenski, nei quali le vittime fossero state graziose brunette dagli occhi scuri. Si faceva riferimento soprattutto a omicidi nei quali la vittima fosse stata decapitata, mutilata o avesse comunque subito una violenza carnale.

Osservando lo sceriffo che impartiva ordini agli impiegati e ai poliziotti e ripensando agli avvenimenti delle ultime ventiquattr’ore, Hilary ebbe la netta impressione che le cose stessero muovendosi troppo velocemente, come un mulinello di vento; un vento colmo di sorprese e orribili segreti, proprio come un tornado è colmo di detriti e zolle vorticose strappate alla terra. Quel tornado la stava trascinando verso un precipizio invisibile ma estremamente pericoloso. Avrebbe voluto fermare il tempo per avere qualche giorno di tranquillità e ripensare a ciò che avevano scoperto; avrebbe voluto esaminare gli ultimi, complicati intrighi della misteriosa vicenda Frye a mente lucida. Era sicura che quella fretta fosse assurda, persino mortale. Ma i meccanismi della legge, ormai in moto, non potevano più essere fermati. E il tempo non poteva essere imbrigliato, come un cavallo al galoppo.

Si augurò che davanti a lei non ci fosse il precipizio.

Alle 17.30, dopo aver messo in moto la macchina della legge, Laurenski e Joshua cercarono di rintracciare telefonicamente un giudice. Ne trovarono uno, Julian Harwey, che rimase affascinato dalla storia dei Frye. Harwey si rese conto della necessità di riesumare il cadavere e di sottoporlo a ulteriori esami per poterlo identificare. Se il secondo Bruno Frye fosse stato arrestato e fosse riuscito a passare l’esame psichiatrico, cosa altamente improbabile ma non impossibile, a quel punto il pubblico ministero avrebbe avuto bisogno di una prova fìsica attestante l’esistenza di due gemelli identici. Harwey firmò l’ordine di riesumazione e alle 18.30 lo sceriffo aveva già in mano il documento.

«I becchini al cimitero non riusciranno a scoperchiare la tomba al buio,» spiegò Laurenski, «ma dirò loro di iniziare alle prime luci dell’alba.» Fece qualche altra telefonata, una al direttore del Napa County Memorial Park dove era sepolto Frye, un’altra al coroner della contea, che avrebbe condotto l’autopsia sulla salma, e l’ultima ad Avril Tannerton, l’impresario delle pompe funebri che avrebbe dovuto occuparsi del trasbordo del corpo dal cimitero al laboratorio di patologia e viceversa.

Quando Laurenski depose finalmente la cornetta, Joshua esclamò: «Immagino che voglia perquisire la casa di Frye.»

«Certo,» rispose Laurenski. «Dobbiamo trovare le prove che testimonino che in quella casa non viveva un uomo solo. E se Frye ha veramente ammazzato altre donne, forse scopriremo qualcosa. Penso sia una buona idea perquisire anche la casa sulla collina.»

«Possiamo entrare nella casa nuova quando vuole,» lo informò Joshua, «ma in quella vecchia non c’è luce. Dovremo aspettare che faccia giorno.»

«Okay,» approvò Laurenski. «Ma vorrei comunque dare un’occhiata questa notte stessa.»

«Adesso?» domandò Joshua, alzandosi dalla panca.

«Nessuno di noi ha cenato,» affermò Laurenski. Prima ancora di sentire l’intera storia, lo sceriffo aveva già avvertito la moglie che sarebbe tornato a casa molto tardi. «Andiamo a mangiare un boccone al ristorante dietro l’angolo e poi possiamo fare una scappata a casa di Frye.»

Prima di uscire, Laurenski comunicò alla centralinista dove avrebbe potuto rintracciarlo e le chiese di informarlo immediatamente se fosse giunta la notizia dell’arresto del secondo Bruno Frye da parte della polizia di Los Angeles.

«Non sarà tanto facile,» disse Hilary.

«Temo che tu abbia ragione,» si intromise Tony. «Bruno ha nascosto un terribile segreto per quarant’anni. Può darsi che sia pazzo, ma è anche estremamente in gamba. La polizia di Los Angeles non riuscirà a catturarlo tanto in fretta. Dovrà giocare d’astuzia per riuscire a inchiodarlo.»

Al calare delle tenebre, Bruno aveva richiuso le persiane nell’attico.

C’erano candele accese sui comodini. E un paio anche sul cassettone. Le fiammelle tremolanti proiettavano ombre ballerine sulle pareti e sul soffitto.

Bruno sapeva che avrebbe già dovuto essere fuori alla ricerca di Hilary-Katherine, ma non aveva la forza di alzarsi e uscire. Continuava a rimandare.

Aveva fame. Improvvisamente si rese conto che non mangiava da ventiquattr’ore. Lo stomaco reclamava.

Rimase seduto per un po’ sul letto, accanto al cadavere che lo fissava, cercando di decidere dove andare a procurarsi qualcosa da mangiare. Nella dispensa aveva notato alcune lattine apparentemente intatte, ma anche se non erano esplose, probabilmente contenevano cibo avariato. Riflette per circa un’ora su quell’annoso problema: doveva trovare qualcosa da mettere sotto i denti senza cadere nelle mani delle spie di Katherine. Ce n’erano dappertutto. Quella puttana e le sue spie. Dappertutto. Aveva la testa ancora confusa e, nonostante la fame, faceva fatica a concentrarsi sul cibo. Alla fine, si ricordò che probabilmente c’era qualcosa in casa sua. Nel corso dell’ultima settimana, il latte era sicuramente andato a male e il pane sarebbe stato duro, ma la dispensa era piena di scatolette e il frigorifero stracolmo di formaggio e frutta. C’era anche del gelato nel freezer. A quel pensiero, sorrise come un bambino.

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