Dean Koontz - Sussurri

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A ventinove anni, dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili, la bella e intelligente Hilary Thomas è arrivata al successo. Ma quando viene aggredita nella sua lussuosa villa di Beverly Hills da un maniaco omicida, i peggiori incubi del passato sembrano rimaterializzarsi nei bagliori della lama acuminata del suo aggressore. Non basterà fuggire, non basterà lottare, non basterà nemmeno ucciderlo: lui tornerà, più forte della morte, a ossessionarla, costringendola a scavare disperatamente nei segreti sepolti per scoprire una realtà allucinante. Da Hollywood a Napa Valley, dalle piscine soleggiate delle dimore dei divi alla penombra umida di morte dell’obitorio, il ritmo tranquillo della vita quotidiana in California viene sconvolto da eventi ben più spaventosi e dirompenti dei terremoti ai quali la gente è ormai abituata. Esistono forze, nella mente umana, al confronto delle quali le scosse telluriche sono carezze e le urla di morte soltanto sussurri.

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Nella fresca aria della sera, Laurenski chiese: «Domani mattina verrete nell’ufficio del coroner?»

«Non faccia conto su di me,» esclamò Hilary.

«No, grazie,» ribattè Tony.

Joshua incalzò: «Comunque non potremmo fare nulla.»

«A che ora ci vediamo alla casa sulla collina?» domandò Laurenski.

Joshua rispose: «Tony, Hilary e io ci andremo subito domani mattina, per aprire le finestre. Quella casa è rimasta chiusa per cinque anni. È meglio farle prendere un po’ d’aria prima di iniziare a frugare in giro. Perché non ci raggiunge appena ha finito con il coroner?»

«D’accordo,» disse Laurenski. «Ci vediamo domani. Forse la polizia di Los Angeles riuscirà a prendere quel bastardo nel corso della notte.»

«Speriamo,» si augurò Hilary.

Dalle Mayacamas si udì il fragore di un tuono.

Bruno Frye trascorse gran parte della notte parlando con se stesso e organizzando meticolosamente la morte di Hilary-Katherine.

La sua altra metà continuò a dormire accanto al tremolio delle candele. Sottili fili di fumo si levarono dai mozziconi. Le fiamme ballerine gettavano macabre ombre sulle pareti e si riflettevano negli occhi vuoti del cadavere.

Joshua Rhinehart non riuscì a dormire. Continuò a rigirarsi nel letto, ingarbugliandosi sempre più nelle lenzuola. Alle tre del mattino si alzò, andò verso il bar e si versò un doppio bourbon, bevendolo tutto d’un fiato. Ma nemmeno così riuscì a calmarsi.

Non aveva mai sentito la mancanza di Cora come in quella notte.

Hilary si svegliò più volte per colpa degli incubi, ma la notte trascorse rapidamente. Il tempo parve volare a velocità supersonica. Aveva sempre l’impressione di correre verso un precipizio, ma non riusciva a fare nulla per fermarsi.

All’alba, quando Tony si svegliò, Hilary gli si avvicinò e gli sussurrò in un orecchio: «Facciamo l’amore.»

Per circa mezz’ora si persero l’uno nelle braccia dell’altra, con la passione e l’entusiasmo di sempre. Assaporarono sino in fondo quell’unione dolce e silenziosa.

Poi lei mormorò: «Ti amo.»

«Anch’io ti amo.»

«Non importa quello che può succedere,» proseguì lei. «Perlomeno siamo stati insieme per qualche giorno.»

«Non essere fatalista.»

«Be’… non si sa mai.»

«Abbiamo ancora molti anni davanti a noi. Moltissimi anni da trascorrere insieme. E nessuno potrà toglierceli.»

«Tu sei così ottimista. Avrei voluto conoscerti molto tempo fa.»

«Ormai il peggio è passato. Ora conosciamo la verità.»

«Ma non hanno ancora preso Frye.»

«Lo prenderanno presto,» la rassicurò Tony. «E convinto che tu sia Katherine e quindi non si allontanerà troppo da Westwood. Terrà d’occhio casa tua per vedere se torni e prima o poi riusciranno a individuarlo e sarà tutto finito.»

«Stringimi.»

«Certo.»

«Mmmm. È carino.»

«Già.»

«Rimanere così abbracciati.»

«Sì.»

«Mi sento già meglio.»

«Andrà tutto bene.»

«Finché ci sarai tu.»

«Allora, per sempre.»

Il cielo era scuro, cupo e minaccioso. Le vette delle Mayacamas erano avvolte dalle nubi.

Peter Laurenski era in piedi davanti alla tomba, le mani in tasca e le spalle strette per proteggersi dall’aria gelida.

Usando una robusta zappa e poi una pala per togliere l’ultimo strato di terra, gli uomini del Napa County Memorial Park scavarono nel terreno soffice, distruggendo la fossa di Bruno Frye. Mentre lavoravano, continuavano a lamentarsi con lo sceriffo perché non venivano pagati per alzarsi all’alba, saltando persino la colazione, ma non vennero presi molto in considerazione: Laurenski li invitò semplicemente a scavare con più lena.

Alle 7.45 Avril Tannerton e Gary Olmstead arrivarono con il carro funebre della Forever View. Si diressero verso Laurenski: Olmstead aveva un’aria triste mentre Tannerton sorrideva, respirando a pieni polmoni, come se stesse semplicemente facendo la sua passeggiata quotidiana.

«Buongiorno, Peter.»

«Buongiorno, Avril. Gary.»

«Quanto ci vuole prima che la aprano?» domandò Tannerton.

«Hanno detto un quarto d’ora.»

Alle 8.05, uno degli uomini si issò dalla fossa e chiese: «Siete pronti per tirarlo fuori?»

«Vediamo di sbrigarci,» sbottò Laurenski.

Furono attaccate delle catene alla cassa, che fu estratta dal terreno con lo stesso procedimento utilizzato per calarcela la domenica precedente. La bara color bronzo era ricoperta di terra attorno alle maniglie e nelle fessure, ma nel complesso era ancora ben tenuta.

Alle 8.40, Tannerton e Olmstead caricarono la cassa sul carro.

«Vi seguirò fino all’ufficio del coroner,» disse lo sceriffo.

Tannerton fece una smorfia. «Peter, ti assicuro che non abbiamo intenzione di scappare con i resti di Mr Frye.»

Alle 8.20, mentre la cassa veniva riesumata nel cimitero a poche miglia di distanza, Tony e Hilary sistemavano i piatti della colazione nel lavandino della cucina di Joshua Rhinehart.

«Li laverò più tardi,» disse Joshua. «Andiamo subito in cima alla collina e apriamo la casa. Deve esserci una puzza micidiale dopo tutti questi anni. Spero solo che la muffa e la ruggine non abbiano rovinato troppo la collezione di Katherine. Ho avvisato Bruno almeno un migliaio di volte, ma sembrava non gliene importasse nulla…» Joshua si bloccò e battè le palpebre. «Sto dicendo una stupidaggine, vero? Per forza non gliene fregava niente anche se marciva tutto. Quegli oggetti appartenevano a Katherine e non gliene fregava assolutamente niente della sua collezione.»

Si recarono alla Shade Tree Vineyards con la macchina di Joshua. La giornata era tetra e la luce grigiastra. Joshua posteggiò nel parcheggio riservato agli impiegati.

Gilbert Ulman non era ancora arrivato. Era il meccanico che si occupava della manutenzione della funivia e di tutta l’attrezzatura e i macchinali della Shade Tree Vineyards.

La chiave che metteva in funzione la funivia era appesa nel garage e il portiere di notte, un corpulento uomo di nome Iannucci, fu felice di andarla a prendere per Joshua.

Con la chiave, in mano Joshua condusse Hilary e Tony fino al primo piano dell’enorme costruzione, attraverso gli uffici amministrativi, un laboratorio vinicolo e una larga passerella. Metà dell’edificio si apriva dal pianterreno fino al soffitto e in quell’enorme locale erano stati sistemati i giganteschi serbatoi per la fermentazione. L’aria gelida circolava fra le cisterne alte tre piani e ovunque regnava l’odore del vino che fermentava. In fondo alla lunga passerella oltrepassarono una pesante porta in legno di pino con i cardini in ferro che si apriva su una stanza minuscola. Il tetto si estendeva per circa quattro metri oltre la parete mancante per proteggere dalla pioggia il locale dei serbatoi. La cabina a quattro posti, completamente chiusa dai vetri, era appoggiata sotto il tetto sospeso, all’estremità opposta del locale.

Nel laboratorio di patologia regnava un vago e sgradevole odore di sostanze chimiche che avvolgeva lo stesso coroner, il dottor Amos Garnet, intento a succhiare una caramella alla menta.

C’erano cinque persone nel locale: Laurenski, Larsson, Garnet, Tannerton e Olmstead. Nessuno, a eccezione di Tannerton, perennemente di buonumore, sembrava felice di trovarsi lì.

«Apritela,» ordinò Laurenski. «Ho un appuntamento con Joshua Rhinehart.»

Tannerton e Olmstead tolsero i ganci dalla cassa. Gli ultimi pezzi di terriccio caddero sul telo di plastica che Garnet aveva sistemato sul pavimento. Spostarono il coperchio e lo alzarono.

Il corpo era scomparso.

La cassa rivestita di seta e di velluto conteneva solo i tre sacchi di calcina di venticinque chili ciascuno rubati una settimana prima dalla casa di Avril Tannerton.

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