Rimase talmente sorpresa che per un attimo pensò di averle soltanto immaginate. Strizzò gli occhi per mettere a fuoco la scena attraverso la pioggia, ma le porte non si dissolsero, come si sarebbe aspettata.
In fondo al prato, il terreno si ergeva per formare una parete rocciosa e le porte erano scavate nel fianco della montagna. Erano rinforzate da una struttura in legno e da pietre cementate.
Hilary si allontanò dalla finestra e corse attraverso la cucina sudicia: non vedeva l’ora di raccontare a Joshua e Tony quello che aveva scoperto.
Tony sapeva come difendersi da un uomo armato di coltello. Era stato addestrato all’autodifesa e si era già trovato in situazioni analoghe. Ma questa volta fu colto di sorpresa da quell’attacco assolutamente inaspettato.
Con lo sguardo torvo e il viso deturpato da un ghigno orrendo, Frye gli brandì il coltello davanti al viso. Tony riuscì a schivare parzialmente il colpo, ma la lama lo ferì alla testa, di lato, lacerando la carne che prese a sanguinare.
Il dolore era lancinante.
Tony lasciò cadere la torcia che rotolò via permettendo alle ombre di calare indisturbate.
Frye era veloce, maledettamente veloce. Colpì nuovamente Tony che cercò di assumere una posizione di difesa. Stavolta il coltello affondò più deciso nella spalla sinistra e attraversò la giacca e il maglione per proseguire nei muscoli e nelle cartilagini, fra le ossa; in un attimo, Tony si ritrovò in ginocchio, con il braccio totalmente privo di forza.
Senza neppure rendersene conto, Tony riuscì ad alzare la mano destra dal pavimento e colpì Frye nei testicoli. L’uomo rimase senza fiato e annaspò all’indietro, estraendo il coltello dalla spalla di Tony.
Ignara di quanto stava accadendo di sopra, Hilary urlò dal fondo delle scale: «Tony! Joshua! Venite a vedere che cosa ho trovato!»
All’udire la voce di Hilary, Frye si voltò di scatto. Si diresse verso la scala, senza badare all’uomo ferito ma ancora vivo disteso a terra.
Tony si alzò, ma avvertì un’esplosione al braccio, come se avesse preso fuoco. Sentì la testa che girava. Lo stomaco si rivoltò. Dovette appoggiarsi contro la parete.
Riuscì soltanto a metterla in guardia: «Hilary, scappa! Scappa! Sta arrivando Frye!»
Hilary stava per chiamare di nuovo quando udì l’avvertimento di Tony. Per un attimo, non credette alle proprie orecchie, ma poi sopra la sua testa risuonarono passi pesanti e minacciosi. Hilary non riuscì a distinguere nessuno ma non aveva dubbi: era Bruno Frye.
La voce rauca e gracchiante di Frye rimbombò nella stanza: « Puttana! Puttana! Puttana! Puttana!»
Sbigottita, ma non paralizzata dalla paura, Hilary si allontanò dalle scale e si mise a correre appena lo vide sul pianerottolo. Si rese conto troppo tardi che avrebbe dovuto precipitarsi all’esterno, verso la funivia; si catapultò invece in direzione della cucina, da cui non sarebbe potuta fuggire. Spalancò la porta della cucina nel momento stesso in cui Frye saltò gli ultimi gradini e atterrò alle sue spalle.
Hilary pensò di cercare un coltello nei cassetti della cucina.
Non poteva. Non c’era tempo.
Corse alla porta che conduceva sul retro, l’aprì e si lanciò fuori mentre Frye faceva il suo ingresso.
Poteva contare solo sulla torcia che aveva in mano, ma non era certo un’arma degna di quell’avversario.
Attraversò il portico e scese i gradini. Fu investita dalla pioggia e dal vento.
Lui non era molto lontano e continuava a ripetere: « Puttana! Puttana! Puttana!»
Non ce l’avrebbe mai fatta a compiere il giro della casa per raggiungere la funivia prima che lui l’afferrasse. Era troppo vicino e stava guadagnando terreno.
L’erba bagnata era scivolosa.
Aveva paura di cadere.
Di morire.
Tony?
Si precipitò verso l’unico posto che sembrava poterle offrire un riparo: le porte nella terra.
Un lampo squarciò il cielo seguito dal boato di un tuono.
Frye non urlava più. Hilary udì il grugnito profondo di un animale in calore.
Molto vicino.
Ora era lei a gridare.
Raggiunse le porte sul fianco della collina e vide che erano chiuse in due punti. Tolse il catenaccio superiore, poi si piegò e fece lo stesso con quello inferiore, aspettandosi da un momento all’altro di sentire una lama in mezzo alla schiena, ma non accadde nulla. Spalancò le porte oltre le quali si aprirono le tenebre.
Si voltò.
La pioggia le rigò il viso.
Frye si era fermato. Era a circa sei metri di distanza.
Hilary rimase immobile, voltando le spalle a quella voragine scura, e si chiese che cosa potesse esserci oltre quella rampa di scale.
«Puttana,» sibilò Frye.
Ma il suo viso esprimeva più paura che rabbia.
«Metti giù il coltello,» disse, senza sapere se le avrebbe obbedito. Probabilmente non l’avrebbe fatto, ma non aveva nulla da perdere. «Obbedisci alla tua mamma, Bruno. Metti giù il coltello.»
Fece un passo verso di lei.
Hilary non si mosse. Sentiva il cuore che le scoppiava.
Frye si avvicinò.
Tremando, Hilary indietreggiò sul primo gradino, oltre quelle porte.
Mentre Tony raggiungeva faticosamente le scale, appoggiandosi con una mano alla parete, udì un rumore dietro le spalle. Si voltò.
Joshua si era trascinato fuori della stanza. Era coperto di sangue e il viso era pallido come la massa di capelli. Sembrava che gli occhi non riuscissero a mettere a fuoco.
«Come va?» chiese Tony.
Joshua si inumidì le labbra. «Me la caverò,» mormorò in uno strano soffio sibilante. «Hilary. Per l’amor del cielo… Hilary!»
Tony si staccò dalla parete e procedette oscillando giù per le scale. Si diresse immediatamente verso la cucina dopo aver udito Frye che gridava sul retro della casa.
In cucina, Tony aprì un cassetto, poi un altro, alla ricerca di un’arma.
«Coraggio, dannazione! Merda!»
Nel terzo cassetto trovò i coltelli. Scelse il più grande. Era leggermente arrugginito ma ancora sufficientemente affilato.
Il dolore al braccio sinistro era insopportabile. Avrebbe voluto sorreggerlo con l’altra mano, ma ne aveva bisogno per lottare contro Frye.
Strinse i denti per scacciare la fitta al braccio, si armò di coraggio e si lanciò all’esterno, barcollando come un ubriaco. Vide immediatamente Frye. L’uomo era in piedi davanti alle due porte spalancate. Due porte nella terra.
Hilary era scomparsa.
Hilary indietreggiò sul sesto gradino. Era l’ultimo.
Bruno Frye era rimasto in cima alle scale e guardava in basso, timoroso di avventurarsi laggiù. La chiamava puttana ma subito dopo piagnucolava come un bambino. Era chiaramente combattuto fra due bisogni: il desiderio di ucciderla e quello di fuggire da quell’orrendo posto.
Sussurri.
Improvvisamente Hilary udì quei sussurri e si sentì gelare il sangue nelle vene. Era un sibilo indistinto, un mormorio appena accennato che si faceva sempre più forte.
Poi avvertì qualcosa che le strisciava sulla gamba.
Lanciò un grido e salì un gradino, avvicinandosi a Frye. Si abbassò, si strofinò la gamba e allontanò qualcosa.
Rabbrividendo, accese la torcia, si voltò e diresse il fascio di luce nel locale sottostante.
Scarafaggi. Centinaia, migliaia di enormi scarafaggi avevano invaso la stanza: ce n’erano per terra, sulle pareti e sul soffitto. Non erano scarafaggi normali, ma bestie gigantesche, lunghe più di cinque centimetri, con le zampette in agitazione e le lunghe antenne in fermento. Il corpo verdastro e lucido sembrava umido e appiccicoso, come gocce di muco scuro.
I sussurri erano il rumore prodotto dall’incessante movimento di quelle zampette e di quelle antenne che si sfregavano le une contro le altre: migliaia di zampe e di antenne che strisciavano, si agitavano e si strofinavano.
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