Tony proseguì: «Dai nastri che abbiamo ascoltato questa mattina nello studio del dottor Rudge, risulta che Bruno sapeva che lui e il fratello erano nati con la membrana amniotica. Sappiamo inoltre che era a conoscenza delle superstizioni collegate a quel raro fenomeno. Dal tono della sua voce sulla cassetta, direi che possiamo tranquillamente desumere che Bruno era convinto, come lo era la madre, di essere figlio del demonio. E ci sono altre prove che confermano questa teoria. Per esempio, la lettera nella cassetta di sicurezza. Bruno aveva scritto di non poter chiedere la protezione della polizia contro la madre perché altrimenti avrebbero scoperto la sua vera natura e tutto quello che aveva sempre tenuto nascosto. Affermava inoltre che la gente l’avrebbe ammazzato se avesse scoperto chi era. Era convinto di essere il figlio del demonio. Ne sono sicuro. Aveva assorbito le fantasie psicotiche di Katherine.»
«D’accordo,» commentò Joshua. «Forse entrambi i fratelli credevano alla faccenda del diavolo perché non avevano mai avuto la possibilità di dubitarne. Però tutto questo non spiega come o perché Katherine abbia modellato in una sola persona i figli, come abbia fatto a fondere… le loro personalità, come dice lei.»
«Il perché è semplice,» continuò Hilary. «Se i gemelli si fossero considerati come individui distinti, fra loro sarebbero sempre esistite delle differenze, seppure minime. E proprio a causa di queste differenze, uno dei due avrebbe potuto involontariamente mandare all’aria l’intero piano. Solo se i due fratelli avessero parlato, agito, pensato nello stesso modo, lei sarebbe stata salva.»
«E per quanto riguarda il come» spiegò Tony, «non deve dimenticare che Katherine sapeva come distruggere e modellare una mente. In fin dei conti, lei era stata plasmata da un autentico maestro: Leo. Lui aveva utilizzato tutti i mezzi possibili e immaginabili per trasformare la figlia in ciò che voleva che fosse e Katherine non aveva potuto fare a meno di apprendere quegli insegnamenti. Vere e proprie tecniche di tortura fisica e psicologica. Probabilmente Katherine avrebbe potuto scrivere un saggio sull’argomento.»
«E per fare in modo che i gemelli pensassero come un’unica entità,» continuò Hilary, «doveva trattarli come fossero stati una persona sola. In altre parole, doveva istruirli alla perfezione. Doveva amarli nello stesso modo, punirli per il capriccio di uno solo, premiarli per il merito di uno solo, trattare i due corpi come se possedessero la stessa mente. Doveva parlare loro come se fossero stati una sola persona e non due.»
«E ogni volta che scorgeva un tratto di individualità doveva cercare di farlo possedere a entrambi, oppure estirparlo dal gemello che aveva mostrato tale caratteristica. E naturalmente era molto importante l’uso dei pronomi,» proseguì Tony.
«L’uso dei pronomi?» domandò Joshua, perplesso.
«Sì,» spiegò Tony. «Forse vi sembrerà assurdo o persino privo di importanza. Ma più di ogni altra cosa noi ci identifichiamo attraverso il linguaggio. È attraverso il linguaggio che esprimiamo le nostre opinioni e i nostri pensieri. Un modo di pensare elementare porta a utilizzare un linguaggio altrettanto elementare. Ma è anche vero il contrario: un linguaggio impreciso causa una certa confusione mentale. È uno dei principi fondamentali della semantica. È logico quindi formulare la teoria secondo la quale un uso alterato dei pronomi permette di costruire un’immagine alterata di se stessi, proprio quell’immagine che Katherine voleva venisse adottata dai gemelli. Per esempio, quando i due ragazzi parlavano fra di loro, non potevano mai usare il pronome ’tu’ perché ’tu’ racchiude il concetto di un essere diverso da sé. Se ai gemelli veniva imposto di pensare a loro stessi come a un’unica entità, allora il pronome ’tu’ non aveva senso. Un Bruno non avrebbe mai potuto dire all’altro: ’Perché io e te non facciamo una partita a Monopoli?’ Avrebbe invece chiesto qualcosa di questo genere: ’Perché non faccio una partita a Monopoli con me stesso?’ Non poteva usare il pronome ’noi’ quando parlava di se stesso e del fratello, poiché quel pronome indica la presenza di almeno due persone. Quindi, quando intendeva ’noi’, diceva ’io e me stesso’. Inoltre, quando uno dei fratelli parlava a Katherine dell’altro, non gli era permesso usare il pronome ’lui’. Ecco quindi che chi parlava racchiudeva in sé il concetto dell’altro. Le sembra complicato?»
«Assurdo,» esclamò Joshua.
«E proprio questo il punto,» replicò Tony.
«Ma è troppo. È pazzesco.»
«Certo che è pazzesco,» affermò Tony. «Era il piano di Katherine, e Katherine era pazza.»
«Ma come ha fatto a inculcare quelle regole assurde sulle abitudini, sul modo di parlare, sul comportamento, sull’uso dei pronomi e chissà che cos’altro ancora?»
«Nello stesso modo in cui abitualmente si insegna il comportamento a un bambino normale,» s’intromise Hilary. «Se si comporta bene, lo premi, quando invece fa il cattivo, lo punisci.»
«Ma per inculcare un comportamento così innaturale, come quello che Katherine voleva insegnare ai gemelli, per renderli talmente docili da rinunciare alla loro personalità, la punizione doveva essere veramente mostruosa,» commentò Joshua.
«E noi sappiamo che si trattava di qualcosa di mostruoso,» ribattè Tony. «Abbiamo sentito tutti la cassetta del dottor Rudge sulla quale è registrata l’ultima seduta sotto ipnosi di Bruno. Se vi ricordate, Bruno diceva che per punirlo la madre lo rinchiudeva in una fossa buia nella terra. Diceva testualmente: ’Perché non mi comportavo e non pensavo come uno solo.’ Sono convinto che Katherine mandasse lui e il fratello in quel posto buio, quando si rifiutavano di agire e pensare come una sola persona. Li lasciava rinchiusi al buio per ore e ore e là dentro c’era qualcosa di vivo, qualcosa che strisciava addosso ai bambini. Qualsiasi cosa succedesse loro in quella stanza o in quel buco… era così terribile che per anni i due gemelli hanno continuato ad avere incubi ogni notte. Se dopo tanti anni l’impressione è ancora così viva, direi che doveva trattarsi di una punizione estremamente severa e perfetta per un lavaggio del cervello. Katherine ha fatto dei gemelli quello che voleva: li ha resi una persona sola.» Joshua fissò il cielo sopra di loro.
Alla fine, esclamò: «Quando tornò dal bordello di Mrs Yancy, doveva riuscire a far passare i gemelli per quell’unico bambino di cui aveva già parlato, confermando così la teoria della fantomatica amica. Ma avrebbe potuto limitarsi a rinchiudere uno dei gemelli, tenendolo sempre in casa, mentre faceva uscire l’altro. Sarebbe stato più semplice, più veloce e più sicuro.»
«Ma conosciamo tutti la Legge di Clemenza,» commentò Hilary.
«È vero,» ammise Joshua. «La Legge di Clemenza: ben poche persone imboccano la strada più semplice, più veloce e più sicura.»
«Inoltre,» aggiunse Hilary, «forse Katherine non se la sentiva di rinchiudere per sempre uno dei gemelli mentre l’altro poteva condurre una vita quasi normale. Dopo quello che aveva sofferto, forse c’era un limite alla tortura che poteva infliggere ai figli.»
«A me sembra che quei due poveri ragazzi abbiano patito le pene dell’inferno!» esclamò Joshua. «Li ha fatti impazzire!»
«Sì, ma senza volerlo,» proseguì Hilary. «Non era sua intenzione farli impazzire. Pensava di agire solo per il loro bene, ma il suo stato mentale non le permetteva di giudicare quale potesse essere questo bene.»
Joshua sospirò. «E una teoria pazzesca.»
«Non così pazzesca,» disse Tony. «Si accorda perfettamente ai fatti.»
Joshua annuì. «Ne sono convinto anch’io. Perlomeno in buona parte. Vorrei solo che i cattivi di questa storia fossero tutti vili e spregevoli. Non mi sembra giusto provare tanta compassione per loro.»
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