«Ti ha mandato Majere, fratello? Che sto dicendo? Certo che ti ha mandato lui, così come ha mandato quelle cavallette!» Nightshade afferrò la mano del monaco e la strattonò. «Andiamo! Ti porto da Rhys!»
Il monaco rimase immobile. Nightshade non riuscì a spostarlo e finì quasi a gambe all’aria lui stesso.
«Io sto cercando Mina», disse il monaco. «Tu sai dove posso trovarla?»
«Mina! Chi se ne importa di lei?» gridò Nightshade.
Fissò il monaco con uno sguardo severo. «Ti sei confuso, fratello. Tu non stai cercando Mina. Io non ho mai chiesto niente a Majere riguardo a Mina. Tu stai cercando Rhys. Rhys Mason, seguace di Majere. Mina lavora per Chemosh... tutto un altro dio.»
«Nondimeno», disse il monaco, «io sto cercando Mina e devo trovarla rapidamente, prima che sia troppo tardi».
«Troppo tardi per che cosa? Oh, troppo tardi per Rhys! Ecco perché dobbiamo affrettarci! Su, fratello! Andiamo!»
Il monaco non si mosse. Diede un’occhiata accigliata verso il cielo.
«Già, strano colore, vero?» Nightshade allungò il collo. «Lo stavo notando anch’io. Una sorta di strano bagliore d’ambra. Credo che sia l’aura bori-rale o come la chiamano.»
Il kender si fece severo e assai serio. «Adesso guarda, fratello monaco, io sono grato per le cavallette e tutto, ma non abbiamo tempo di star qui a cianciare dello strano colore del cielo notturno! Rhys è in pericolo. Dobbiamo andare! Subito!»
Il monaco non sembrava udirlo. Guardava in lontananza, come cercando qualcosa, e poi scrollò il capo.
«Cieco!» mormorò. «Io sono cieco! Tutti noi... ciechi. Lei è qui, ma io non la vedo. Non la trovo.»
Nightshade udì il dolore nella voce del monaco, e gli si strinse il cuore. Vedeva anche qualcos’altro, qualcosa nel monaco che, al pari dei Prediletti, avrebbe dovuto notare in precedenza. Guardò Atta, che si faceva piccola per la paura: una cosa che quel cane valoroso non faceva quasi mai.
Nessuna luce di vita brillava nel corpo del monaco, ma diversamente dai Prediletti il corpo aveva in sé una qualità eterea e inconsistente, quasi come se il monaco fosse stato dipinto sulla tela della notte. I pezzi del rompicapo presero a combaciare per Nightshade, cadendo tanto forte che gli assestarono un bel colpo sul lato della testa.
«Oh, mio dio!» ansimò Nightshade, e poi, rendendosi conto di ciò che aveva detto, si sbatté la mano sulla bocca. «Mi dispiace, signore!» mormorò fra le dita. «Non intendevo pronunciare il vostro nome invano. Mi è scappato!»
Cadde in ginocchio e chinò il capo.
«Va tutto bene riguardo a Rhys, maestà divina», disse miserevolmente il kender. «Adesso so perché dovete andare da Mina. Be’, forse non lo so, ma posso immaginarlo.» Sollevò la testa e vide che il monaco lo osservava stranamente. «È una cosa tanto triste, vero? Riguardo a Mina, intendo.»
«Sì», disse il monaco con tranquillità. «Tanto triste.»
Majere si inginocchiò accanto a Nightshade e gli posò la mano sulla testa. Mise l’altra mano su Atta, che abbassò la testa sotto il tocco delicato del dio.
«Avete la mia benedizione, tutti e due, e Rhys Mason ha la mia benedizione. Lui ha fede e ha coraggio, e ha l’affetto di veri amici. Tornate da lui. Ha bisogno del vostro aiuto. Il mio dovere è altrove stanotte, ma sappiate che io sono con voi.»
Majere si alzò e guardò verso il castello, le cui mura erano inondate di quel bagliore livido e misterioso. Si incamminò in quella direzione.
Nightshade balzò in piedi. Si sentì rinvigorito, come se avesse dormito per una settimana e per giunta avesse mangiato quattordici pranzi enormi. Il corpo gli ferveva di rinnovata forza ed energia. Diede un’occhiata lungo la cresta in direzione della grotta, e la gioia gli svanì.
«Fratello dio!» gridò Nightshade. «Mi dispiace importunarvi ancora, dopo tutto quello che avete fatto per noi. Grazie per le cavallette, a proposito, e per la vostra benedizione. Mi sento molto meglio. C’è soltanto una cosa ancora.»
Agitò la mano. «Quei macigni sono difficili da scalare e sono terribilmente duri, signore», disse umilmente, «e aguzzi».
Il monaco sorrise e a quel sorriso i macigni scomparvero e il fianco della collina fu inondato di rigogliosa erba verde.
«Evviva!» gridò Nightshade. Agitando le braccia e urlando, sfrecciò giù per la collina. «Rhys, Rhys, tieni duro! Stiamo venendo a salvarti! Majere ci ha benedetti, Rhys! Ha benedetto me, un kender!»
Atta, contenta di trovarsi finalmente nella direzione giusta, sfrecciò sul terreno, superando agevolmente il kender urlante e lasciandolo presto molto indietro.
Rhys sedeva nell’oscurità della grotta e, all’avvicinarsi della morte, pensava alla vita. Alla sua vita. Pensava alla paura e alla codardia, all’arroganza e all’orgoglio, e tenendo stretta la scheggia di legno che gli aveva inciso la carne si inginocchiava davanti a Majere e umilmente gli chiedeva perdono.
Majere chiede a ciascuno dei suoi monaci di allontanarsi dalla vita in convento e viaggiare nel mondo almeno una volta nella vita. Intraprendere questo viaggio è volontario, non è obbligatorio. Nessun monaco è costretto a farlo, così come nessun monaco è mai costretto a fare alcunché. Tutti i voti che i monaci prendono sono ispirati dall’amore e vengono rispettati perché vale la pena di rispettarli. Il dio insegna saggiamente che le promesse fatte per costrizione e per paura della punizione sono prive di significato.
Rhys aveva scelto di non allontanarsi dal monastero. All’epoca non l’avrebbe mai ammesso, ma adesso si rendeva conto del motivo. Aveva pensato, per orgoglio e arroganza, di avere raggiunto la perfezione spirituale. Il mondo non aveva più niente da insegnargli. Majere non aveva più niente da insegnargli.
«Io sapevo tutto», disse sottovoce Rhys rivolto all’oscurità. «Ero felice e contento. Il cammino che percorrevo era agevole e facile e procedeva ripetutamente in circolo. L’avevo percorso tante volte che non lo vedevo più. Avrei potuto percorrerlo alla cieca. Mi sarebbe bastato continuare a camminare e sarebbe stato sempre lì per me. Mi dicevo che il cammino girava attorno a Majere. In verità, non girava attorno a niente. Il centro era vuoto. Senza saperlo, percorrevo il ciglio di un precipizio e, quando è arrivata la catastrofe e il cammino mi si è frantumato sotto i piedi, non avevo più dove andare. Sono caduto nell’oscurità. Anche allora Majere ha cercato di salvarmi. Mi ha teso la mano, ma io l’ho respinto categoricamente. Avevo paura. La mia vita comoda e illuminata dal sole mi era stata strappata via. Ne davo la colpa al dio, quando avrei dovuto dare la colpa a me stesso. Forse se fossi stato presente non avrei potuto impedire a Lleu di uccidere i miei genitori, ma sarei dovuto essere maggiormente comprensivo riguardo al dolore dei miei genitori. Avrei dovuto tendere loro la mano quando sono venuti da me in cerca di aiuto. Invece li ho respinti. Provavo risentimento verso di loro per avere introdotto indebitamente nella mia vita il loro dolore e la loro paura. Non provavo alcun sentimento per loro. Soltanto per me stesso.»
Rhys alzò gli occhi verso il cielo che non poteva vedere. «Soltanto quando ho perso la fede l’ho trovata. Come può avvenire un miracolo del genere? Perché voi, mio dio, non avete mai perso fede in me. Io percorro senza timore l’oscurità, perché ho dentro di me la vostra luce...»
Una luminosità pallida e fredda rischiarò la grotta, come la luce chiamata fuoco fatuo, quella fiamma lambente che talvolta si vede ardere sopra una tomba e che la superstizione ritiene essere un presagio di morte.
L’uomo si materializzò nella grotta. Era pallido e di una bellezza fredda. Aveva lunghi capelli scuri ed era vestito sontuosamente di velluto nero e fine lino bianco con pizzi ai polsini. Osservò Rhys con occhi che non avevano né fine né inizio.
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