Margaret Weis - Ambra e ferro

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La vita sul mondo di Krynn è in rapida evoluzione e persino gli dei ne rimangono sconcertati. Che dire allora dei mortali? Di fronte a forze apparentemente invincibili, una piccola ma determinata banda di avventurieri pone in atto un disperato tentativo di arrestare un’invasione. Mina, enigmatica come sempre, riesce a fuggire dalla sua prigione sottomarina e parte per una ricerca che metterà a dura prova la sua forza di volontà, mentre il male sembra diffondersi inesorabilmente...

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I Prediletti che lui aveva incontrato in precedenza erano stati tutti piuttosto docili, fintanto che non avevano cercato di sedurre qualcuno, e finora nessun essere umano (Prediletto o no) aveva mai cercato di sedurre Nightshade (se si esclude quella prostituta in un vicolo di Palanthas, la quale in quel momento era completamente ubriaca).

Comunque a Nightshade non piaceva il modo in cui questi due lo guardavano. I Prediletti in genere non si preoccupavano di fissarlo. I più si limitavano a ignorarlo, e lui era giunto a preferire che fosse così.

«Scusate, amici», disse Nightshade, rivolgendo loro un saluto con la mano. «Errore mio. Pensavo foste qualcun altro. Qualcuno di vivo», mormorò sottovoce.

Non sapeva che fare. Doveva forse superarli spensieratamente con un allegro «ciao ciao» o doveva voltarsi e scappare? L’istinto votava per voltarsi e scappare. Stava per obbedire, quando vide uno degli uomini estrarre un coltello.

«Che stai facendo?» domandò il suo compagno. «È un kender.»

«Sì», disse Nightshade, indietreggiando. «Sono un kender.»

«Non mi interessa», disse l’uomo con voce cattiva. «Lo spedisco da Chemosh.»

«Ma è un kender», ripeté il suo compagno con disgusto. «Chemosh non vuole kender.»

«Ha ragione, sai», assicurò Nightshade a quello che brandiva il coltello. «Come dicono nelle taverne, "non si fa servizio ai kender; niente kender nell’Abisso". Io ho visto i cartelli. Sono appesi dappertutto.»

Si guardò attorno inquieto, ma non era in vista nessun aiuto, nient’altro che strada deserta. Continuò a indietreggiare.

«A Chemosh non interessa», ribatté il Prediletto. «Per lui i morti sono morti, e uccidere fa passare il dolore.»

Avanzo verso Nightshade, brandendo il coltello. Nightshade vedeva macchie scure sulla lama.

«Ho assassinato una donna la notte scorsa», proseguì il Prediletto con tono colloquiale. «Ho sventrato quella vacca. Non voleva giurare fedeltà a Chemosh, ma il dolore mi si è alleviato. Prova anche tu. Aiutami a uccidere questa mezza cartuccia.»

Alzando le spalle, l’altro Prediletto raccolse un pezzo di legno da usare come bastone, e tutti e due si avvicinarono a Nightshade.

I Prediletti non uccidevano più per guadagnare convertiti a Chemosh, si rese conto con sgomento Nightshade. Uccidevano e basta!

Era intento a puntare il dito contro i Prediletti, pronto ad abbatterli come aveva abbattuto il minotauro, quando si rammentò all’improvviso che la sua magia non avrebbe funzionato contro di loro. Il cuore, che gli era finito nelle scarpe, adesso gli si arrampicò lungo le interiora fino a prenderlo per la gola e scuoterlo.

Nightshade col suo tentativo di incantesimo aveva perso del tempo prezioso per fuggire. Lo compensò ruotando su se stesso e scappando più forte che poté, e anche di più.

«Atta, vieni!» ansimò, e la cagna gli corse dietro.

Nightshade era bravo negli scatti; aveva molta pratica nel correre più veloce di sceriffi, casalinghe arrabbiate, contadini furiosi e mercanti irati. Il suo improvviso impeto di velocità colse di sorpresa i Prediletti, e per un po’ lui li distanziò, ma era già stanco per essersi trascinato sulla sabbia ed essersi graffiato le mani sui macigni. Il suo scatto non aveva la potenza per durare. Le forze cominciarono a venirgli meno. Non lo aiutavano i solchi sulla strada né le sparse zolle di erba ed erbacce secche né gli stivali viscidi per la carne di maiale.

I Prediletti frattanto avevano preso velocità. Essendo morti, potevano correre per tutto il mese se volevano, mentre Nightshade immaginava di farcela ancora per qualche istante. Non osava perdere tempo a guardarsi indietro, ma non gli serviva: sentiva il respiro aspro e i tonfi dei passi, e sapeva che stavano guadagnando terreno.

Atta abbaiava furiosamente, per metà correndo dietro a Nightshade e per metà girandosi per minacciare i Prediletti.

A Nightshade il respiro prese ad arrivare con ansimi irregolari e dolorosi. I piedi gli vacillavano e incespicavano sul terreno irregolare. Era quasi spacciato.

Uno dei Prediletti afferrò la falda svolazzante della camicia del kender. Nightshade diede uno strattone, cercando di liberarsi, ma finì col ruzzolare a capofitto in una grande chiazza di erbacce. Era pronto a combattere per salvarsi la vita, quando all’improvviso si trovò nel mezzo di quella che si poteva descrivere soltanto come un’esplosione di cavallette.

Nugoli di quegli insetti volanti e saltellanti ronzarono in aria. Vivevano in quella chiazza di erbacce, ed erano furiosi per essere stati disturbati in maniera tanto sgarbata. Nightshade aveva cavallette negli occhi, su per il naso e giù per il collo e nei pantaloni. Il kender rotolò via dalla chiazza di erbacce, dando manate e schiaffi e dimenandosi. Atta correva in cerchio, facendo scattare le mascelle e mordendo gli insetti. Nightshade freneticamente se ne scacciò diversi dagli occhi e quindi vide con stupore che le cavallette avevano aggredito i Prediletti.

I due uomini erano letteralmente brulicanti di insetti. Le cavallette si aggrappavano a ogni parte del loro corpo; erano in bocca e sciamavano attorno agli occhi e intasavano le narici. Quegli insetti ronzanti e frenetici strisciavano tra i capelli e decoravano le braccia e coprivano le gambe, e altre cavallette ancora convergevano sui Prediletti, alzandosi in volo con un ronzio irato dalle erbacce di tutto il ciglio della strada.

I Prediletti agitavano le braccia e saltavano anche loro lottando per scacciare gli insetti, ma più lottavano e più le cavallette parevano offendersi e attaccarli freneticamente.

Le cavallette che avevano infastidito Nightshade parvero rendersi conto che si stavano perdendo il divertimento, poiché si allontanarono ronzando per unirsi alle colleghe. Nel giro di qualche istante i Prediletti scomparvero alla vista, intrappolati dentro un nugolo roteante di insetti.

«Accidenti!» disse Nightshade con sgomento, e poi soggiunse, parlando ad Atta: «È la nostra occasione! Via di corsa!».

Gli restava ancora un piccolo impulso di energia, e si mise a testa bassa, gonfiando i muscoli delle gambe, e corse a rotta di collo lungo la strada.

Correva, correva, correva senza guardare dove stesse andando, e Atta gli ansimava accanto, quando il kender finì a capofitto contro qualcosa: blam!

Il kender rimbalzò e si rovesciò cadendo a terra sulla schiena lungo la strada. Scuotendo la testa stordito, alzò lo sguardo.

«Accidenti», disse di nuovo Nightshade.

«Mi dispiace, amico», disse il monaco, e allungò una mano premurosa per aiutare Nightshade ad alzarsi in piedi. «Avrei dovuto guardare dove stavo andando.»

Il monaco guardò Nightshade, e poi lungo la strada dove i Prediletti fuggivano in direzione opposta, cercando di sbarazzarsi delle cavallette, che li attaccavano ancora. Il monaco ebbe un lieve sorriso e osservò preoccupato il kender.

«Stai bene?» domandò. «Ti hanno fatto del male?»

«N-no, fratello», balbettò Nightshade. «È stata una fortuna che siano arrivate quelle cavallette...»

Il kender ebbe un pensiero improvviso.

Il monaco era magro, snello e tutto muscoli, come Nightshade aveva motivo di sapere, poiché scontrarsi col monaco era stato come scontrarsi col fianco di una montagna. Il monaco aveva i capelli grigio-ferro che portava in una semplice treccia sulla nuca. Indossava una veste semplice di un colore arancione lucido, decorata con un disegno di rose attorno all’orlo e alle maniche. Aveva gli zigomi alti e la mascella forte e occhi scuri che adesso sorridevano, ma che probabilmente sapevano essere molto feroci se il monaco voleva.

Nightshade consentì al monaco di sollevarlo in piedi. Lasciò che il monaco gli spazzolasse via la polvere dagli abiti e gli strappasse via dai capelli una cavalletta dispersa e ostinata. Il kender vide che Atta si teneva indietro, facendosi piccola per la paura, senza avvicinarsi al monaco, e allora e soltanto allora il kender liberò la propria voce, che gli si era impigliata in gola.

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