Soltanto chi aveva una figlia che si stava giusto avvicinando a quell’età particolare non era del tutto tranquillo a lasciarla incustodita, veniva colto dall’ansia all’ora del tramonto ed era felice la mattina quando la ritrovava viva e vegeta… naturalmente senza volersene confessare il motivo.
Ma c’era un uomo a Grasse che non credeva a quell’atmosfera di pace. Si chiamava Antoine Richis, rivestiva la carica di secondo console della città e abitava in un edificio imponente all’inizio della Rue Droite.
Richis era vedovo e aveva una figlia di nome Laure. Sebbene non avesse ancora quarant’anni e possedesse un’indomita vitalità, pensava di rimandare un secondo matrimonio ancora per quanche tempo. Prima voleva far sposare sua figlia. E non certo col primo arrivato, bensì con un uomo di rango. C’era un tal barone di Bouyon, con un figlio e un feudo a Vence, con una buona reputazione e una cattiva situazione finanziaria, con il quale Richis aveva già preso accordi per un futuro matrimonio dei rispettivi figli. Quando poi Laure fosse stata maritata, lui stesso avrebbe allungato le sue antenne di uomo libero in direzione di tre casati molto ragguardevoli, i Drée, i Maubert o i Fontmichel — non perché fosse vanesio e dovesse a ogni costo dividere il letto con una consorte nobile, ma perché voleva fondare una dinastia e indirizzare i suoi discendenti verso una via che portasse alla massima considerazione sociale e alla massima influenza politica. Per questo gli occorrevano ancora almeno due figli, uno dei quali si sarebbe occupato dei suoi affari, mentre l’altro, con una carriera giuridica e tramite il Parlamento di Aix, si sarebbe introdotto nella nobiltà. Tuttavia, come uomo del suo ceto, poteva nutrire simili ambizioni con prospettive di successo soltanto legando intimamente la sua persona e la sua famiglia alla nobiltà provenzale.
Ciò che comunque giustificava in lui progetti così ambiziosi era la sua favolosa ricchezza. Antoine Richis era di gran lunga il cittadino più facoltoso e aveva proprietà un po’ ovunque. Possedeva latifondi non soltanto nella zona di Grasse, dove faceva coltivare aranci, ulivi, frumento e canapa, ma anche nei pressi di Vence e verso Antibes, dove li aveva appaltati. Possedeva case ad Aix, case in campagna, partecipazioni in flottiglie che facevano rotta per l’India, un ufficio stabile a Genova e la più grossa ditta di Francia di sostanze odorose, spezie, olii e pelli.
Ma la cosa più preziosa che Richis possedeva era sua figlia. Era la sua unica figlia, di sedici anni giusti, con capelli rosso-scuro e occhi verdi. Aveva un viso così incantevole che i visitatori di qualsiasi età e sesso restavano a guardarla impietriti e non riuscivano più a staccare gli occhi da lei, pareva che addirittura leccassero il suo viso con gli occhi come se stessero leccando il gelato con la lingua, e, così facendo, assumevano l’espressione tipica della stupida devozione che tale attività leccatoria comporta. Persino Richis, quando guardava la propria figlia, si sorprendeva al punto che per qualche tempo, per un quarto d’ora, anche per una mezz’ora, dimenticava il mondo e con esso i suoi affari — cosa che altrimenti non gli succedeva neppure nel sonno — si scioglieva tutto nella contemplazione della splendida fanciulla e in seguito non sapeva più dire che cosa avesse fatto. E di recente — lo avvertiva con malessere — la sera quando l’accompagnava a letto o talvolta la mattina, quando andava a svegliarla, e lei stava ancora dormendo, come adagiata là da mani divine, e attraverso la sua sottile camicia da notte si manifestavano le forme dei suoi fianchi e del suo seno, e il suo respiro si levava calmo e tranquillo dal quadrato del petto, della curva dell’ascella, del gomito e dell’avambraccio liscio, su cui aveva appoggiato il viso… in quel momento, gli si torceva sgradevolmente lo stomaco, si sentiva stringere la gola e inghiottiva, e Dio sa se si malediceva per essere il padre di questa donna e non uno sconosciuto, dinanzi al quale lei giacesse come ora dinanzi a lui, che senza scrupoli avrebbe potuto stendersi accanto a lei, su di lei, entrare in lei con tutto il suo desiderio. E il sudore gli usciva a fiotti, e le sue membra tremavano, mentre soffocava in sé quel desiderio mostruoso e si chinava su di lei per svegliarla con un casto bacio paterno.
L’anno precedente, al tempo dei delitti, non aveva ancora subito simili tentazioni funeste. Il fascino che a quell’epoca sua figlia aveva esercitato su di lui era stato — così almeno gli sembrava — un fascino ancora infantile. E anche per questo non aveva mai seriamente temuto che Laure potesse diventare vittima di quell’assassino che, com’era noto, non aggrediva né donne né bambine, ma esclusivamente adolescenti in età virginale. In verità aveva intensificato la sorveglianza della sua casa, aveva fatto mettere nuove inferriate alle finestre del piano terreno e incaricato la cameriera di dividere la stanza da letto con Laure. Ma era restio a mandarla via, come facevano i suoi parigrado con le loro figlie, anzi persino con tutta la loro famiglia. Trovava questo comportamento spregevole e indegno di un membro del Consiglio e secondo console che, pensava, per i suoi concittadini avrebbe dovuto essere un modello di pacatezza, di coraggio e d’inflessibilità. Inoltre era un uomo che non si lasciava dettare decisioni da altri, non da una folla in preda al panico e meno che mai da un solo cialtrone anonimo d’un assassino. E così per tutto quel terribile periodo era stato uno dei pochi in città a restare immune dalla febbre della paura e a serbare la mente fredda. Ma ora, stranamente, tutto cambiò. Cioè, mentre gli altri là fuori, come se avessero già impiccato l’assassino, festeggiavano la fine delle sue imprese e presto dimenticarono del tutto i tempi infausti, nel cuore di Antoine Richis si annidò la paura, come un orribile veleno. Per molto tempo non volle ammettere che era la paura che lo portava a differire viaggi a lunga scadenza, a lasciare la casa malvolentieri, ad abbreviare le visite e le sedute per poter rientrare presto. Si giustificava di fronte a se stesso adducendo un’indisposizione o un eccesso di lavoro, ammetteva anche di essere un po’ preoccupato, proprio come qualsiasi padre che ha una figlia in età da marito, una preoccupazione del tutto normale… La fama della bellezza di Laure non era forse di pubblico dominio? Non si allungavano già forse i colli, quando la domenica qualcuno l’accompagnava in chiesa? E certi membri del Consiglio non facevano già delle avance, a nome proprio o dei loro figli?…
Poi, un giorno di marzo, Richis era seduto in salotto e osservava Laure passeggiare fuori in giardino: la ragazza indossava un abito blu su cui ricadevano i suoi capelli rossi, fiammeggianti alla luce del sole; Richis non l’aveva ancora mai vista così bella. La scorse sparire dietro una siepe. E poi attese un po’ più a lungo di quanto si era aspettato, forse soltanto il tempo di due battiti del cuore in più, prima che lei ricomparisse… e si spaventò a morte, perché in quei due istanti aveva pensato di averla persa per sempre.
Quella notte stessa si destò da un sogno terribile, del quale non riuscì più a ricordare il contenuto, ma sapeva che aveva a che fare con Laure, e si precipitò nella sua stanza, convinto che fosse morta, che giacesse nel letto assassinata, violentata, coi capelli tagliati… e la trovò incolume.
Tornò nella sua camera, bagnato di sudore e tremante di eccitazione, no, non d’eccitazione, bensì di paura, ora finalmente confessò a se stesso che era stato soltanto un attacco di paura e, mentre se lo confessava, la sua mente divenne lucida e tranquilla. Se doveva essere onesto, fin dall’inizio non aveva creduto alla scomunica del vescovo; né aveva creduto che l’assassino si fosse poi spostato a Grenoble; e neppure che avesse lasciato definitivamente la città. No, viveva sempre lì, tra i cittadini di Grasse, e un giorno o l’altro avrebbe colpito ancora. In agosto e in settembre Richis aveva visto alcune delle fanciulle assassinate. Quella vista l’aveva orripilato e affascinato a un tempo, doveva ammetterlo, perché tutte, e ognuna in modo molto particolare, erano di una notevole bellezza. Mai avrebbe pensato che a Grasse esistesse tanta bellezza nascosta. L’assassino gli aveva aperto gli occhi. L’assassino aveva un gusto squisito. E aveva un sistema. Non soltanto perché tutti i delitti erano eseguiti con la stessa tecnica metodica, ma anche la scelta delle vittime rivelava un proposito, per così dire, di pianificazione economica. In verità Richis non sapeva che cosa realmente volesse l’assassino dalle sue vittime, infatti non poteva certo averle depredate della loro cosa migliore, la bellezza e il fascino della loro giovinezza… oppure sì? Comunque gli pareva che l’assassino, per quanto assurdo potesse sembrare, non fosse uno spirito distruttivo, bensì un meticoloso collezionista. Vale a dire: immaginando — rifletteva Richis — tutte le vittime non più come singole creature, bensì come elementi di un principio superiore, e pensando in modo idealistico alle loro diverse qualità come fuse in un tutto unitario, ne derivava che l’immagine composta da simili pezzi di mosaico doveva essere l’immagine della bellezza per antonomasia, e il fascino che emanava da essa non era più di specie umana, bensì divina. (Come si vede, Richis era un uomo dalla mente illuminata, che non indietreggiava neppure di fronte a conclusioni blasfeme, e pur se pensava per categorie non olfattive, bensì ottiche, giungeva molto vicino alla verità.)
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