Neil Gaiman - Nessun dove

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Sotto le vie di Londra c’è un mondo che la maggior parte delle persone non riesce neppure a immaginare. Una città di mostri e di santi, di assassini e di angeli, cavalieri in armatura e pallide ragazze in velluto nero: questa è la Londra di chi è precipitato tra le fenditure. Richard Mayhew è un giovane uomo d’affari che sta per scoprire l’altra città: un singolo atto di generosità lo catapulta fuori dalla sua tranquilla e prevedibile esistenza e lo fa entrare in un mondo che è al tempo stesso stranamente familiare e incredibilmente bizzarro. C’è una ragazza di nome Porta e delle persone che vogliono ucciderla. C’è un angelo che si chiama Islington che vive in un salone illuminato dalle candele, e Old Bailey, che abita sui tetti. Ci sono ratti intelligenti e il signor Parla-coi-Ratti, e un Conte che tiene il proprio seguito sulla carrozza di un treno della metropolitana. Un ponte nella notte sta a guardia della perigliosa via verso Knightsbridge, dove vivono le persone delle fogne, la Bestia nel labirinto, e si scoprono pericoli e piaceri che superano la più fervida immaginazione. E Richard, che vorrebbe solo tornarsene a casa, troverà ad attenderlo uno strano destino. Laggiù, sotto le strade della sua città, in quel luogo chiamato Nessun.

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Croup e Vandemar chiusero le manette intorno ai polsi del Marchese e lo incatenarono saldamente ai piloni accanto a Richard. L’angelo aveva rivolto la sua attenzione su Porta. Le si era avvicinato, aveva allungato una mano e, mettendogliela sotto il mento, le aveva alzato il viso, per guardarla negli occhi. «La tua famiglia» disse, dolcemente. «Tu provieni da una famiglia davvero notevole. Davvero notevole.»

«E allora perché hai voluto ucciderci?»

«Non tutti» disse. Richard pensava stesse parlando di Porta, ma poi aggiunse, «C’era sempre la possibilità che tu potessi non… operare bene come invece hai fatto.»

Le lasciò il mento e le accarezzò il viso con un lungo dito bianco, quindi disse, «Quelli della tua stirpe possono aprire porte. Possono creare porte dove non ce ne sono. Possono aprire porte sprangate. Aprire porte che non erano state fatte per essere aperte.» Le fece scorrere le dita sulla nuca, dolcemente, come in una lunga carezza, poi strinse le dita attorno alla catena che portava al collo.

«Quando sono stato condannato a rimanere qui, mi hanno dato la porta della mia prigione. Quindi hanno preso la chiave della porta e hanno messo quaggiù anche lei. Una raffinata forma di tortura.»

Con gentilezza tirò la catena, estraendola da sotto gli strati di seta, pizzo e cotone di Porta, rivelando la chiave d’argento; poi fece scorrere le dita sulla chiave, come stesse esplorando luoghi segreti.

Allora Richard comprese. «Quindi i Frati Neri la tenevano al sicuro da te» disse.

Islington lasciò la chiave. Accanto a Porta c’era la porta di silice e argento. L’angelo la raggiunse e ci appoggiò sopra una mano, bianca contro il nero della pietra.

«Da me» convenne Islington. «Una chiave. Una porta. Un apritore della porta. Dovevano esserci tutti e tre, vedete — un tipo di scherzo di gran classe. L’idea era che quando avessero stabilito che mi ero guadagnato il perdono e la libertà, mi avrebbero mandato un apritore e consegnato la chiave. Solo che io ho deciso di prendere in mano la faccenda e di andarmene un po’ prima.»

Tornò da Porta. Di nuovo accarezzò la chiave. Poi serrò la mano sul piccolo oggetto d’argento e tirò con forza. La catena si spezzò di colpo e Porta trasalì.

«Ho parlato con tuo padre, Porta» continuò l’angelo. «Si preoccupava per il Mondo di Sotto. Voleva unire Londra Sotto, unire baronie e feudi — forse addirittura creare qualche tipo di legame con Londra Sopra. Gli ho detto che l’avrei aiutato se lui avesse aiutato me. Quando gli ho spiegato la natura dell’aiuto di cui avevo bisogno, mi ha riso in faccia.» Ripeté le parole come se ancora non riuscisse a crederci. «Ha riso. In faccia a me.»

Porta scosse il capo. «E l’hai ucciso perché si è rifiutato di aiutarti?»

«Non l’ho ucciso» disse Islington, con infinita dolcezza. «L’ho fatto uccidere.»

«Ma mi ha detto che potevo fidarmi di te. Mi ha detto di venire qui. Nel suo diario.»

Mister Croup cominciò a ridere scioccamente. «Non l’ha fatto» disse. «Non l’ha mai fatto. Siamo stati noi. Cosa diceva in realtà, mister Vandemar?»

«Non fidarti di Islington» disse mister Vandemar con la voce di Portico. Era un’imitazione perfetta. «C’è Islington dietro a tutto questo. È pericoloso, Porta — tieniti lontana da lui…»

Islington le accarezzò la guancia con la chiave. «Pensavo che la mia versione ti avrebbe fatta arrivare qui un po’ più in fretta.»

«Abbiamo preso il diario,» disse mister Croup «l’abbiamo sistemato, poi l’abbiamo riportato al suo posto.»

«Dove si va superando quella porta?» gridò Richard.

«A casa» disse l’angelo.

«In Paradiso?»

E Islington non rispose, però sorrise, come sorride un gatto che non ha divorato solo la panna e il canarino, ma anche il pollo pronto per la cena e la crème brûlée prevista per dessert.

«Quindi pensi che non si accorgeranno che sei tornato?» sogghignò il Marchese. «Giusto un ’Oh, guarda, c’è un altro angelo, tieni, prendi un’arpa e diamoci dentro con gli osanna’?»

Gli occhi di Islinton erano splendenti. «Non fa per me la tranquilla agonia dell’adulazione, degli inni, delle aureole e delle preghiere egoiste» disse. «Io ho… il mio programma.»

«Be’, adesso hai la chiave» disse Porta.

«E ho te» disse l’angelo. «Tu sei l’apritore. Senza di te la chiave è inutile. Apri per me quella porta.»

«Le hai ucciso la famiglia,» intervenne Richard «l’hai fatta inseguire per tutta Londra Sotto. Adesso vorresti che ti aprisse la porta per permetterti di invadere da solo il Paradiso? Non sei molto bravo a giudicare il carattere delle persone, vero? Non lo farà mai.»

Allora l’angelo lo guardò con occhi molto più antichi della Via Lattea. Poi disse, «Ah, povero me» quindi gli voltò le spalle quasi fosse impreparato a vedere il fatto spiacevole che stava per verificarsi.

«Gli faccia ancora male, mister Vandemar» disse mister Croup. «Gli tagli un’orecchio.»

Mister Vandemar sollevò una mano. Era vuota. Contrasse impercettibilmente il braccio ed ecco, reggeva un coltello.

«Te l’avevo detto che un giorno avresti scoperto che sapore ha il tuo stesso fegato» disse. «Sembra proprio che la tua giornata fortunata sia oggi.»

Fece scivolare dolcemente la lama del coltello sotto il lobo dell’orecchio di Richard, che non senti dolore — forse, pensò, ne aveva già provato anche troppo quel giorno, forse la lama era troppo affilata per far male. Però sentiva gocciolare il sangue, bagnato, che dall’orecchio scendeva sul collo.

Porta lo osservava, e il visino da elfo con gli enormi occhi dallo strano colore occupavano completamente il campo visivo di lui. Provò a inviarle un messaggio mentale. Tieni duro. Non permettere che te lo facciano fare. Starò bene.

Poi mister Vandemar diede una lieve pressione al coltello, e Richard cominciò a gridare.

«Fermali!» disse Porta. «Aprirò la tua porta.»

Islington fece un rapido gesto, e mister Vandemar, sospirando pietosamente, mise via il coltello. Il sangue caldo gocciolava lungo il collo di Richard e gli formava una pozza nell’incavo dell’osso della spalla.

Mister Croup si avvicinò a Porta e apri le manette che le bloccavano la mano destra. Lei, incorniciata dai piloni, rimase in piedi massaggiandosi il polso. La mano sinistra era ancora incatenata, ma ora godeva di una certa libertà di movimento. Tese la mano per farsi dare la chiave.

«Ricorda» disse Islington «che ho i tuoi amici.»

Lei lo guardò con profondo disprezzo, in tutto e per tutto figlia maggiore di Lord Portico. «Dammi la chiave» disse.

L’angelo le consegnò la chiave d’argento.

«Porta!» gridò Richard. «Non farlo. Non liberarlo. Noi non contiamo!»

«In verità,» disse il Marchese de Carabas «io conto eccome. Ma devo comunque dirmi d’accordo. Non lo fare.»

Lo sguardo della ragazza passò da Richard al Marchese, i suoi occhi indugiarono sulle loro mani legate, sulle pesanti catene che li inchiodavano ai neri piloni di ferro. Pareva molto vulnerabile; poi distolse lo sguardo e camminò fino a dove le permetteva la catena, fino a trovarsi davanti alla porta nera costruita con silice e argento.

Non c’era buco della serratura. Appoggiò il palmo della mano destra sulla porta e chiuse gli occhi. Quando tolse la mano, nel punto dove l’aveva posata si trovava un buco di serratura, attraverso cui filtrava una luce bianca che contrastava con il buio del salone.

La ragazza infilò la chiave d’argento nella toppa. Ci fu un momento di pausa, poi fece scattare la serratura. Qualcosa fece click e si udì un suono armonioso, e all’improvviso la porta fu incorniciata di luce.

«Quando me ne sarò andato,» disse l’angelo a mister Croup e a mister Vandemar, con voce fascinosa, dolce e compassionevole, «uccideteli tutti nel modo che preferite.»

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