Non riusciva a respirare. Macchie di luce bianca gli esplosero dietro gli occhi.
Sentiva che la catena cominciava a cedere…
Il rumore della porta nera che si richiudeva violentemente riempi tutto il suo mondo.
Richard ricadde di peso contro il pilone e crollò a terra. Nel salone regnava il silenzio; silenzio e totale oscurità, nel Gran Salone sotto la terra.
«Allora, dove li hai mandati?» Era la voce del Marchese.
Quindi Richard udì la voce di una ragazza. Sapeva che doveva essere quella di Porta, ma sembrava cosi giovane, quella di un bambino piccolo all’ora di andare a dormire. «Non lo so. Molto lontano. Sono… sono tanto stanca adesso. Io…»
«Porta,» disse il Marchese «cerca di scuoterti.» Era giusto che lo dicesse, pensò Richard. Qualcuno doveva farlo. E Richard non ricordava più come si fa a parlare.
Si udì un click, nel buio: il rumore di manette che si aprono, seguito dal rumore di catene che cadono contro un pilone di metallo. Poi il rumore di un fiammifero che viene strofinato su una superficie ruvida. Una candela si accese: faceva una luce molto debole e ondeggiava nell’aria leggera.
Fuoco, fiamma e luce di candela, pensò Richard, senza però riuscire a ricordare perché.
Con passo malfermo, Porta si diresse verso il Marchese, tenendo in mano la candela. Allungò l’altra mano, toccò le catene, e le manette si aprirono con un click. Lui si massaggiò i polsi.
Poi la ragazza andò da Richard e sfiorò le manette ancora chiuse. Si aprirono. Porta sospirò e si mise a sedere accanto a lui. Richard allungò un braccio e prese a cullarla, tenendola stretta a sé. La cullava lentamente avanti e indietro, canticchiando a mezza voce un ninna nanna senza parole.
Faceva freddo, molto freddo, là nel vuoto salone dell’angelo; presto, però, il calore della perdita di coscienza si impadroni di entrambi, avvolgendoli.
Il Marchese de Carabas guardava i bambini dormire. L’idea del sonno — di tornare, anche per un breve periodo, a uno stato tanto orribilmente vicino alla morte — lo spaventava più di quanto avrebbe mai creduto possibile. Alla fine, però, anche lui appoggiò la testa su un braccio e chiuse gli occhi.
E allora non ci fu più nessuno.
Lady Serpentine che, escludendo Olympia, era la maggiore delle Sette Sorelle, camminava lungo il labirinto, gli stivali bianchi che sguazzavano nel fango. Da oltre un centinaio di anni non si allontanava tanto da casa. Il suo maggiordomo dal vitino di vespa, vestita dalla testa ai piedi di pelle nera, procedeva davanti a lei reggendo una grossa lanterna da carrozza. Altre due donne vestite in modo simile la seguivano a rispettosa distanza.
Lo strascico di pizzo strappato dell’abito di Serpentine strisciava nel pantano, ma lei non ci badava. Alla luce della lanterna scorse qualcosa di scintillante e, accanto a quel qualcosa, una sagoma voluminosa.
«Eccola» disse.
Le due donne che la seguivano si affrettarono a correre avanti, nella palude, e all’avvicinarsi della donna con la lampada le ombre si trasformarono in oggetti. Il baluginio proveniva da una lunga lancia di bronzo. Il corpo di Hunter, freddo e in condizioni pietose, giaceva sulla schiena, semi sepolto sotto il cadavere di un enorme animale. Aveva gli occhi chiusi.
Le donne di Serpentine estrassero il corpo da sotto la Bestia e lo adagiarono nel fango.
Serpentine si inginocchiò nel pantano e fece scorrere un dito lungo la guancia gelida di Hunter, fino a sfiorare le labbra nere di sangue. Li indugiò qualche istante, poi si alzò.
«Prendete la lancia» disse.
Una delle donne sollevò il corpo di Hunter, l’altra strappò la lancia dalla carcassa della Bestia e se la mise in spalla.
Quindi le quattro figure si voltarono e ripercorsero la strada da cui erano venute; una processione silenziosa nelle profondità sotto il mondo.
Mentre camminavano, la luce della lanterna tremolava sul viso devastato di Serpentine, che però non rivelava alcuna emozione, né felicità né tristezza.
Per un momento non avrebbe proprio saputo dire chi era. Si trattava di una sensazione estremamente liberatoria, quasi avesse la possibilità di essere qualunque cosa desiderasse: chiunque in assoluto — provare nuove identità. Poteva essere un uomo o una donna, un ratto o un uccello, un mostro o un dio.
Poi qualcuno produsse un fruscio, e si svegliò senza avere terminato l’elenco. Era Richard Mayhew, chiunque egli fosse, qualunque cosa ciò significasse.
Era Richard Mayhew e non sapeva dove si trovava. Il suo viso premeva contro del ruvido lino, e aveva male dappertutto. In alcuni punti — il mignolo della mano sinistra, per esempio — più che in altri.
Vicino a lui c’era qualcuno. Sentiva respirare.
Sollevò la testa, e nel farlo scopri altri punti dolenti. Alcuni dolevano molto, molto forte.
Lontano — a camere e camere di distanza — delle persone cantavano. Il suono era cosi sfocato e sommesso che sapeva che l’avrebbe perduto se avesse aperto gli occhi: un salmodiare profondo e melodioso…
Aprì gli occhi. La stanza era piccola e scarsamente illuminata. Si trovava su un letto basso e il fruscio che aveva udito era prodotto da una figura incappucciata vestita di nero che gli dava le spalle. L’individuo stava spolverando la stanza con un piumino dai colori accesi e bizarri.
«Dove sono?» chiese Richard.
La figura in nero si voltò, rivelando un volto magro, molto nervoso e di un color bruno intenso. «Vuole dell’acqua?» domandò, come uno a cui è stato spiegato che se il paziente dovesse svegliarsi bisogna chiedergli se vuole dell’acqua e che negli ultimi venti minuti si è ripetuto in continuazione la frase, per essere certo di non dimenticarsene.
«Io…» e Richard si rese conto di avere una sete terribile. Si mise a sedere sul letto. «Si, per favore. Grazie mille.»
Da una caraffa di metallo il frate versò un po’ d’acqua in una malconcia tazza, sempre di metallo, che passò a Richard. Lui sorseggiò con lentezza, resistendo all’impulso di inghiottirla tutta in una volta. Era fresca e cristallina, come di sorgente.
Richard abbassò lo sguardo. I suoi abiti erano spariti. Era stato vestito con qualcosa di lungo, simile al saio dei Frati Neri ma grigio. Il dito rotto era stato steccato e bendato con cura.
Si portò un dito all’orecchio, su cui c’era un cerotto appiccicoso. Sotto il cerotto, quelli che al tatto sembravano punti.
«Sei uno dei Frati Neri?» disse Richard.
«Si, signore.»
«Come sono arrivato qui? Dove sono i miei amici?»
Il frate indicò il corridoio, senza pronunciare parola e con aria nervosa.
Richard scese dal letto. Controllò sotto la veste grigia: era nudo. Petto e gambe erano coperti da innumerevoli lividi violacei, che sembravano essere stati trattati con un unguento non meglio identificato: odorava di sciroppo per la tosse e toast imburrato. Aveva un ginocchio bendato. Si chiedeva dove fossero andati a finire i suoi abiti. Accanto al letto c’erano dei sandali, e se li infilò. Quindi usci dalla stanza.
Nel corridoio vide l’Abate che si stava dirigendo verso di lui, gli occhi ciechi di un bianco perlaceo nell’oscurità al di sotto del cappuccio. Si appoggiava al braccio di fratello Caliginoso.
«Allora sei sveglio, Richard Mayhew» disse l’Abate. «Come ti senti?»
Richard fece una smorfia. «La mano…»
«Ti abbiamo sistemato il dito. Era rotto. Ti abbiamo curato tagli e lividi. Poi avevi bisogno di riposo, che ti abbiamo procurato.»
«Dov’è Porta? E il Marchese? Come siamo arrivati qui?»
«Vi ho portato qui io» disse l’Abate. I due frati iniziarono a camminare lungo il corridoio, e Richard camminava con loro.
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