Orson Card - Alvin l'apprendista

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Alvin l'apprendista: краткое содержание, описание и аннотация

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In un mondo dominato da magie, incantesimi e misteriose potenze negative, nasce Alvin “Settimo figlio di un settimo figlio” che possiede tutte le energie positive del Creato ed è destinato a combattere per la salvezza degli uomini e della Terra. Il giorno in cui nacque Alvin, Peggy — colei che vede tutti i futuri possibili — ne lesse il destino carico di dolori e pericoli, ma vide anche la missione a cui era predestinato. Una missione che gli avrebbe dato la gloria di essere ricordato come il costruttore di un mondo migliore.

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Ad Alvin non era mai venuto in mente che anche Cal si fosse messo a fare il guaritore. Ma in realtà non ci sarebbe stato niente di strano. Da quando Alvin se n’era andato, Cal era in qualche modo diventato per gli abitanti di Vigor Church quello che una volta era stato Alvin. Visto che anche i loro doni erano molto simili, Cal era quasi riuscito a prendere il suo posto. Per di più Cal aveva cominciato a fare cose che Alvin da piccolo non si era mai sognato di fare, come andare in giro a curare la gente… Anche se non sempre ci riusciva. Ora che Alvin era tornato, quest’ultimo non solo aveva ripreso il suo posto a Vigor Church, ma si era messo a surclassare Cal nelle cose che il fratello fino a quel momento aveva considerato soltanto sue. E adesso Cal si sentiva umiliato e inutile.

«Mi dispiace» disse Al. «Ma posso insegnarti come fare. È quello che avevo cominciato a spiegarti.»

«Io quei pezzetti o che cosa diavolo sono non li ho mai visti» lo rimbeccò Cal. «Non ho capito una sola parola di quello che stavi dicendo. Forse il mio dono non è potente come il tuo, o forse sono soltanto troppo stupido, non capisci? Non posso diventare niente di più di quello cui non arrivo da solo. E non ho bisogno che sia tu a dimostrarmi che non potrò mai essere all’altezza. Martin Hill ha voluto che tu venissi ad aiutarmi, perché sa che a fare staccionate sei più bravo di me. E tu arrivi tutto pimpante e ti metti a spaccare i tronchi senza neanche usare il tuo dono, solo per dimostrarmi che anche senza dono sei più in gamba di me.»

«Ma non era per questo» mormorò Alvin. «È solo che non voglio usare il mio dono davanti…»

«Davanti a gente stupida come me » concluse Cal.

«Forse la mia spiegazione non era granché» si scusò Alvin «ma se me lo permetti, Cal, posso insegnarti a trasformare il ferro in…»

«In oro» disse Cal, con un tono che grondava disprezzo. «Per chi mi prendi? Non mi lascerò infinocchiare con queste storie da alchimista. Se tu sapessi fare una cosa del genere, non saresti tornato a casa povero in canna. Una volta ti consideravo l’inizio e la fine del mondo, sai? Quando Alvin tornerà a casa, pensavo, sarà come ai vecchi tempi, giocheremo e lavoreremo insieme, parleremo in continuazione e io gli starò sempre alle calcagna, faremo tutto quanto insieme. Invece salta fuori che per te sono ancora un bambino, non mi dici altro che ‘ecco un’altra asse’, o ‘passami i fagioli, per favore’. E tutti i lavori che una volta la gente faceva fare a me, adesso te li sei presi tu, perfino una cosa semplice come costruire una buona staccionata.»

«Il lavoro è tuo» disse Alvin, mettendosi in spalla la mazza. Cercare d’insegnare qualcosa a Cal era perfettamente inutile… anche se avesse potuto impararlo, non l’avrebbe certo appreso da Alvin. «Ho altre cose da fare, e non intendo trattenerti ulteriormente.»

« Trattenermi ulteriormente » ripeté Cal. «L’hai imparato su un libro, o da quella vecchia strega di maestra di cui parla sempre quel mostriciattolo dalla pelle scura?»

Udendo parlare in termini così offensivi della signorina Larner e di Arthur Stuart, Alvin si sentì avvampare di rabbia, soprattutto perché proprio dalla signorina Larner aveva imparato a usare espressioni quali «trattenerti ulteriormente.» Tuttavia non disse nulla che potesse tradire la sua rabbia. Voltò le spalle a Cal e se ne andò, costeggiando la staccionata appena costruita. Cal poteva benissimo usare il suo dono e finire il lavoro da solo; ad Alvin non interessava nemmeno essere pagato per quella mezza giornata di lavoro. Aveva altre cose cui pensare… in parte ricordi della signorina Larner, ma soprattutto era turbato dal fatto che Cal si fosse rifiutato d’imparare ciò che lui aveva da insegnargli. Di tutte le persone che c’erano al mondo, Cal aveva la fortuna di poter imparare con la stessa facilità di un neonato che si attacca alla poppa, visto che per lui quel dono era un fatto naturale; però non voleva imparare, almeno non da Alvin. Una cosa del genere — rinunciare alla possibilità d’imparare qualcosa solo perché il maestro non ti andava a genio — Alvin non l’avrebbe mai ritenuta possibile.

A ripensarci, però, anche Alvin ai suoi tempi avrebbe fatto di tutto per non andare a scuola dal reverendo Thrower, perché in qualche modo quell’individuo era sempre riuscito a farlo sentire cattivo, stupido, incapace e via dicendo. Possibile che Cal detestasse Alvin come Alvin aveva detestato il reverendo Thrower? Alvin non riusciva assolutamente a capire perché Cal se la prendesse tanto. Suo fratello avrebbe dovuto essere l’ultima persona al mondo a provare gelosia per lui, visto che fra tutti era colui che più si avvicinava a ciò che Alvin sapeva fare; eppure per quello stesso motivo Cal era talmente geloso che non sarebbe mai riuscito a imparare, a meno di non arrivarci da solo, un piccolo passo alla volta.

Se continuo così, non riuscirò mai a costruire la Città di Cristallo, pensò Alvin, perché non riuscirò mai a insegnare a nessuno l’arte della Creazione.

Doveva trascorrere qualche settimana prima che Alvin tentasse di nuovo di parlare a qualcuno, per capire se poteva veramente insegnare a creare. Avvenne di domenica, a casa di Measure, dove Alvin e Arthur Stuart erano stati invitati a pranzo. Era una giornata molto calda, per cui Delphi aveva preparato un piatto freddo — pane, formaggio, prosciutto e tacchino affumicato — e poi tutti quanti erano usciti a conversare all’ombra della veranda che Measure aveva costruito sulla facciata nord, dalla parte della cucina.

«Alvin, se vi ho invitati a pranzo oggi è per un motivo» esordì Measure. «Io e Delphi ne abbiamo già parlato, e abbiamo fatto quattro chiacchiere anche con mamma e papà.»

«Se ci sono voluti tanti discorsi, dev’essere proprio qualcosa di tremendo.»

«Forse no» disse Measure. «È solo… Ecco, Arthur Stuart è un bravissimo ragazzo, e un gran lavoratore, e per giunta anche un tipo di buona compagnia.»

Arthur Stuart sorrise. «E dormo come un sasso» aggiunse.

«Un autentico ghiro» confermò Measure. «Ma papà e mamma ormai non sono più tanto giovani. E penso che in cucina mamma sia abituata a fare le cose a modo suo.»

«Puoi ben dirlo» sospirò Delphi, con il tono di chi conosceva fin troppo bene il carattere abitudinario della signora Miller.

«E papà, be’, comincia a mostrare la corda. Quando torna a casa dal mulino ha bisogno di stendersi sul divano e non sopporta più l’eccessiva confusione.»

Alvin credette di capire dove quella conversazione sarebbe andata a parare. Forse i suoi familiari non erano all’altezza della vecchia Peg Guester e di Gertie Smith. Forse non erano in grado di accogliere in casa e nel cuore un piccolo mulatto. Pensare una cosa simile dei suoi genitori e dei suoi fratelli lo rattristava, ma ne concluse immediatamente che non si sarebbe opposto. Lui e Arthur Stuart avrebbero semplicemente fatto fagotto e avrebbero preso la strada per… nessun posto in particolare. Forse il Canada. Un posto in cui un piccolo mulatto potesse essere davvero il benvenuto.

«Bada, non è che a me abbiano detto qualcosa» riprese Measure. «In realtà, quando ci siamo visti, ho parlato quasi sempre io. Insomma, Delphi e io abbiamo una casa fin troppo grande per le nostre necessità, e con tre bambini piccoli Delphi sarebbe contentissima di avere un ragazzo dell’età di Arthur Stuart che potesse darle una mano in cucina.»

«So fare il pane da solo» intervenne Arthur Stuart. «So a memoria la ricetta della mamma. La mia mamma morta.»

«Capisci?» fece Delphi. «Se qualche volta il pane potesse davvero farlo lui, o almeno aiutarmi con l’impasto, io non arriverei alla domenica completamente distrutta come succede adesso.»

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