Cavil Planter aveva qualche affaruccio da sbrigare in città. Montò in sella di buon’ora in quella splendida mattina di primavera, lasciandosi alle spalle moglie e schiavi, casa e terre, ben sapendo che tutto era sotto controllo, che tutto era sempre e unicamente suo.
Verso mezzogiorno, dopo molte piacevoli visite e vari affari andati a buon fine, si fermò all’ufficio postale. Qui lo attendevano tre lettere. Due erano di vecchi amici. La terza era del reverendo Philadelphia Thrower, spedita da Carthage, capitale del Wobbish.
I vecchi amici potevano attendere. La lettera di Thrower invece conteneva sicuramente notizie dei Cacciatori assoldati da Cavil, sebbene quest’ultimo non riuscisse a capire perché a scrivergli fosse il pastore e non i Cacciatori stessi. Magari avevano incontrato difficoltà impreviste. Forse dopotutto Cavil avrebbe dovuto recarsi al Nord a testimoniare. Be’, se sarà proprio necessario ci andrò, pensò Cavil. Come dice Gesù nel Vangelo, non esiterò a lasciare le novantanove pecore del gregge per andare in cerca di quella smarrita.
Le notizie erano pessime. Entrambi i Cacciatori morti, e morta anche la moglie del locandiere che sosteneva di avere adottato il primogenito di Cavil. Quella donna se l’era meritato, pensò Cavil, e in quanto ai Cacciatori non provò nemmeno un istante di rammarico: erano soltanto dei prezzolati e, poiché non gli appartenevano, lui li considerava da meno dei suoi schiavi. Ma la notizia peggiore era senz’altro l’ultima, quella che gli mozzò il respiro e gli fece tremare le mani. L’uomo che aveva ucciso uno dei Cacciatori, un giovane apprendista fabbro, si era sottratto al processo con la fuga… e aveva portato con sé il figlio di Cavil.
Ha preso mio figlio. E il peggio doveva ancora venire. Thrower scriveva: «Conosco questo Alvin da quando era bambino, e già allora era un agente del male. È il più acerrimo nemico del nostro comune Amico, e ora ha con sé ciò che vi è più caro al mondo. Vorrei avere notizie migliori. Pregherò per voi, perché vostro figlio non venga trasformato in un pericoloso e implacabile avversario della santa opera del nostro Amico».
Di fronte a simili nuove, come poteva Cavil concludere il suo giro di commissioni? Senza una parola al direttore o a chiunque altro, Cavil si ficcò le lettere in tasca, uscì dall’ufficio postale, montò a cavallo e lo spronò verso casa. Per tutto il tragitto il suo cuore fu lacerato fra la rabbia e la paura. Com’era possibile che quella feccia emancipazionista del Nord si fosse lasciata rapire il suo schiavo, il suo primogenito, dal peggiore nemico del Sorvegliante? Andrò al Nord, gliela farò pagare, ritroverò il ragazzo, io… E poi a un tratto i suoi pensieri si rivolsero a ciò che il Sorvegliante avrebbe detto se mai fosse ricomparso. E se Egli ora mi disprezzasse al punto di non tornare mai più? O, peggio ancora, se tornasse per punirmi come si fa con un servitore svogliato? O mi dichiarasse indegno della sua fiducia e mi proibisse di toccare le mie schiave? Come potrei vivere se non al Suo servizio? A che altro potrebbe servire la mia vita?
E poi di nuovo la rabbia, una rabbia terribile e blasfema che lo faceva gridare a gran voce in cuor suo: o mio Sorvegliante! Perché hai consentito che accadesse tutto questo? Perché non l’hai fermato con un solo gesto del tuo braccio, se sei veramente il mio Signore?
E poi il terrore: quale bassezza, dubitare della potenza del Sorvegliante! No, perdonami, io sono il Tuo schiavo, o Padrone! Perdonami, ho perso tutto, perdonami!
Povero Cavil. Avrebbe ben presto scoperto che cosa significava perdere veramente tutto.
Giunto a casa, diresse il cavallo sul lungo viale che conduceva alla villa. Il sole picchiava forte, quindi Cavil si mantenne all’ombra delle querce che crescevano sul bordo del viale. Se fosse rimasto al centro, forse sarebbe stato visto qualche minuto prima. Forse non avrebbe udito un grido di donna all’interno della villa proprio nel momento in cui usciva dall’ombra degli alberi.
«Dolores!» chiamò. «C’è qualcosa che non va?»
Nessuna risposta.
Allora Cavil si spaventò. Quel silenzio gli fece accorrere alla mente immagini di ladri, razziatori e simile gentaglia che gli entravano in casa a forza approfittando della sua assenza. Forse avevano già ucciso Lashman, e in quel momento stavano sgozzando sua moglie. Spronò il cavallo, e fece al galoppo il giro della casa fino a giungere sul retro.
Appena in tempo per scorgere un Nero corpulento che scappava a gambe levate dalla porta posteriore verso gli alloggi degli schiavi. Non riuscì a vedere il suo viso per via dei pantaloni, che in quel momento l’uomo non indossava, come non indossava nessun altro capo d’abbigliamento… No, i pantaloni li teneva davanti a sé come una bandiera che gli sventolava in faccia mentre correva verso le baracche.
Un Nero senza pantaloni che scappa da casa mia, dove un istante fa una donna ha lanciato un grido. Per un istante, Cavil fu combattuto fra il desiderio d’inseguire il Nero per ucciderlo a mani nude, e il bisogno di salire in camera di Dolores per accertarsi che non le fosse accaduto niente. Sperò con tutto se stesso di essere giunto in tempo per salvarla da qualsiasi contaminazione.
Cavil salì i gradini a quattro per volta irrompendo in camera di sua moglie. Dolores era a letto con le lenzuola tirate fino al mento, e lo guardava con gli occhi sgranati dalla paura.
«Che cos’è successo?» esclamò Cavil. «Stai bene?»
«Certo che sto bene!» rispose lei bruscamente. «Che ci fai a casa?»
Non era la risposta che ci si poteva aspettare da una donna che aveva appena gettato un grido di paura. «Ho sentito il tuo grido» disse Cavil. «Non mi hai sentito rispondere?»
«Da quassù sento tutto» ribatté Dolores. «Da mattina a sera non ho altro da fare che starmene qui distesa ad ascoltare. Sento tutto quello che si dice e tutto quello che si fa in questa casa. Sì, ti ho sentito. Ma non ti avevo chiamato.»
Cavil era sbalordito. Dolores sembrava infuriata. Era la prima volta che la sentiva parlare così. Negli ultimi tempi, anzi, lei non gli aveva quasi rivolto la parola… Quando lui faceva colazione lei dormiva ancora, e le loro cene venivano consumate nel più assoluto silenzio. E adesso quella rabbia… Perché? Perché proprio in quel momento?
«Ho visto un Nero scappare da questa casa» mormorò. «Ho pensato che forse…»
«Forse che cosa?» Dolores aveva pronunciato quelle parole come una sfida, una provocazione.
«Forse ti aveva fatto del male.»
«No, non mi ha fatto del male. »
Nella mente di Cavil cominciò a insinuarsi un’idea, un’idea così spaventosa che egli non riusciva nemmeno a considerarla. «E che cosa ti ha fatto, allora?»
«La stessa santa opera che tu hai compiuto per tutti questi anni, Cavil.»
Cavil ammutolì. Dolores sapeva. Sapeva tutto.
«L’estate scorsa, quando è venuto il tuo amico, il reverendo Thrower, io ero qui distesa ad ascoltare mentre voi due discorrevate al piano di sotto.»
«Stavi dormendo. Avevi la porta…»
«Ho sentito tutto. Ogni parola, ogni sussurro. Vi ho sentiti uscire. Vi ho sentiti parlare a colazione. Lo sai? Avrei voluto ammazzarti. Per anni avevo creduto che tu fossi un marito amorevole, una specie di santo, e invece te la spassavi con tutte le Nere su cui riuscivi a mettere le mani. E poi vendevi i tuoi figli come schiavi. Ho pensato che tu fossi un mostro. Un essere così malvagio che lasciarti vivere un secondo di più sarebbe stato un abominio. Ma le mie mani non potevano stringere un coltello o premere il grilletto di una pistola. Perciò me ne sono rimasta qui distesa, a pensare. E sai che cos’ho pensato?»
Cavil non sapeva che rispondere. Da come lo raccontava lei, sembrava tutto così sporco e peccaminoso. «Non era così, era un’opera santa!» esclamò.
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