Orson Card - Alvin l'apprendista

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Alvin l'apprendista: краткое содержание, описание и аннотация

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In un mondo dominato da magie, incantesimi e misteriose potenze negative, nasce Alvin “Settimo figlio di un settimo figlio” che possiede tutte le energie positive del Creato ed è destinato a combattere per la salvezza degli uomini e della Terra. Il giorno in cui nacque Alvin, Peggy — colei che vede tutti i futuri possibili — ne lesse il destino carico di dolori e pericoli, ma vide anche la missione a cui era predestinato. Una missione che gli avrebbe dato la gloria di essere ricordato come il costruttore di un mondo migliore.

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«In qualche modo devo cercare altre persone cui insegnare l’arte della Creazione» concluse Alvin. «Ma non so nemmeno se una persona priva di un dono come il mio sia in grado d’imparare, o quanto sia opportuno che sappia, o addirittura se sia disposta a farlo.»

«Io penso» disse Measure «che una persona debba imparare ad amare il sogno della Città di Cristallo prima ancora di sapere che potrebbe aiutarti a costruirla. Se si spargesse la voce che da queste parti vive un Creatore capace d’insegnare l’arte della Creazione, ti troveresti alle prese con il genere di persone che vorrebbero servirsi di un potere del genere per dominare gli altri. Ma la Città di Cristallo… Ah, Alvin, pensa! Come vivere per sempre all’interno di quella tromba d’aria da cui tu e il Profeta siete stati rapiti tanti anni fa.»

«Sei disposto a provarci, Measure?» chiese Alvin.

«Farò tutto il possibile per imparare» rispose Measure. «Ma prima di tutto voglio farti una promessa solenne: che tutto quello che m’insegnerai lo userò solo per costruire la Città di Cristallo. E se poi venisse fuori che non sono all’altezza di diventare un Creatore, ti aiuterò ugualmente per quello che mi sarà possibile. Tutto quello che mi chiederai di fare, Alvin, io lo farò. Porterò la mia famiglia in capo al mondo, rinuncerò a tutto ciò che possiedo, mi farò uccidere se sarà necessario… Tutto, pur di veder realizzata la visione che Tenska-Tawa ti ha mostrato quel giorno.»

Alvin gli strinse forte entrambe le mani, e così le tenne per molto, molto tempo. Poi Measure si chinò in avanti e lo baciò, da fratello a fratello, da amico ad amico. Quel movimento destò Delphi. Non aveva udito quasi niente, ma capì che era accaduto qualcosa di solenne, e sorrise con aria assonnata prima di alzarsi, lasciando che Measure la conducesse a letto per le poche ore che mancavano allo spuntar del sole.

Questo fu l’inizio della vera opera di Alvin. Per il resto dell’estate, Measure fu per lui allievo e maestro. Come Alvin insegnava a Measure l’arte della Creazione, così Measure gl’insegnava a essere padre, marito, uomo. La differenza stava nel fatto che Alvin non si rendeva affatto conto di ciò che stava imparando, mentre Measure per conquistare ogni nuova conoscenza, ogni minuscolo frammento di quei nuovi poteri, doveva compiere sforzi terribili. Ma ogni volta riusciva a capire, un piccolissimo passo alla volta, e pian piano s’impadroniva anche dei segreti della Creazione; e dopo molti tentativi falliti, anche Alvin cominciava a capire come procedere per insegnare a un altro a vedere senza usare gli occhi, a toccare senza usare le mani.

E ora, quando restava sveglio la notte, non tornava più tanto spesso al passato, ma piuttosto cercava d’immaginare il futuro. Da qualche parte, là fuori, c’era il luogo in cui avrebbe potuto costruire la Città di Cristallo; e là fuori c’erano anche coloro ai quali avrebbe potuto insegnare ad amare quel sogno, e poi a tradurlo in realtà. Da qualche parte c’era il suolo perfetto che il suo vomere avrebbe potuto solcare. Da qualche parte c’era la donna che avrebbe potuto amare e con la quale avrebbe potuto vivere sino alla fine dei suoi giorni.

Quell’autunno, nella cittadina di Hatrack, si tennero le elezioni municipali, e il caso volle che in virtù di certe strane voci a proposito di chi fosse un eroe e chi un serpente, Pauley Wiseman perse il posto, e Po Doggly si ritrovò a cambiar mestiere. Più o meno nello stesso periodo, Makepeace Smith si presentò all’ufficio del nuovo sceriffo per sporgere denuncia verso il suo ex apprendista, che, a suo dire, la primavera precedente se l’era svignata con un certo oggetto di proprietà del suo padrone.

«Mi pare un po’ tardi per sporgere denuncia» osservò lo sceriffo Doggly.

«Mi aveva minacciato» spiegò Makepeace Smith. «Avevo paura per la mia famiglia.»

«Bene, allora dimmi che cosa ti ha rubato.»

«Un vomere» disse Makepeace Smith.

«Un vomere? Dunque dovrei andare in cerca di un comunissimo vomere? E perché diavolo avrebbe rubato una cosa del genere?»

Makepeace abbassò la voce e, con aria circospetta, sussurrò: «Quel vomere era tutto d’oro».

Ah, Po Doggly nell’udirlo quasi si ammazzò dalle risate.

«È vero, te lo assicuro» insisté Makepeace.

«Sul serio? D’accordo, amico mio, forse posso crederci. Ma se nella tua fucina c’era un vomere d’oro, scommetto dieci contro uno che apparteneva ad Alvin, e non a te.»

«Ciò che l’apprendista fabbrica, appartiene al suo padrone!»

Be’, a quel punto Po assunse un’aria severa. «Prova a raccontare una storia come questa in giro per Hatrack, Makepeace Smith, e ti assicuro che molti ripenseranno subito a quando costringevi quel ragazzo a lavorare nella tua fucina mentre ormai da molto tempo era diventato più in gamba di te. Ben presto si spargerà la voce che non ti sei comportato secondo giustizia e, se cominci ad accusare Alvin Smith di averti rubato un oggetto che solo lui può aver fabbricato, penso che tutti si faranno le più matte risate alle tue spalle.»

Forse lo fece e forse no. Sicuramente Makepeace Smith non tentò alcun espediente legale per recuperare il vomere di Alvin, ovunque quest’ultimo fosse finito. Ma quella storia la raccontò eccome, aggiungendo ogni volta qualche particolare: per esempio, che Alvin lo derubava in continuazione, che quel vomere d’oro era un’eredità di famiglia che lui aveva rifuso in forma di vomere dipingendolo di nero, e Alvin se n’era accorto grazie ai suoi poteri diabolici e poi gliel’aveva sottratto con l’inganno. Sua moglie, finché restò in vita, riuscì in qualche modo a tenerlo a bada; ma, poco dopo la partenza di Alvin, Gertie Smith morì per una vena scoppiata mentre urlava a suo marito che panzane come quelle poteva raccontarle solo un perfetto idiota. Da quel momento in poi, Makepeace raccontò la storia a modo suo, arrivando addirittura a dire che era stato Alvin a uccidere Gertie con una maledizione che le aveva fatto schiantare le vene del cervello. Era una menzogna spaventosa, ma al mondo c’è sempre gente disposta ad ascoltare storie del genere, e questa non solo si sparse da un capo all’altro dell’Hio, ma qualche tempo dopo giunse addirittura a varcarne i confini. Fu così che essa venne all’orecchio di Pauley Wiseman, così come del reverendo Thrower, di Cavil Planter e di molte altre persone.

E fu per questo motivo che, quando Alvin finalmente trovò il coraggio di lasciare Vigor Church, in giro c’era un sacco di gente con l’occhio particolarmente attento agli stranieri che viaggiavano con un fagotto più o meno delle dimensioni di un vomere d’aratro; gente che scrutava tra le pieghe della tela di sacco per cogliere un riflesso dorato; gente che squadrava da capo a piedi ogni sconosciuto nell’eventualità che potesse trattarsi di un certo apprendista fuggiasco che aveva rubato l’eredità del suo padrone. Certuni, se fossero riusciti a mettere le mani sul vomere d’oro, sarebbero forse andati a Hatrack per restituirlo a Makepeace Smith. Ma in quanto a molti altri, potete star certi che un’idea del genere non li avrebbe sfiorati neanche di lontano.

RINGRAZIAMENTI

Nella preparazione di questo volume della saga di Alvin, ho, come sempre, usufruito della collaborazione di molte persone. Per lo sconfinato aiuto che hanno voluto darmi riguardo ai primi capitoli di questo libro ringrazio con tutto il cuore i generosi partecipanti al secondo Sycamore Hill Writers Workshop, in particolare: Carol Emshwiller, Karen Joy Fowler, Gregg Keizer, James Patrick Kelly, John Kessel, Nancy Kress, Shariann Lewitt, Jack Massa, Rebecca Brown Ore, Susan Palwick, Bruce Sterling, Mark L. Van Name, Connie Willis e Alien Wold.

Un grazie anche allo Utah State Institute of Fine Arts per aver voluto premiare il mio poema narrativo Prentice Alvin and the No-Good Plow. Quell’incoraggiamento mi ha indotto a svilupparne l’intreccio in prosa e in maniera più estesa; questo è il primo volume a comprendere parte della storia narrata in quel poema.

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