«E tra non molto Arthur Stuart sarebbe abbastanza grande per darmi una mano nei campi» concluse Measure.
«Ma non devi credere che penseremmo a lui come a una specie di servitore» disse Delphi.
«No, no!» esclamò Measure. «No, vorremmo pensare a lui cornea un altro figlio, solo più grande del. mio Jeremiah, che ha tre anni e mezzo, e perciò come essere umano non vale ancora granché, anche se per lo meno non tenta in continuazione di buttarsi nel fiume come sua sorella Shiphrah… o come te quand’eri piccolo, se non ricordo male.»
Arthur Stuart si mise a ridere. «Alvin una volta ha cercato di annegare anche me » disse. «Cacciandomi a testa sotto nell’Hio.»
Alvin era al colmo della vergogna. Per una quantità di motivi. Prima di tutto per non aver mai raccontato a Measure l’intera storia di come aveva salvato Arthur Stuart dai Cacciatori; e poi per aver pensato, sia pure per un solo istante, che Measure, papà e mamma avessero intenzione di liberarsi del piccolo mulatto, mentre invece si stavano accapigliando perché ciascuno avrebbe voluto tenerlo con sé.
«Credo che tocchi ad Arthur Stuart decidere con chi vuole abitare, visto che è stato invitato» fece Alvin. «È arrivato qui con me, ma questo non vuol dire che io possa decidere al suo posto.»
«Posso restare qui?» chiese Arthur Stuart. «Cal non mi può sopportare.»
«Cal ha problemi per conto suo» gli spiegò Measure. «Ma anche lui ti vuole bene.»
«Perché Alvin non ha portato a casa qualcosa di utile, per esempio un cavallo?» disse Arthur Stuart. «Come quantità di cibo, siamo lì, ma scommetto che non è capace di tirare nemmeno un calessino a due ruote.»
Measure e Delphi risero. Arthur Stuart aveva sicuramente ripetuto parola per parola qualcosa che gli era stato detto da Cal. Arthur Stuart lo faceva in continuazione, tanto che tutti ormai avevano imparato ad apprezzare la sua perfetta memoria. Ma Alvin nell’udirlo si rattristava, perché sapeva che solo qualche mese prima Arthur Stuart avrebbe pronunciato quelle parole con la voce di Cal, tanto che, senza guardarlo, nemmeno sua madre avrebbe potuto distinguerlo da Cal.
«Alvin, perché non vieni anche tu ad abitare con Measure?» chiese Arthur Stuart.
«Sì, ecco, in effetti ci avevamo pensato» intervenne Measure. «Perché non vieni anche tu a stare da noi, Alvin? Per qualche tempo potremmo sistemarti qui, nella stanza grande al pianterreno. E, quando avremo finito i lavori dell’estate, potremmo sistemare la nostra vecchia capanna di tronchi: è ancora in buone condizioni, visto che l’abbiamo lasciata solo due anni fa. A quel punto sarai indipendente. Penso che ormai tu sia troppo grande per vivere in casa di tuo padre e mangiare alla tavola di tua madre.»
Be’, Alvin non l’avrebbe mai immaginato, ma tutt’a un tratto si ritrovò con gli occhi pieni di lacrime. Forse era la pura e semplice gioia che qualcuno si fosse accorto che non era più lo stesso Alvin Miller Junior d’un tempo. O forse era il fatto che si trattasse proprio di Measure, che si prendeva cura di lui come ai vecchi tempi. A ogni modo, fu solo in quel momento che Alvin ebbe la sensazione di essere veramente tornato a casa.
«Certo che posso venirci, se mi volete» mormorò.
«Guarda che non c’è motivo di mettersi a frignare» scherzò Delphi. «Ho già tre impiastri che scoppiano in lacrime a ogni piè sospinto. Non ho nessuna intenzione di venire ad asciugarti gli occhi e soffiarti il naso come a Keturah.»
«Be’, almeno non dovremo cambiargli i pannolini» disse Measure, e lui e Delphi scoppiarono a ridere come se quella fosse la cosa più divertente che avessero mai udito. In realtà ridevano di gioia per la commozione di Alvin all’idea di stare da loro.
Perciò Alvin e Arthur Stuart si trasferirono a casa di Measure, e Alvin tornò pian piano ad avvicinarsi al più amato dei suoi fratelli. Tutto ciò che Alvin una volta aveva amato era ancora presente in Measure uomo; eppure in lui c’era anche qualcosa di nuovo. La tenerezza che mostrava verso i suoi figli, anche dopo averli sculacciati o rimbrottati. La cura con cui si occupava delle terre e degli edifici, prendendo mentalmente nota di tutto quello che doveva fare e poi facendolo, cosicché non c’era porta che continuasse a cigolare per due giorni di seguito, né bestia che rifiutasse di mangiare per una giornata senza che Measure cercasse di capire che cosa ci fosse che non andava.
Ma soprattutto Alvin vedeva il modo in cui Measure si comportava con Delphi. Quest’ultima non era particolarmente graziosa, né del resto particolarmente brutta; era sana e forte e la sua risata pareva il raglio d’un somaro. Eppure Measure la guardava come se fosse la creatura più affascinante della terra. Lei alzava lo sguardo e si vedeva di fronte Measure con una specie di sorriso sognante sulla faccia, e allora rideva o arrossiva oppure distoglieva lo sguardo, comunque per qualche minuto si muoveva in maniera più aggraziata, magari camminando sulla punta dei piedi come se ballasse o fosse in procinto di spiccare il volo. Alvin si chiedeva se mai avrebbe potuto rivolgere alla signorina Larner uno sguardo simile, capace d’infondere in lei una gioia tale da non riuscire quasi a restare attaccata a terra.
La notte Alvin restava a lungo sveglio nel suo letto, avvertendo ogni minimo movimento della casa, comprendendo anche senza far ricorso ai suoi poteri a che cosa fosse dovuto quel lento, ritmico cigolio; e in quei momenti ricordava il viso della donna chiamata Margaret che si era celata per tutti quei mesi sotto le fattezze della signorina Larner, e immaginava il viso di Margaret vicino al proprio, con le labbra socchiuse, mentre dalla sua gola si levavano gli stessi gemiti di piacere che egli udiva sfuggire a Delphi nel silenzio della notte. Poi rivedeva lo stesso viso come l’aveva visto l’ultima volta, stravolto dal dolore e con gli occhi arrossati dal pianto. In quei momenti si sentiva stringere il cuore, e avrebbe desiderato con tutto se stesso tornare da lei, stringerla fra le braccia, e trovare dentro di lei un qualche luogo segreto per guarirla, lenire la sua sofferenza, renderla di nuovo intera.
E siccome Alvin ora stava a casa di Measure, le sue cautele pian piano vennero meno, e il suo viso ricominciò a esprimere i suoi veri sentimenti. Una sera che Measure e Delphi si erano scambiati uno dei loro sguardi, a Measure capitò di scorgere l’espressione trasognata di Alvin. I bambini erano a letto da un pezzo, cosicché Measure si sentì autorizzato a chinarsi in avanti per toccare il ginocchio di Alvin.
«Chi è?» chiese Measure.
«Chi?» fece Alvin, sconcertato.
«La donna che ami al punto che ti basta pensare a lei per restare senza fiato.»
Alvin esitò un istante, per pura forza dell’abitudine. Poi le cateratte si aprirono, e l’intera storia si riversò fuori. Il giovane esordì parlando della signorina Larner, e del fatto che in realtà si trattava di Margaret, la piccola fiaccola di cui tante volte aveva narrato Scambiastorie, quella che proteggeva Alvin da lontano. Tuttavia, nel raccontare la storia del suo amore per lei, gli venne spontaneo parlare di tutto ciò che gli aveva insegnato, e quando ebbe finito era notte inoltrata. Delphi dormiva sulla spalla di Measure; a un certo punto di quella lunga storia si era riscossa, ma non era riuscita a restare sveglia per molto tempo, il che tutto sommato era un bene, con i suoi tre figli e Arthur Stuart che sicuramente avrebbero reclamato la colazione all’ora abituale anche se lei non avesse chiuso occhio per tutta la notte. Measure invece era ancora sveglio, e gli occhi gli scintillavano per essere stato messo a parte della storia di Pettirosso, del vomere d’oro animato di vita propria, di Alvin tra le fiamme della forgia, di Arthur Stuart nelle acque dell’Hio. Dietro quella luce, nello sguardo di Measure c’era tuttavia anche una profonda tristezza per l’uomo che Alvin aveva ucciso con le sue mani, sia pure con tutte le ragioni di questa terra, e per la morte della vecchia Peg Guester, e addirittura per la morte di una certa schiavetta fuggiasca, evento dal quale, almeno per Arthur Stuart, era trascorsa una vita intera.
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