Margaret Weis - La sfida dei gemelli
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“L’acqua,” annuì Caramon, con una smorfia. “Lo sento anch’io. E probabile che si tratti di qualche veleno che arriva da quelle nuvole.”
“Allora... allora finiremo per morire qui, Caramon?” chiese Tas dopo un minuto di silenziosa contemplazione. “Poiché, se è così, credo proprio che mi piacerebbe andare laggiù e giacere accanto a Tika, se non ti spiace. Mi... mi farebbe sentire più a casa. Fino a quando non sarò arrivato a Flint e al suo albero.” Sospirando, appoggiò la testa contro il robusto braccio di Caramon. “Certamente avrò un sacco di cose da dire a Flint, non è vero, Caramon? Tutto, sul cataclisma e la montagna di fuoco, e io che ti ho salvato la vita e Raistlin che diventa un dio. Scommetto che non vorrà credere a questa parte. Ma forse tu sarai con me, Caramon e potrai garantirgli che davvero non sto, ehm, esagerando.”
“Morire sarebbe certamente facile,” mormorò Caramon, guardando malinconicamente in direzione dell’obelisco.
Adesso si stava levando anche Lunitari, la sua luce rossosangue si fondeva con la mortale luce bianca di Solinari diffondendo una purpurea radiosità sul terreno coperto di ceneri. L’obelisco di pietra, umido di pioggia, luccicava alla luce delle lune, le sue lettere nere rozzamente scolpite risaltavano nitide contro la pallida superficie.
“Sarebbe facile morire,” ripetè Caramon, più a se stesso che a Tas. “Sarebbe facile distendersi e lasciare che l’oscurità mi prenda.” Poi, digrignando i denti, si alzò in piedi barcollando. “Strano,” aggiunse, sfoderando la spada e mettendosi a segare un ramo del vallenwood caduto che avevano usato come riparo. “Una volta Raist mi ha chiesto proprio questo: “Mi seguiresti nella tenebra?”, queste furono le sue parole.”
“Cosa stai facendo?” chiese Tas, fissando Caramon, incuriosito.
Ma Caramon non rispose, e continuò a segare il ramo dell’albero.
“Ti stai fabbricando una gruccia?” chiese Tas, poi balzò in piedi in preda a un improvviso allarme.
“Caramon, non puoi pensare questo! E... è pazzesco! Ricordo quando Raistlin ti ha posto questa domanda, e ricordo anche come ha replicato quando gli hai detto di sì. Disse che per te sarebbe stata la morte, Caramon! Per quanto tu sia forte, finirebbe per ucciderti!”
Caramon continuò a non dargli risposta. Schegge di legno umido continuarono a schizzare via mentre segava il ramo dell’albero. Di tanto in tanto lanciava un’occhiata alle proprie spalle, in direzione delle nuove nuvole tempestose che si stavano avvicinando, cancellando un poco per volta le costellazioni e strisciando verso le lune.
“Caramon!” Tas afferrò il braccio dell’omone. “Anche se tu andassi... là,” il kender scoprì di non riuscire a pronunciare quel nome, “che cosa faresti?”
“Qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa,” dichiarò Caramon, risoluto.
Capitolo quarto.
“Vai a dargli la caccia, vero?” gridò Tas, arrampicandosi fuori dal buco, una mossa che, più o meno, lo portò al livello degli occhi di Caramon che stava ancora tagliando il ramo. “È folle, semplicemente folle! Come farai ad arrivare là?”. Un improvviso pensiero lo colpì. “Dov’è là, comunque? Non sai neppure dove stai andando! Non sai dove lui si trova!”
“Ho un modo per arrivare là,” replicò Caramon, gelido, rinfoderando la spada. Prendendo il ramo tra le forti mani, lo piegò e lo torse, e alla fine riuscì a romperlo. “Prestami il tuo coltello,” borbottò, rivolto a Tas.
Il kender glielo porse con un sospiro e fece per ricominciare con le sue proteste, mentre Caramon tagliava via i ramoscelli, ma l’omone lo interruppe.
“Ho il congegno magico. In quanto a dove si trova il là,” Caramon fissò Tas con severità, “tu lo sai!”
“L... l’Abisso?” balbettò Tas.
Il sordo rimbombare di un tuono costrinse ambedue a lanciare un’occhiata apprensiva alla tempesta che si avvicinava, poi Caramon tornò al suo lavoro con rinnovato vigore mentre Tas tornava alle sue argomentazioni. “Il congegno magico ha fatto uscire Gnimsh e me da là, Caramon, ma sono sicuro che non ti permetterà di entrare. E comunque tu non vuoi andare là,” aggiunse il kender, in tono risoluto. “Non è un bel posto.”
“Forse potrà anche non farmi entrare,” cominciò a dire Caramon, poi fece segno a Tas di avvicinarsi. “Vediamo se questa gruccia che mi sono fatto funziona, prima che c’investa un’altra tempesta. Andremo da Tika... l’obelisco.”
Tagliata con la spada una parte del suo mantello infangato, il guerriero l’avvolse intorno alla cima del ramo, che poi si cacciò sotto il braccio appoggiandosi con tutto il suo peso, per saggiarlo. Quella rozza gruccia affondò nel fango per parecchi pollici. Caramon la strappò fuori e fece un altro passo.
Affondò di nuovo ma Caramon riuscì ad avanzare almeno un po’ e a non gravare col proprio peso sul ginocchio ferito. Tas si avvicinò per aiutarlo a camminare e, zoppicando insieme, lentamente si aprirono la strada attraverso il terreno umido e viscido.
Dove stiamo andando? Tas ardeva dalla voglia di chiederlo, ma aveva paura della risposta che avrebbe sentito. Una volta tanto non trovò difficile stare zitto. Sfortunatamente Caramon pareva sentire i suoi pensieri, poiché rispose alla sua tacita domanda.
“Forse quel congegno potrà anche non farmi entrare nell’Abisso,” ripetè Caramon, respirando affannosamente, “ma conosco qualcuno che può farlo. Il congegno ci porterà da lui.”
“Chi?” chiese il kender, dubbioso.
“Par-Salian. Sarà in grado di dirci quello che è successo. Sarà in grado di mandarmi... dovunque io abbia bisogno di andare.”
“Par-Salian?” Tas parve allarmato, quasi che Caramon avesse fatto il nome della Regina delle Tenebre in persona. “È ancora più folle!” cominciò a dire, soltanto che all’improvviso fu colto da un violento malore. Caramon si fermò ad aspettarlo. Anche lui, alla luce della luna, aveva un aspetto pallido e malato.
Convinto di aver vomitato tutto quello che aveva dentro, dal ciuffo fin giù nei calzini, Tas si sentì un po’ meglio. Annuendo a Caramon, ancora troppo esausto per riuscire a parlare, riprese ad avanzare vacillando.
Facendosi strada a fatica in mezzo alla melma e al fango, raggiunsero l’obelisco. Entrambi si accasciarono al suolo e si appoggiarono contro di esso, esausti per lo sforzo che era loro costato perfino quel breve percorso di venti passi o poco più. Il vento caldo si stava levando di nuovo, il fragore del tuono si stava facendo sempre più vicino. Il sudore copriva il volto di Tas, il quale aveva assunto una sfumatura verdastra intorno alle labbra, ma riuscì tuttavia a sorridere a Caramon, con quello che sperò fosse un silenzioso, innocente appello.
“Noi che andiamo a trovare Par-Salian?” fece con noncuranza, asciugandosi il viso col gran ciuffo dei capelli. “Oh, non credo proprio che sia una buona idea. Non sei affatto in forma per fartela tutta a piedi. Non abbiamo né cibo né acqua, e...”
“Non ho intenzione di camminare.” Caramon tirò fuori il ciondolo dalla tasca e diede inizio al procedimento di trasformazione che l’avrebbe trasformato in un bellissimo scettro ingioiellato.
Tas deglutì leggermente e continuò a parlare, sempre più rapido.
“Sono sicuro che Par-Salian ha... uh... ha parecchio da fare... Da fare! Ecco!” Esibì un sorriso spettrale. “Ha troppo da fare per riceverci adesso. Probabilmente ha un sacco di cose da sbrigare, con tutto questo caos che si ritrova intorno. Perciò dimentichiamocene e torniamo indietro in qualche posto del tempo dove ci siamo divertiti. Che ne diresti di quando Raistlin ha lanciato l’incantesimo su Bupu e lei si è innamorata di lui? Quello sì che è stato davvero divertente! Quella disgustosa nana dei fossi che lo seguiva dappertutto...”
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