Margaret Weis - La sfida dei gemelli
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Il tuono investì come un maglio le loro orecchie.
L’unico beneficio offerto dalla tempesta era l’acqua piovana. Caramon si tolse l’elmo, lo girò, e quasi subito raccolse acqua da bere a sufficienza. Ma aveva un sapore orribile, di uova marce, urlò Tas, stringendosi il naso mentre beveva, e servì a poco per alleviare la loro sete.
Nessuno dei due disse, anche se entrambi lo pensavano, che non avevano nessun modo per immagazzinare l’acqua, e che non c’era niente da mangiare.
Tasslehoff, sentendosi, ora, un po’ più se stesso, poiché adesso sapeva dove si trovava (anche se non esattamente perché ci si trovava o come c’era arrivato), riuscì perfino a godersi la tempesta, unica pausa di serenità nell’ultima ora.
“Non ho mai visto lampi di questo colore,” urlò al di sopra del rombare dei tuoni, osservandoli con rapito interesse. “Sono belli come lo spettacolo di un illusionista ambulante!”. Ma ben presto quello scenario cominciò ad annoiarlo.
“Dopotutto,” urlò ancora, “anche guardare gli alberi che vengono sparati fuori dal suolo perde qualcosa, dopo la cinquantesima volta. Se non ti sentirai troppo solo, Caramon,” aggiunse, con uno sbadiglio da spaccargli la mascella, “credo che mi farò un pisolino. Non ti spiace fare la guardia, vero?”
Caramon scosse la testa, e stava per rispondere qualcosa, quando un’esplosione assordante lo fece sobbalzare. Il ceppo di un albero, a non più di cento passi dal punto in cui si trovavano, scomparve in una sfera di fuoco azzurroverde.
Avremmo potuto essere noi, pensò, fissando le ceneri fumanti e arricciando il naso all’intensa puzza di zolfo. Noi potremmo essere i prossimi! Un desiderio inconsulto si affacciò alla sua mente, un desiderio così forte che i suoi muscoli si contrassero e dovette costringersi a rimanere dove si trovava.
Là fuori c’era la morte certa. Per lo meno qui, dentro a questa buca, erano al di sotto del livello del suolo. Ma, perfino mentre guardava, vide una folgore aprire una gigantesca buca nel terreno, e sorrise amaramente. No, nessun luogo, lì, era sicuro. Non ci rimane altro, pensò, che resistere fino in fondo e confidare negli dei.
Lanciò un’occhiata in direzione di Tas, preparandosi a dire qualcosa di confortante al kender. Poi le parole gli morirono sulle labbra. Sospirando, scosse la testa. Alcune cose non cambiavano mai, e fra queste i kender. Arricciato a palla, completamente dimentico degli orrori che stavano infuriando intorno a lui, Tas se la dormiva della grossa.
Caramon si rannicchiò ancora di più in fondo alla buca, con lo sguardo sulle nuvole ribollenti merlettate di lampi sopra di lui. Per distogliere la mente dalle proprie paure, cercò di dipanare la matassa di ciò che era accaduto, di capire come avevano finito per trovarsi in quella situazione.
Chiudendo gli occhi per proteggersi da quella luce accecante, vide, ancora una volta, il suo gemello in piedi davanti al terribile Portale. Poteva ancora udire la voce di Raistlin che invocava le cinque teste di drago che custodivano il Portale, perché lo aprissero e permettessero il suo ingresso nell’Abisso. Vide Crysania, chierico di Paladine, che pregava il suo dio, smarrita nell’estasi della sua fede, accecata dal male di suo fratello.
Caramon rabbrividì, riascoltando dentro di sé le parole di Raistlin come se l’arcimago si trovasse accanto a lui.
Lei entrerà nell’Abisso insieme a me. Mi precederà e combatterà le mie battaglie. Affronterà i chierici scuri, gli usufruitori scuri della magia, gli spiriti dei morti condannati a vagare in quella terra maledetta, oltre agli incredibili tormenti che la mia Regina sa concepire. Tutto questo lederà il suo corpo, divorerà la sua mente e frantumerà la sua anima. Infine, quando non ce la farà più a resistere, si accascerà ai miei piedi... sanguinante, infelice, morente.
Lei mi tenderà la mano con le sue ultime forze per cercare conforto. Non mi chiederà di salvarla. E troppo forte per farlo. Darà la sua vita per me, volontariamente, con gioia. Mi chiederà soltanto di rimanere con lei mentre morirà...
Ma io le passerò davanti senza guardarla, senza dire una sola parola. Perché? Perché io non avrò più bisogno di lei...
Era stato dopo aver udito quelle parole che Caramon aveva finalmente capito che suo fratello era al di là di ogni redenzione. E così l’aveva lasciato.
Lascia pure che vada nell’Abisso! aveva pensato Caramon con amarezza. Che sfidasse pure la Regina delle Tenebre. Che diventasse pure un dio... Per me non ha importanza. Non m’importa più di quello che gli accadrà. Mi sono finalmente liberato di lui, come lui si è liberato di me.
Lui e Tas avevano attivato il congegno magico, recitando le rime che Par-Salian gli aveva insegnato. E lui aveva sentito cantare le pietre, come le aveva sentite cantare le altre due volte che era stato presente al lancio dell’incantesimo del viaggio nel tempo.
Ma poi era successo qualcosa. Qualcosa che era diverso. In quel momento, poiché aveva il tempo di pensare e di valutare, si ricordò di chiedersi, afferrato da un’improvvisa sensazione di panico, se non ci fosse qualcosa di sbagliato, ma non riuscì a pensare cos’era.
Comunque, non avrei potuto far niente, pensò con amarezza. Non ho mai capito la magia, e neppure me ne sono mai fidato, se è per questo.
Un altro lampo caduto lì vicino infranse la sua concentrazione e fece perfino sussultare Tas nel sonno. Bofonchiando irritato, il kender si coprì gli occhi con le mani e continuò a dormire, assomigliando a un ghiro rannicchiato nella sua tana.
Con un sospiro, Caramon allontanò i suoi pensieri dalla tempesta e tornò agli ultimissimi momenti, quando il magico incantesimo era stato attivato.
Si rese conto d’un tratto di essere stato tirato, tirato e sformato, come se una forza impietosa stesse tentando di trascinarlo in una direzione, mentre un’altra faceva lo stesso in direzione opposta. Cosa mai stava facendo Raistlin in quel momento? Caramon si sforzò di ricordarlo. Una vaga immagine di suo fratello gli si formò nella mente. Vide Raistlin, il volto contorto per l’orrore, che fissava il Portale in preda allo shock. Vide Crysania immobile sulla soglia del Portale, ma non stava più pregando il suo dio. Il suo corpo pareva distrutto dal dolore, gli occhi spalancati per il terrore.
Caramon rabbrividì e si inumidì le labbra. L’acqua dall’amaro sapore gli aveva lasciato in bocca una specie di patina che sapeva di chiodi arrugginiti. Sputando, si pulì la bocca con la mano e si abbandonò all’indietro, esausto. Un altro violento scoppio lo fece sussultare. E così la risposta alla sua domanda.
Suo fratello aveva fallito.
Ciò che era accaduto a Fistandantilus, si era ripetuto con Raistlin. Aveva perso il controllo della propria magia. Il campo magico del congegno dei viaggi nel tempo aveva senza alcun dubbio scombussolato l’incantesimo che stava lanciando. Quella era l’unica spiegazione verosimile...
Caramon si accigliò. No, Raistlin doveva aver certamente previsto la possibilità che ciò accadesse.
Se era così, avrebbe loro impedito di usare il congegno, li avrebbe uccisi, proprio come aveva ucciso l’amico di Tas, lo gnomo.
Scuotendo energicamente la testa per schiarirsela, Caramon ricominciò a esaminare la cosa un’altra volta, studiando il problema così come aveva studiato l’odiato cifrario che sua madre gli aveva insegnato quand’era bambino. Il campo magico era stato sconvolto, questo era ovvio. Aveva scagliato lui e il kender troppo avanti nel tempo, spedendoli nel loro futuro.
Il che significava che tutto ciò che doveva fare era attivare il congegno, e questo l’avrebbe riportato al presente, da Tika, a Solace...
Riaprì gli occhi e si guardò intorno. Ma quando fossero tornati... avrebbero dovuto affrontare quello visto nel futuro?
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