Robert Jordan - La corona di spade

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La corona di spade: краткое содержание, описание и аннотация

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Nell’alto schienale della sedia era incastonata la Fiamma di Tar Valon, ricavata da una pietra di luna, che risaltò sopra i suoi capelli scuri dopo che Elaida si fu seduta. La superficie lucida della scrivania era quasi del tutto sgombra, vi erano appoggiate sopra solo tre scatole laccate dell’Altara, disposte in un ordine ben preciso. Elaida aprì quella decorata con i falchi d’oro fra le nuvole bianche e prese una striscia stretta di carta sottile che stava in cima a un mucchio di lettere e rapporti.

Per la centesima volta, lesse il messaggio arrivato da Cairhien con un piccione viaggiatore, circa dodici giorni addietro. Poche nella Torre sapevano di quel messaggio, e solo lei ne conosceva il contenuto. In ogni caso, anche se le altre lo avessero scoperto, non ne avrebbero comunque capito il significato. Il pensiero le fece quasi venire voglia di ridere di nuovo.

È stato messo l’anello al naso del toro.

Prevedo un viaggio piacevole per portarlo a vendere.

Non c’era alcuna firma, ma non era necessaria. Solo Galina Casban aveva ordine d’inviare quel messaggio glorioso. Galina, la donna di cui Elaida si fidava, alla quale aveva assegnato un incarico che non avrebbe affidato a nessun’altra se non sé stessa; non si fidava completamente di nessuna, ma la donna al comando dell’Ajah Rossa era la miglior risorsa disponibile. Anche Elaida aveva fatto parte dell’Ajah Rossa dopo tutto, e per molti versi si considerava ancora una Rossa.

È stato messo l’anello al naso del toro.

Rand al’Thor — il Drago Rinato, l’uomo che era parso sul punto di dominare il mondo intero, l’uomo che ne aveva già conquistato fin troppo — adesso era schermato, sottomesso al controllo di Galina. E nessuno di quelli che potevano aiutarlo ne era al corrente. Se vi fosse stata anche una sola possibilità che qualcuno avesse scoperto il fatto, le parole di Galina sarebbero state diverse. In base ai messaggi precedenti, quell’uomo aveva riscoperto come viaggiare, un Talento che le Aes Sedai avevano perso ai tempi della Frattura, ma che non l’aveva comunque salvato. Al contrario, aveva addirittura giocato a favore di Galina. Era evidente che al’Thor aveva l’abitudine di andare e tornare a suo piacimento, senza alcun preavviso. Chi avrebbe mai sospettato che stavolta non era andato via ma era stato sequestrato? A quel pensiero Elaida ebbe quasi l’impulso di ridacchiare.

Tra una settimana, due al massimo, al’Thor si sarebbe trovato nella Torre, strettamente sorvegliato e guidato fino a Tarmon Gai’don, non più libero di devastare il mondo. Era pura follia permettere a un qualsiasi uomo in grado di incanalare di andarsene in giro liberamente, ma era assai peggio se si trattava dell’uomo che, secondo le Profezie, avrebbe dovuto affrontare il Tenebroso durante l’Ultima Battaglia. Voglia la Luce che quel momento giunga tra molti anni, pensò Elaida, nonostante il clima impazzito. Serviva molto tempo per preparare il mondo correttamente, iniziando dal porre rimedio a quanto aveva già fatto al’Thor.

Per fortuna il danno che aveva causato non era nulla a confronto con quello che avrebbe potuto continuare a provocare da libero. Senza considerare che avrebbe potuto farsi ammazzare prima del momento in cui ci sarebbe stato bisogno di lui. Be’, quel problematico ragazzo sarebbe stato avvolto nelle fasce e tenuto al sicuro come un poppante fra le braccia della madre, fino a quando fosse giunto il tempo di portarlo a Shayol Ghul. Dopodiché, se fosse sopravvissuto...

Elaida increspò le labbra. Le Profezie del Drago dicevano che il Drago sarebbe morto, cosa che senza dubbio era assai auspicabile.

«Madre?» Elaida quasi sobbalzò nell’udire la voce di Alviarin. Era entrata senza nemmeno bussare! «Ho notizie dalle Ajah, Madre.» Snella e dal volto freddo, Alviarin indossava la piccola stola della Custode tinta di bianco e un abito dello stesso colore, per mostrare che era venuta dall’Ajah Bianca, ma nella sua bocca la parola ‘Madre’ sembrava più un titolo fra pari che uno onorifico.

La sola presenza di Alviarin fu sufficiente per intaccare il buon umore di Elaida. Il fatto che la Custode degli Annali fosse appartenuta all’Ajah Bianca e non alla Rossa era sempre un fastidioso promemoria della sua debolezza al momento dell’elezione. Debolezza che era stata eliminata, ma non del tutto. Non ancora. Elaida era stanca di rammaricarsi per lo scarso numero dei suoi informatori personali al di fuori di Andor, stanca di rimpiangere il fatto che le donne che avevano preceduto lei e Alviarin fossero fuggite — aiutate a fuggire, dovevano essere state aiutate! — prima che le chiavi della grande rete di spionaggio dell’Amyrlin venissero strappate dalle loro mani.

Elaida bramava quella rete che le spettava di diritto. Secondo una solida tradizione, le Ajah riferivano alla Custode qualsiasi minuzia che fossero disposte a condividere con l’Amyrlin una volta informate dai propri occhi e orecchie, ma Elaida era convinta che Alviarin le tenesse nascosta parte di quel flusso già di per sé esiguo. Tuttavia, non poteva chiedere informazioni direttamente alle Ajah. Era già un male essere tanto debole, non c’era bisogno anche di andare in giro a elemosinare informazioni al mondo intero. Alla Torre, che in fondo era la sola parte del mondo che contasse davvero.

Elaida mantenne un’espressione fredda quanto quella dell’altra donna, riconoscendo la sua presenza nella stanza con un semplice cenno del capo mentre faceva finta di esaminare le carte contenute nella scatola laccata. Sfogliò le pagine lentamente, una a una e, sempre con estrema lentezza, le ripose nella scatola. Senza leggere nemmeno una parola. Far attendere Alviarin la seccava perché era meschino, e le rammentava che quei sistemi erano l’unico modo in cui poteva dare una lezione a una donna che avrebbe dovuto essere la sua servitrice.

Un’Amyrlin poteva emanare qualsiasi decreto desiderasse, la sua parola era legge assoluta. Eppure, in realtà, senza il sostegno del Consiglio della Torre, molti di quei decreti diventavano solo uno spreco di carta e inchiostro. Certo, nessuna Sorella avrebbe disobbedito a un’Amyrlin, non apertamente, ma molti decreti richiedevano almeno un altro centinaio di azioni prima di essere messi in pratica. Nella migliore delle ipotesi il tutto accadeva lentamente, talvolta con una tale lentezza da renderlo alla fine inattuabile, e i presupposti di Elaida erano ben lungi dall’essere buoni.

Alviarin era rimasta in piedi, calma e immobile come un lago ghiacciato. Elaida chiuse la scatola laccata dell’Altara, lasciando fuori la striscia di carta che annunciava la sua vittoria ormai certa. La toccò istintivamente, come se fosse un talismano. «Teslyn e Joline si sono finalmente degnate di farci pervenire altre notizie oltre a quella di essere arrivate a destinazione sane e salve?»

Quella domanda serviva a ricordare ad Alviarin che nessuna di loro poteva considerarsi al di sopra della sua autorità. Non importava a nessuno cosa accadesse a Ebou Dar, a Elaida meno che alle altre; la capitale dell’Altara poteva anche sprofondare nel mare e, a parte i mercanti, nel resto della nazione non se ne sarebbe accorto nessuno. Ma Teslyn aveva fatto parte del Consiglio per quasi quindici anni prima che Elaida le ordinasse di dimettersi da quella posizione. Se Elaida poteva inviare un’Adunante — un’Adunante dell’Ajah Rossa — che aveva sostenuto la sua ascesa allo scranno a fare da ambasciatrice in un reame insignificante, senza che nessuna conoscesse il vero motivo mentre circolavano centinaia di voci, allora poteva infierire su chiunque. Joline invece era una questione diversa. Aveva occupato la posizione di Adunante per l’Ajah Verde solo per qualche settimana, e tutte erano certe che le Verdi l’avessero scelta per dimostrare che non si sarebbero lasciate intimidire dalla nuova Amyrlin, che le aveva in precedenza assegnato una punizione esemplare. Quell’insolenza ovviamente non poteva essere tollerata, come di fatto era stato. E anche di questo potevano essere certe tutte.

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