Hal Clement - Luce di stelle

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Luce di stelle: краткое содержание, описание и аннотация

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Chi non ricorda il pianeta Mesklin e i suoi straordinari abitanti, costretti a vivere in condizioni di gravità proibitive per gli esseri umani? Gli eroi meskliniti di Hal Clement tornano in questo romanzo, in sé pefettamente autonomo, che è di fatto il secondo capitolo della saga iniziata con
(
), tenuto a battesimo in Italia proprio sulle pagine di URANIA. Ancora una volta la pazienza, il coraggio e le straordinarie caratteristiche fisiche dei meskliniti permetteranno loro di avere ragione di un mondo in cui la forza di gravità è così schiacciante da rappresentare da sola il più terribile e immediato dei pericoli. Senza contare le numerose incognite di questa nuova e inedita missione nello spazio, scritta da un maestro della tecnologica…

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La voce del capitano risuonò più forte del sibilo del vento. — Rientro immediato! Forza, tutti dentro. Stakendee, Reffel e Berjendee, aiutatemi a smontare la trivella. Il primo che entra avvisi Kervenser di tenersi pronto con i motori per dare la prua al vento — ordinò Dondragmer, realizzando però subito dopo che quest’ultima parte dell’ordine sarebbe stata impossibile da eseguire. I controlli di routine erano in pieno svolgimento, e probabilmente la squadra di manutenzione stava lavorando proprio sui motori. Ma visto che l’ordine era stato dato non ci pensò oltre. Sarebbe stato eseguito se possibile; ora la sua attenzione doveva andare ad altro. La trivella era priorità assoluta: le ricerche si svolgevano soprattutto tramite campionamento del sottosuolo. In pratica, quell’arnese rappresentava la sola ragione della loro presenza su Dhrawn. E anche se si sentiva libero da sospetti e pregiudizi nei confronti degli umani e delle loro intenzioni, al contrario di molti suoi consimili, sospettava che gli scienziati umani con cui collaboravano avrebbero preferito la morte di metà dell’equipaggio alla perdita della trivella.

La squadra di ricerca aveva già ritirato e smontato l’asta di guida e si stava dirigendo verso la Kwembly quando lui la raggiunse. Seguivano l’argano e la scatola degli ingranaggi del dispositivo, il cui funzionamento era totalmente manuale. Bisognava ancora smontare la struttura di supporto e la torre vera e propria. Salvarli era meno importante, in quanto avrebbero potuto venir sostituiti senza bisogno dell’assistenza umana, ma visto che il vento non sembrava voler aumentare il capitano e i tre sottoposti rimasero per vedere di smontarli e portarli in salvo nella stiva. Quando finalmente terminarono, gli altri erano già entrati da tempo e Kervenser li stava aspettando sul ponte con impazienza.

Finalmente, Dondragmer guidò il suo gruppo lungo la rampa di accesso e al di là del portello stagno, che chiuse dietro di loro. Si trovavano su un’asse larga circa un metro e lunga praticamente quanto il portello stagno, oltre la quale si estendeva una vasca altrettanto lunga piena di ammoniaca liquida che occupava la rimanente metà dello scompartimento. I più carichi del gruppo si calarono nella vasca afferrando delle maniglie simili a quelle che si trovavano sulla parte esterna dello scafo; gli altri, compreso Dondragmer, saltarono semplicemente dentro. La parete interna dello scompartimento si estendeva per circa un metro e mezzo sotto la superficie, e terminava a novanta centimetri dal fondo della vasca. Tutti si immersero e passarono sotto di essa, risalendo dall’altra parte su un’asse simile a quella da cui si erano appena tuffati. Un successivo portello dava direttamente sulla sezione centrale della Kwembly.

Avevano ancora addosso un leggero odore di ossigeno; qualche bolla di atmosfera esterna accompagnava in genere qualsiasi cosa passasse attraverso il portello, ma gli onnipresenti vapori di ammoniaca e i catalizzatori installati in parecchi punti dei molti livelli del veicolo si erano già da tempo dimostrati capaci di mantenere questo fastidio sotto controllo. La maggior parte dell’equipaggio aveva imparato a non prestare troppa attenzione all’odore penetrante dell’ossigeno, in particolar modo da quando era stato dimostrato che dosi minime del gas non potevano arrecare alcun disturbo.

I membri della squadra di ricerca si tolsero le tute e si avviarono con la loro apparecchiatura e i campioni prelevati, al sicuro in speciali contenitori per proteggerli dall’immersione nell’ammoniaca liquida. Dondragmer congedò gli altri e si diresse verso il ponte. Kervenser fece per abbandonare la consolle del capitano non appena lo vide entrare dal portello, ma lui gli fece cenno di restare dov’era e si diresse verso la sezione più a tribordo della sovrastruttura. Qua e là il pavimento era trasparente. Gli ingegneri umani avevano inizialmente concepito pavimenti trasparenti dappertutto, ma non avevano preso in considerazione la psicologia dei mescliniti. Strisciare tutto il giorno in un ambiente chiuso era già abbastanza seccante, ma farlo su un pavimento trasparente a cinque metri dal suolo era al di là di ogni concezione. Il capitano si fermò nei pressi di una di queste sezioni trasparenti e lanciò una timorosa occhiata allo spazio vuoto sottostante.

La superficie grigia che circondava il veicolo pareva immutata; il vento che lo scuoteva non provocava evidentemente alcun cambiamento nella neve compressa da chissà quanto tempo da una gravità pari a quaranta volte quella terrestre. Persino i vortici originati dalla presenza della Kwembly non lasciavano alcun segno sul terreno, ma Dondragmer sapeva che una grossa buca impiegava solo pochi secondi ad aprirsi, soprattutto nei pressi della parte posteriore dello scafo. Più oltre, fin dove le luci riuscivano ad arrivare, si vedevano oltre alle buche solo pochi cespugli con i rami che frustavano il vento. Osservò attento per qualche minuto, aspettandosi qualche esibizione di quell’autentica forza della natura, poi deluso rivolse la sua attenzione al cielo.

Tra gli ammassi nuvolosi cominciavano a distinguersi le stelle, ma per i guardiani del polo era ancora troppo presto. Sorgevano infatti a pochi gradi dall’orizzonte meridionale, anche per via della forte rifrazione, e le nuvole coprivano spesso il loro percorso obliquo. Ancora non si vedeva segno di pioggia o neve, né qualche segno che indicasse quale delle due aspettarsi. La temperatura esterna era di poco inferiore al punto di fusione dell’ammoniaca pura e molto inferiore a quella dell’acqua, ma una precipitazione mista era più che probabile. Cosa sarebbe successo allo strato di ghiaccio d’acqua su cui poggiavano era impossibile prevederlo, e Dondragmer non tentò neppure di trovare una risposta. Conosceva la reciproca solubilità di acqua e ammoniaca, ma non aveva mai mostrato interesse per i diagrammi e le tabelle di possibili reazioni studiate al corso d’istruzione. Se la neve si fosse sciolta avrebbero avuto occasione di vedere se la Kwembly galleggiava oppure no. La prova, comunque, non lo entusiasmava affatto.

Kervenser interruppe i suoi pensieri.

— Capitano, potremo muoverci in quattro o cinque minuti. Diamo potenza ai motori?

— Non ancora. Temevo che il vento potesse soffiarci via la neve da sotto e rovesciarci come una vecchia nave spiaggiata in balìa della risacca; volevo quindi dispormi a prua per affrontare meglio il pericolo. Ma si direbbe che la tempesta non sia così violenta. Continuiamo pure i controlli di routine, pronti però ad avviare i motori nel giro di cinque minuti.

— Con il suo permesso, è quello che stiamo già facendo. Ho pensato bene di adattare il suo ordine alla situazione, capitano.

— Molto bene. Allora, luci esterne accese e teniamo la situazione sotto controllo fino a quando il vento non smette di soffiare.

— Mi secca molto non sapere quando questo avverrà.

— Anche a me. A casa, una tempesta dura raramente più di un giorno e quasi sempre termina nel giro di un’ora. Ma questo pianeta ruota così lentamente che i campi di bassa pressione possono essere grandi quanto un continente e le precipitazioni durare per centinaia di ore. Ma non possiamo fare altro che aspettare che finisca.

— Intende dire che non possiamo muoverci finché la tempesta non cessa?

— Non saprei. Un’esplorazione aerea sarebbe rischiosa, e senza di essa non potremmo mai avanzare abbastanza velocemente da fare in modo che valga la pena muoversi per i nostri principali umani.

— Non mi piace comunque avanzare così velocemente. Non si può conoscere veramente un posto se non ci si ferma per un po’. Stiamo tralasciando tante cose che persino gli umani, con tutte le loro stranezze, troverebbero interessanti.

— A me è sembrato che sappiano perfettamente quello che vogliono: una prova per decidere se Dhrawn è un pianeta o una stella e sono disposti a pagarci per saperlo. Ammetto comunque che il lavoro può diventare noioso per chi può solo passare il tempo con questa routine.

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