— Tu non capisci — disse lei. — Mi sentivo così sola. Così persa. E di colpo mi sono trovata vicino a qualcuno che conoscevo, qualcuno sbucato dal passato… avevo solo bisogno di aiuto, dovevo parlare con lui… Accidenti, ti sono andata a sbattere addosso per la strada: cosa dovevo fare, andarmene senza neppure dire ciao?
— Hai visto il mio distintivo Riab, e hai fatto finta di niente.
— Non l’ho neppure visto.
— Devi averlo cancellato deliberatamente. Lo sapevi che Nat Hamlin era stato condannato alla riabilitazione.
— Smettila di gridare.
— Scusa. Non posso farne a meno. Sono teso, Lissa. Senti, tu hai visto qualcuno per la strada, e hai creduto che fosse Nat Hamlin e l’hai salutato, ma che bisogno c’era di dirgli anche che lo amavi ancora?
— Non ero sincera.
— L’hai detto.
— Cos’altro potevo fare? — La sua voce era diventata acuta. — Dirti: Ciao, assomigli proprio a Nat Hamlin, quello di cui ero innamorata, e naturalmente non l’amo più, e in ogni modo lui è stato cancellato, ma dal momento che gli assomigli tanto mi innamorerò anche di te, perciò andiamo a casa e spassiamocela un po’. Come potevo dire una cosa del genere? Ma non potevo lasciarti andar via senza dirti qualcosa. Stavo cercando disperatamente di ritrovare il passato, di riportarlo indietro. Il passato in cui ero stata felice, prima che cominciasse l’inferno. E tu eri il mio unico legame con esso, Paul, e io ero agitata, e ho detto: Nat, Nat, e ho detto di essere innamorata…
— Esatto. Mi hai chiamato Nat e hai detto che eri ancora innamorata di…
— Perché mi stai facendo questo, Paul?
— Facendo cosa?
— Mi stai tormentando. Urli. Tutte queste domande.
— Sto cercando di capire a chi di noi due sei veramente fedele. Hamlin o me. Da quale parte starai quando la lotta per possedere questo corpo diventerà davvero dura.
— Non stai affatto cercando di scoprire questo. Vuoi solo farmi del male.
— Perché dovrei…
— E come faccio a saperlo? Perché dai la colpa a me per averlo riportato in vita, forse. Perché lo odi per via del fatto che una volta l’ho amato. Perché lui è dentro di te in questo momento è ti sta obbligando a farmi del male. Non lo so. Cristo, non lo so proprio. Ma perché ti interessa sapere a chi sono fedele? Non ti ho detto ieri notte che non volevo che tornasse? Non mi sono appena offerta di chiamare il Centro Riab?
— Sì, sì.
— Perciò come potrei essere dalla sua parte? Voglio che venga spazzato via. Voglio che sparisca per sempre. Voglio… Oh, Cristo…
Si era fermata d’improvviso. Aveva fatto un balzo sul letto come se fosse stata punta, le braccia e le gambe che si agitavano. Si voltò verso di lui. La faccia contorta, gli occhi fuori dalle orbite, la bocca un buco rigido, i muscoli della gola gonfi. Dalle sue labbra uscirono dei suoi bizzarri, confusi, baritonali, come i balbettii di un sordomuto, nessuna parola intelligibile: — Mfss. Shlrrm. Skk-kk. Vshh. Vshh. Vshh. - Un orrendo grido gorgogliante, ancor più orribile a causa del profondo tono mascolino con cui venne pronunciato.
Si mise a correre per la stanza, andando a sbattere contro i mobili, artigliando l’aria. Un caso evidente di possessione demoniaca. Ma cosa la possiede?
— Grkk. Lll. Lll. Pkd-dd. - Ochi spalancati, imploranti. I seni nudi che si alzavano e abbassavano freneticamente. Una patina di sudore sulla sua pelle.
Macy le si gettò addosso, cercando di abbracciarla, di calmarla, di riportarla a letto. Girò su se stessa come un robot e le sue braccia lo colpirono al petto, facendolo piegare in due. Quando la guardò di nuovo, la sua faccia era scarlatta e la bocca spalancata fino alla larghezza massima delle mascelle, e forse oltre. Suoni selvaggi e gorgoglianti le uscivano ancora dalla bocca, gli occhi erano pieni di un orrore e una disperazione totali.
Di nuovo Macy cercò di afferrarla. Questa volta ci riuscì. I muscoli si contraevano e guizzavano per tutto il suo corpo ossuto e nudo. La costrinse a stendersi a letto, e la coprì con il proprio corpo, le mani che le stringevano i polsi, le ginocchia che le imprigionavano le cosce. Un odore acido di sudore che si alzava da lei: sudore cattivo, sudore di paura.
Un attacco epilettico? L’epilessia era un pensiero ricorrente per lui, quella mattina. Con voce bassa e intensa le parlò, cercando di calmarla, di raggiungerla in qualche maniera. Altri suoni baritonali uscirono dalla bocca di Lissa, in rochi scoppi interrotti. Statiche dell’anima.
— Lissa — disse. — Lissa, mi senti? Cerca di rilassarti. Allenta i muscoli.
Più facile a dirsi che a farsi. Continuava a contrarsi. Nel mezzo di tutto questo, avvertì una sensazione di calore alla base del cranio, come se un succhiello lo penetrasse. Oppure trapanasse verso l’esterno, partendo dal centro morbido del suo cervello. Qualcosa si mise a saltare freneticamente dentro la sua bocca, e gli ci volle un momento prima che si rendesse conto che era la sua lingua, che si protendeva assurdamente verso la gola. — Vshh. Vshh. Pkd-dd. Slrr. Msss. - I suoni non provenivano da Lissa questa volta, ma da lui.
Mentre giaceva lì, congelato e coagulato sopra Lissa, comprese perfettamente quello che stava succedendo. Nat Hamlin, avendo conservato le forze per un paio d’ore, stava cercando di conquistare un nuovo livello del loro comune cervello. Per la precisione: stava cercando di assumere il controllo dei centri vocali.
Macy sapeva che questo avrebbe segnato l’inizio della sua obliterazione; una volta che Hamlin avesse avuto il controllo della voce, sarebbero stati i suoi pensieri, non quelli di Macy, a venire espressi dal loro corpo. Hamlin avrebbe avuto accesso al mondo esterno, e Macy ne sarebbe stato escluso. Ma per il momento Hamlin non se la stava cavando troppo bene. Aveva afferrato i settori neurali che governavano la parola, ma la sua presa non era completa, e il meglio che gli riusciva erano tre suoni privi di senso. In qualche maniera, si rese conto Macy, Lissa era rimasta coinvolta nella battaglia prima che lui stesso si rendesse conto che era in corso. Il cervello di lei era agganciato al suo; Hamlin che parlava, o cercava di farlo, attraverso la bocca della ragazza. Una specie di effetto microfonico. Adesso lo stavano facendo tutti e due insieme, urlando come foche dementi. L’ora del pranzo allo zoo. È qui che finisce? D’ora in poi Hamlin mi sostituisce? No. No. Combatti. Fermalo ora e chiudilo in un angolo.
Ma come?
Così come hai fatto ieri notte, quando ti controllava la metà della faccia. Staccalo da te. Mediante la pura forza di concentrazione, spezza la sua presa.
Macy cercò di visualizzare l’interno del suo cervello. Dicendosi: Qui vive Hamlin, in questa sacca di fanghiglia, e questi sono i percorsi che si sta costruendo per raggiungere le altre parti del mio cervello, e questo è il posto che sta attaccando ora. Era una costruzione puramente immaginaria, ma per il momento sarebbe servita. Adesso cerca di visualizzare i centri della parola. Diciamo: file e file di cordoni rosa, tesi, come in un pianoforte, con una specie di quadro di distribuzione attaccato. Hamlin al quadro, che infila e stacca spinotti, cercando le connessioni giuste; e le corde rosa, che emettono suoni stridenti e bizzarri. Vagli alle spalle. Prendilo per le braccia. Non è più forte di te. Tiralo indietro, buttalo a terra. Saltagli sopra. Attento a non fracassare qualcosa. Ne avrai bisogno quando sarà finita. Non mollarlo. Stagli sopra. Bloccalo! Bene! Sbattigli la testa sul pavimento un paio di volte. D’accordo: il pavimento è elastico, ma serve lo stesso a intontirlo. Bene. Adesso. Trascinalo fuori. Pesa, quel bastardo. Ottantacinque chili, proprio come te. Forza, forza. In questo corridoio ammuffito. Che puzza di umidità. Ci deve essere qualcosa che sta marcendo. Buttiamolo dentro. Via! E adesso chiudiamo la porta. Ecco fatto, più facile di quanto credevi, eh? Ci vuole solo un po’ di energia mentale. Perseveranza. Puoi rilassarti adesso. Tira il fiato.
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