A sinistra. Un respiro profondo. Una piccola stanza, senza porta: solo un ingresso circolare. Sopra l’ingresso, in lettere dorate a rilievo: antigone 21 di nathaniel hamlin . Gesù. Un’esposizione privata, tutta per lui. Quello che gli era sembrato un semplice ingresso circolare era in realtà una porta pressurizzata invisibile, che proteggeva il capolavoro fornendogli il suo habitat ambientale e psicologico. Entrarono. Non avvertirono alcuna sensazione superando la soglia: dall’altra parte era solo più fresco, l’aria pungente, piena di ioni vaganti. Un lieve odore chimico. Un basso ronzio.
— È questa — disse Lissa.
Dieci o dodici persone erano assiepate intorno a essa; Macy non riusciva a vedere. Lissa gli si era aggrappata a un braccio, tesa. La sua tensione filtrava fino a lui, un’emanazione mentale a un passo dalla paura. Lui si sentiva allo stesso modo. Il gruppo di spettatori si allargò, e come attraverso uno squarcio fra le nuvole, Macy vide l’ Antigone 21 di Nathaniel Hamlin.
Una figura femminile nuda, più grande della realtà. Inconfondibilmente Lissa, ma non c’era alcun pericolo che qualcuno nella stanza si volgesse dalla statua radiosa alla ragazza smunta e svuotata, e le collegasse fra di loro. Un corpo pieno e sodo. I seni più alti e pesanti: lo scultore li aveva idealizzati, o Lissa aveva perso peso anche lì? La posa aggressiva e dinamica, la testa gettata all’indietro, un braccio teso, le gambe larghe. Oh pionieri, cose del genere. Forza ed elasticità. Occhi luminosi e fieri. La bocca che non sorrideva, ma quasi. L’intera figura che gridava: posso affrontare, posso sopportare qualsiasi cosa, fatica e avversità, inondazioni e fame, rivoluzione e assassinio; ho resistito e resisterò, sono l’essenza di tutto ciò che resiste. L’eterno femminino. Eccetera.
Ma naturalmente la scultura non era solo un nudo accademico stile diciannovesimo secolo con un tocco sexy, e neppure un monumento sentimentale ai concetti stereotipati della femminilità. Era queste cose, sì, ma era anche una psicoscultura, e ciò significava che si avvicinava alla condizione della vita, era un intero cosmo in se stessa. Faceva dei trucchi. La stanza era programmata per accentuare gli effetti. Impercettibili mutamenti di luce. Quello strano ronzio, proveniente da una batteria di generatori sonici nascosti, controllava l’umore attraverso lo schema delle modulazioni, colpendo chi guardava a qualche livello sotterraneo della loro psiche.
Anche il grado di ionizzazione della stanza cambiava continuamente. E la statua medesima attraversava un ciclo di trasformazioni. Guarda, i capezzoli sono eretti adesso, i seni si sollevano (o è solo un’illusione ottica?), gli occhi sono quelli di una donna in calore. Cosa ne è stato della donna sprezzante e pronta a tutto di tre minuti fa? Adesso stiamo vedendo l’essenza della sessualità. A uno verrebbe voglia di saltarle addosso e scoparla.
Ma ancora cambia. I suoi succhi inacidiscono, i capezzoli si ammorbidiscono: una donna frustrata, una donna respinta. Quanto è amaro quella specie di sorriso. Nasconde dei risentimenti. Nel buio della notte sarebbe felice di castrare il maschio ignaro. Ma la forza dell’odio l’abbandona. Ha paura; sa che ci sono delle domande per le quali non ha risposta; sente i fantasmi della notte sbatacchiare contro la finestra, le ali che colpiscono sempre più forte. Il terrore chiude su di lei la sua mano. È sola, nuda e vulnerabile, neanche lontanamente forte come le piacerebbe che il mondo credesse.
Se adesso venissero ad attaccarla… Ma ciò che viene è l’alba. Una illuminazione. Ritrovare il proprio posto nell’universo, sotto un sole amichevole. Sembra più grande. Più vecchia, anche se non meno bella; voluttuosa, anche se più fredda di prima; padrona di se stessa, senza dubbio. Discendenza di Venere. Una personalità completamente diversa ogni qualche minuto.
Quali meccanismi sono all’opera sotto la pelle elastica di quella figura? Come viene messo in atto il ciclo di trasformazioni? Osservandola, il gioco continuamente mutevole delle emozioni e impressioni, i sottili mutamenti di posizione e di atteggiamento, Macy si sente impressionato e sopraffatto, ma anche vagamente truffato. Non aveva saputo cosa aspettarsi dall’arte del suo precedente io, se non che sarebbe stata drammatica e impressionante. Ma è davvero arte, questo astuto robot? Tutti questi trucchi meccanici riusciranno veramente ad affiancarsi ai veri capolavori artistici di tutti i tempi? Non è un critico. In verità non sa niente, ma l’intenso realismo della scultura, che costituisce la sua caratteristica più apparente, gliela fa sembrare esteticamente primitiva, un giocattolo di abilità, un trionfo dell’ingegno, non dell’arte.
Ma nonostante questo. Nonostante questo. È impossibile non reagire alla forza della scultura. Alla esattezza con cui Lissa è stata catturata da quegli ingranaggi e pulegge; non la sua Lissa, non la ragazza spezzata e confusa che conosce, ma la Lissa gloriosa di Nat Hamlin, il cui guscio vuoto è capitato al successore di Hamlin. Quello che Hamlin ha creato può anche essere semplicistico, paragonato a Leonardo, Cellini e Henry Moore, ma al di là di questa superficialità può celarsi una profondità accuratamente mascherata, sospetta Macy. Potrebbe stare lì a studiare la figura per ore. Giorni. Come sembrano fare gli altri. Quegli studenti che mormorano annotazioni nei registratori a mano, e quell’altro che prende olografie dell’opera da ogni angolo possibile… anche loro sono stati presi in trappola, chiaramente. Un capolavoro. Innegabilmente un capolavoro.
Con uno sforzo si voltò, avvertendo uno schiocco quasi udibile quando si interruppe il contato visivo con la scultura, e guardò Lissa. Era appoggiata a una parete, le labbra aperte, gli occhi fissi e vitrei, catturata dal mesmerismo del suo schiacciante simulacro. Una smorfia raggelata sulla sua bocca. Quali correnti di identità, si chiese, scorrevano da lei alla scultura, dalla scultura a lei? Quale inaridirsi dell’io si stava verificando, e quale arricchimento? Che effetto faceva vedersi trasformata in un’opera d’arte?
E dov’era Hamlin? Perché non saltava su e faceva salti di orgoglio di fronte al suo capolavoro, come quel giorno nell’ufficio di Harold Griswold? Hamlin era tranquillo. Ma non assente. Macy divenne gradualmente consapevole di lui, sotto la superficie, nelle profondità del suo cervello. Una spina nella zampa. Un sasso nella scarpa. Macy non pensava che sarebbe rimasto rinchiuso a lungo nella sua prigione.
E neanche Hamlin. Si stava sollevando lentamente alla superficie, come una bolla. Evocato alla coscienza da Antigone 21. Va bene così, pensò Macy. Venga pure. Posso tenerlo a bada. Preparandosi a riceverlo, Macy attese che il suo alter ego arrivasse alla superficie. Non era ostile, questa volta. Neppure aggressivo. Un’aria prevalente di calma. Nessun apparente risentimento per la recente sconfitta. Ma forse era una finta. Cogliermi alla sprovvista e cercare di nuovo di conquistare i centri del linguaggio. Sono pronto a qualsiasi cosa. Ma quando Hamlin aprì la conversazione, il suo tono era rilassato, cortese:
…Cosa te ne pare?
Impressionante. Non sapevo che fossi capace di tanto.
…E perché? Ti sembro un artista da strapazzo, Macy?
L’unico aspetto che conosco di te è la violenza, la criminalità. E non mi piace. Non associo la grande arte con questo tipo di personalità.
…Stronzate borghesi, amico.
Davvero?
…Punto primo: un uomo può essere un ladro, un assassino, un pederasta, qualsiasi cosa, ed essere lo stesso un grande artista. La sua moralità non ha niente a che fare con la qualità delle sue percezioni, giusto? Saresti sorpreso se sapessi quanta della roba in questo museo è stata prodotta da perfetti bastardi. Punto due: si dà il caso che io sia diventato un artista decente quindici anni prima che diventassi quello che chiamano un nemico della società. Quel pezzo che stai vedendo è stato finito prima che avessi il mio crollo. Punto terzo: dal momento che non mi hai mai conosciuto, non hai nessun maledetto diritto di giudicare che tipo di persona fossi.
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