— Sono stato colto di sorpresa, quella prima volta. Adesso è diverso. Devo assumere l’offensiva, Lissa. Ingaggiare battaglia, capisci. E il museo è un posto buono quanto un altro per cominciare. Devo fargli vedere che posso tenergli testa in qualsisia condizione. D’accordo? Allora andiamo? Al museo.
— E va bene — disse lei con voce assente. — Al museo.
Entrando nel grande edificio si sentì a disagio: la sensazione oppressiva di essere un estraneo a quel vasto e labirintico palazzo di cultura.
Frugando nella sua riserva di ricordi sintetici, non riuscì a trovare di esserci mai stato. O in qualsiasi altro museo. Quelli del Riab non gli avevano fornito un grande interesse per le arti visive, a quanto pareva. La musica sì. E il teatro. Perfino il balletto. Ma niente scultura né pittura, né alcunché che potesse ricondurlo al mondo che Nat Hamlin aveva abitato. Una deliberata differenza rispetto al passato abolito.
E tuttavia, perché era così nervoso entrando? Paura di essere riconosciuto, forse. Gente che si voltava, mormorava, indicava. Guarda, quello è Nathaniel Hamlin, il famoso psicoscultore. Ha fatto quella donna nuda che abbiamo visto prima. Hamlin. Hamlin. Quell’uomo assomiglia proprio ad Hamlin. Rendendo magari necessaria una spiegazione. Mi scusi, signora, ma lei si sbaglia. Il mio nome è Paul Macy. Mai scolpito in vita mia. Toccandosi ostentatamente il distintivo Riab. Sbattendoglielo davanti agli occhi. Devo dirle, signora, che Nat Hamlin è diventata una non-persona. E la donna che si allontanava imbarazzata, i tacchi che battevano sul pavimento di pietra, lanciandogli delle occhiate al di sopra della spalla, con una piccola smorfia di disprezzo. Magari andando anche a raccontare a una guardia che l’aveva infastidita.
Macy sorrise acidamente, e cancellò l’intero scenario. Non era molto probabile che succedesse qualcosa del genere. Rembrandt avrebbe potuto camminare in quel luogo, e nessuno l’avrebbe riconosciuto. Michelangelo. Picasso. Mamma, chi è quell’omino pelato? Zitto, caro, credo che sia qualche senatore. Sì. Macy cacciò via la sua apprensione. Entrarono.
Appena oltre l’ingresso dovettero fermarsi un momento sotto un cono di luce azzurra, che dava una sensazione di formicolio; un detector che controllava se non avessero esplosivi, coltelli, barattoli di pittura o altri strumenti vandalici. Evidentemente c’era una notevole ostilità diretta contro i capolavori dell’arte in quella città. Superarono l’esame ed entrarono nel monumentale salone. Faraoni di granito rosa a sinistra; Apollo in marmo bianco sulla destra. Davanti, una fuga vertiginosa di sale. C’era l’odore secco del passato: il diciannovesimo secolo, il quattordicesimo, il terzo.
— Dov’è? — chiese. — La tua statua.
— Al secondo piano, in fondo, la sezione arte moderna — disse Lissa. Ancora una volta sembrava distante, scontrosa. Scivolava facilmente in quello stato di cupa indifferenza. — Vai tu, Paul. Io aspetto qui, mi guardo qualcosa di egiziano. Non voglio vederla.
— Vorrei che tu venissi con me.
— No.
— Gesù, perché no?
— Perché mostra quanto fossi bella. Non voglio essere insieme a te quando la vedrai. E quando ti volterai verso di me e vedrai come sono diventata. Vai, Paul. Non avrai nessuna difficoltà a trovarla.
Lui fu ostinato. Rifiutandosi di lasciarla. Restio a vedere il pezzo di Hamlin senza di lei. E se quella vista l’avesse fatto crollare di nuovo a terra; chi l’avrebbe aiutato a rialzarsi? Ma lei fu ugualmente ferma. Non sarebbe andata con lui, e basta. Quella visita al museo era una sua idea assurda. Non poteva sopportare l’idea di vedere la statua. Non vuoi venire? No. No. Una piccola scena di litigio nel maestoso salone. I loro sussurri aspri che echeggiavano da arcate di alabastro. La gente che li guardava. Si aspettava che da un momento all’altro qualcuno dicesse: Ehi, quello non è lo scultore Nathaniel Hamlin? Laggiù, quel tipo alto che discute con la rossa. Terrorizzato da quell’idea irrazionale, il suo disagio divenne così forte che fu sul punto di lasciarla fare come voleva, quando d’improvviso lei si morsicò il labbro superiore, si premette le nocche contro la mascella, tirò su le spalle come se cercasse di toccarsi con esse i lobi delle orecchie, risucchiò le guance. Cominciò a muovere la bocca da una parte all’altra. Forse era infilzata da dardi invisibili. Gli occhi fuori dalle orbite. Lucidi per il panico. Dopo qualche momento, con voce appena udibile, disse: — E va bene. Vengo con te, ma sbrighiamoci!
— Cosa ti sta succedendo, Lissa?
— Ricevo di nuovo le voci. — Una serie di contrazioni le distorse la faccia. — Rimbalzano dalle pareti, una dozzina di pensieri diversi, diventano sempre più forti. Tutti mischiati. Cristo, portami fuori da qui. Portami fuori da qui.
Tutti nel museo dovevano averla sentita. Sembrava sul punto di andare in pezzi.
La prese per un braccio e la condusse rapidamente nel lungo corridoio di fronte a loro. Non c’era quasi nessuno lì. Senza sapere bene dove andasse, se la trascinò dietro, contagiato dall’ansia e dalla sofferenza di lei; Lissa scivolava sul pavimento lucido, ma lui la tenne in piedi. Figure a cavallo, in cotte di maglia, che correvano verso di loro e svanivano alle spalle. Arazzi scintillanti che pendevano nella penombra. Spade. Lance. Coppe d’argento cesellate. Tutto il bottino del passato, e nessuno intorno, soltanto un paio di guardiani robot dalle facce inespressive.
Quando ebbero percorso un centinaio di metri si fermò, rendendosi conto che Lissa si era calmata, e rimasero un momento fermi davanti a una teca contenente ampolle e piccoli vasi romani di vetro iridescente, con elaborati manici a spirale. Lei si voltò a guardarlo, disfatta, bagnata di sudore, e gli si aggrappò addosso, appoggiandogli la guancia al petto. La sua ansia si stava decisamente calmando, ma era ancora sconvolta.
Alla fine disse: — È stato spaventoso. Una delle esperienze peggiori. Erano una dozzina e parlavano tutti assieme, ciascuno dentro il mio cervello. E la mia testa si gonfiava, si gonfiava, fino a scoppiare.
— Stai meglio adesso?
— Non li sento più. Ma gli echi nel cervello… i rumori… Sai, vorrei potermene andare dall’intera razza umana. Su qualche pianeta gelato. Su qualche luna di Giove. E viverci tutta sola, in una cupola di plastica. Anche se probabilmente sentirei i disturbi statici fin lassù. Menti che trasmettono attraverso lo spazio. Riesci a immaginarti cosa significa non poter mai stare veramente soli, Paul? Non sapere mai quando la tua mente si sta trasformando in una radio ricetrasmittente? — Fece una risata fredda. — Ehi, è buffo. Io parlo a te di star soli. Tu che hai un fantasma piazzato dentro la testa. Sei combinato peggio di me. Paul e Lissa. Lissa e Paul. Che bella coppia di storpi che siamo!
— In qualche maniera ce la caveremo.
— Scommettiamo?
— Possiamo trovare aiuto, Lissa.
— Sicuro che possiamo. E lui ti ucciderà se ti avvicini a meno di un chilometro dai tuoi dottori. E nessuno può curarmi senza ridurre il mio cervello a un hamburger. Ma possiamo trovare aiuto, sicuro. Mi piacerebbe avere un po’ del tuo ottimismo, ragazzo. — Indicò. — Possiamo prendere quella scala. L’Incubo Numero Sedici ci aspetta.
Salirono al primo piano. Un corridoio pieno di porcellane cinesi e di bassorilievi assiri; poi una sala di miniature persiane e una di porcellane iraniane; gallerie dopo gallerie di tesori arcaici, e sbucarono alla fine in un cubo di plastica trasparente che sporgeva a sbalzo dal retro dell’edificio, sopra il verde avvizzito di Central Park. L’ala dell’arte moderna.
C’era folla. Macy guardò nervosamente Lissa, temendo che precipitasse in un altro abisso telepatico, ma sembrava controllata. Lo guidò lungo metri di quadri colorati, sculture, aggeggi ticchettanti e poster danzanti e specchi metabolici e liquosfere, e tutto il resto.
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