Dopo la partenza della nave, Mondschein si sarebbe trattenuto sulla Terra per sottoporsi a un accurato esame medico al centro di Santa Fe. Lazzaro, invece, sarebbe ritornato su Venere entro due giorni. Ma prima, lui e Kirby si sarebbero seduti attorno a un tavolo per definire i principi fondamentali della nuova intesa. Si erano già incontrati una volta, dodici anni prima, ma per poco tempo. Da quando Lazzaro era sbarcato sulla Terra, Kirby aveva avuto occasione di parlargli soltanto brevemente e ne aveva tratto l’impressione che, per quanto il profeta armonista fosse risoluto e ostinato, non sarebbe stato difficile raggiungere un accordo con lui. O per lo meno lo sperava.
Gli alti gerarchi della Confraternita della Radianza Immanente erano convenuti sull’altopiano battuto dal vento per dare addio al loro capo. Guardandosi attorno, Kirby vide Capodimonte, Magnus, Ashton, Langholt e decine di altri confratelli. Stavano tutti guardando lui. Non potevano vedere Vorst, perché Vorst era già nella nave, insieme agli altri membri della missione: cinque uomini e cinque donne, tutti al di sotto dei quarant’anni, sani, forti e dotati di grandi capacità di recupero. Le camere riservate al Fondatore erano accoglienti e confortevoli, ma l’idea che un uomo della sua età potesse affrontare un viaggio del genere era pura follia.
Il supervisore Magnus, Coordinatore Europeo, si affiancò a Kirby. Era un uomo piccolo, dai tratti affilati che, come la maggior parte degli altri alti funzionari, serviva nella Confraternita da più di settant’anni.
— Allora è proprio deciso a partire — disse Magnus.
— Sì. Non c’è dubbio.
— Gli ha parlato questa mattina?
— Brevemente — rispose Kirby. — Mi è sembrato molto calmo.
— Anch’io ho avuto questa impressione, ieri sera, quando ci ha impartito la benedizione — osservò Magnus. — Quasi contento.
— Si sta liberando di un grosso fardello. Anche tu saresti contento se potessi trasferirti in cielo scrollandoti di dosso tutte le tue responsabilità.
— Vorrei che potessimo impedirgli di partire — disse Magnus.
Kirby si voltò e lo guardò con franchezza. — È necessario che parta — disse. — Altrimenti il nostro movimento è destinato a morire.
— Sì, ho sentito il tuo discorso alla riunione, ma…
— Abbiamo completato la prima tappa del nostro processo di sviluppo — riprese Kirby. — Adesso abbiamo bisogno di arricchire la nostra mitologia. Da un punto di vista simbolico, la partenza di Vorst è per noi di un’importanza inestimabile. Lui sale in cielo, lasciando a noi, suoi seguaci, il compito di completare la sua opera. Se rimanesse qui, noi cominceremmo a segnare il passo. Da oggi in poi, invece, il suo esempio glorioso, sarà per noi come un faro nella notte. Con Vorst che apre la strada verso mondi nuovi, noi, che restiamo, possiamo continuare a costruire sulle fondamenta che lui ha gettato.
— Parli come se credessi davvero in ciò che dici.
— Ed è così — rispose Kirby. — All’inizio non capivo. Ma Vorst aveva ragione. Mi aveva detto che presto avrei capito il motivo per cui aveva deciso di lasciarci e così è stato. Partendo, Noel Vorst rende al movimento un servizio dieci volte maggiore di quello che renderebbe restando fra di noi.
— Dunque non gli basta essere Cristo e Maometto — mormorò Magnus. — Vuole essere anche Mosè ed Elia.
— Mai avrei pensato che tu potessi parlare di lui in termini così duri — commentò Kirby.
— Nemmeno io — replicò Magnus. — Maledizione, non voglio che se ne vada!
Kirby rimase stupito nel vedere gli occhi pallidi del Coordinatore riempirsi di lacrime.
— È proprio per questo che ha deciso di partire — disse Kirby. Quindi entrambi gli uomini tacquero.
Si avvicinò Capodimonte. — È tutto predisposto — annunciò. — Lazzaro mi ha avvisato che i suoi ragazzi sono pronti.
— E gli esperiani che dovranno guidare la nave? — domandò Kirby.
— Sono già pronti da un’ora.
Kirby si voltò a guardare la nave luccicante. — Tanto vale che la facciamo finita, allora.
— Tanto vale — rispose Capodimonte.
Kirby sapeva che Lazzaro aspettava soltanto un suo segnale. Da quel momento in poi tutti avrebbero fatto riferimento a lui, per lo meno sulla Terra. Ma quel pensiero non lo angustiava più. Aveva accettato il suo nuovo ruolo. Il potere era nelle sue mani adesso.
Decorazioni simboliche ingombravano il campo, icone armoniste e un grande reattore al cobalto, gli emblemi delle due religioni che in breve sarebbero confluite in unico credo. Kirby fece un cenno a un accolito, che provvide a estrarre le barre del moderatore.
Dal reattore sgorgò il Fuoco Azzurro, che danzò alto sopra la macchina, fino a colorare lo scafo del velivolo. Il bagliore freddo della radiazione di Cerenkov, il simbolo della fede vorsteriana, si diffuse su tutta la pianura e, dalla folla di fedeli accorsi ad assistere al grande evento si levò un mormorio di preghiere e di litanie salmodiate. Mentre colui che aveva concepito quelle parole sedeva nascosto in quella lacrima di acciaio che giganteggiava in mezzo al campo.
Il bagliore del Fuoco Azzurro era il segnale convenuto. Adesso toccava ai ragazzi venusiani far appello ai loro poteri telecinetici e scagliare la capsula nello spazio cosmico, per permettere all’uomo di conquistare un nuovo mondo fra le stelle.
— Che cosa stiamo aspettando? — domandò Magnus con voce lagnosa.
— Magari non succede niente — disse Capodimonte.
Kirby non parlò. Pochi istanti più tardi la nave si sollevò da terra.
Kirby non sapeva esattamente che cosa aspettarsi. Pensando a quella scena, aveva immaginato i ragazzi venusiani che, tenendosi per mano, danzavano e saltellavano attorno al velivolo, la fronte rigonfia per lo sforzo di sollevarlo e scagliarlo nel cosmo. Ma dei venusiani non c’era traccia. Gli artefici dell’indispensabile spinta propulsiva si trovavano all’interno dell’edificio costruito per loro, a un centinaio di metri di distanza, e Kirby sospettava che non si stessero affatto tenendo per mano e che non mostrassero nemmeno segni esteriori di fatica.
Nelle sue fantasie aveva anche immaginato che la nave sarebbe partita come un razzo, dapprima sollevandosi di qualche metro da terra, oscillando per alcuni istanti per poi sollevarsi ancora di qualche decina di metri e sfrecciare a velocità vertiginosa fino a scomparire nell’azzurro del cielo. Ma non accadde così.
Kirby attese. Passò un lungo istante.
Pensò a Vorst che sarebbe atterrato su un altro pianeta. Un pianeta abitato, magari. Quale sarebbe stata la sua influenza su quel mondo vergine? Vorst aveva una forza irresistibile, terrificante e unica. Ovunque andava aveva il potere di trasformare le cose attorno a sé. Kirby compativa i dieci sventurati pionieri che lo accompagnavano in quella spedizione. Si domandò che razza di colonia avrebbero fondato.
Ma di una cosa era sicuro: la loro missione avrebbe avuto esito positivo. Vorst era un uomo votato al successo. Era schifosamente vecchio, ma possedeva ancora una vitalità strabiliante. Sembrava che non vedesse l’ora di affrontare una nuova sfida, di ricominciare daccapo. Kirby gli augurò ogni bene.
— Sono partiti — disse Capodimonte in un sussurro.
Era vero. La capsula era ancora a terra, ma attorno a essa l’aria aveva cominciato tremare, come se fosse percorsa da ondate di calore che si innalzavano dal terreno sabbioso e arso.
Un attimo dopo la capsula scomparve.
Era tutto finito. Kirby fissò il vuoto lasciato dal velivolo interstellare. Vorst era salito in cielo e, da qualche parte, si era aperta una porta.
— Esiste un’Unità da cui ha origine tutta la vita — intonò una voce gentile alle sue spalle. — Dobbiamo l’infinita varietà dell’universo al moto degli elettroni.
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