Robert Silverberg - Violare il cielo

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Sul brulicante formicaio che è divenuta la Terra dopo il 2000, poco alla volta si impone una forma di religiosità che trae le sue basi dottrinali dalla scienza. È la religione di Noel Vorst, sono gli adoratori del Fuoco Blu dell’elettrone, sono le tonache azzurre dei monaci che manipolano i segreti dell’atomo. È una religione, quella di Vorst, il cui scopo finale è quello dell’immortalità… fisica! Ma in un mondo sovrappopolato l’immortalità fisica non è forse un controsenso? Ecco dunque la necessità di emigrare su altri mondi, mondi extrasolari. Ecco formarsi nello stesso tempo lo scisma degli Armonicisti di David Lazarus, che si oppone alla “chiesa” centrale fondando un ordine a parte... Che significato ha tutto ciò nel vasto gioco planetario nel cui centro è l’ultracentenario Noel Vorst e la cui posta finale sono le stelle?

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— No, si tratta di una semplice coincidenza — rispose il medico.

Vorst si era avvicinato alla creatura per poter studiarla meglio. I occhi-persiana scattavano ritmicamente, mentre lo scrutava. Il ragazzo aveva una tale gobba ed era così curvo che era praticamente incapace di muoversi. I suoi occhi lattei esprimevano pura sofferenza. Un malato da eutanasia, pensò Kirby. E Vorst che sperava che un simile mostro potesse portarlo sulle stelle!

— Iniziate l’esame — mormorò il Fondatore.

Si fecero avanti due esperiani generici: una giovane donna, piuttosto sexy, con i capelli crespi e un uomo grasso, con la faccia triste. Kirby, che non possedeva il benché minimo potere di percezione extrasensoriale, assistette senza proferir verbo alla loro muta indagine. Che cosa stavano facendo? Quali frecce stavano scagliando contro quel povero disgraziato? Non ne aveva la più pallida idea, ma si consolava pensando che probabilmente non lo sapeva nemmeno Vorst. Neanche lui valeva un gran che come esperiano.

Trascorsero dieci minuti. Poi la ragazza sollevò lo sguardo e disse: — Fondamentalmente un modesto incendiario.

— È capace di far muovere le molecole? — intervenne Vorst. — Allora possiede un minimo di capacità telecinetiche.

— Scarsissime — decretò il secondo esperiano. — Non più di molti altri. Possiede anche modeste capacità di comunicazione. Ci sta chiedendo di sopprimerlo.

— Suggerisco la dissezione — disse la ragazza. — Non dobbiamo preoccuparci per lui. A lui non importa.

Kirby rabbrividì. Quei due blandi esperiani avevano sondato la mente di quel disgraziato e questo da solo sarebbe dovuto bastare a far inaridire la loro anima. Provare, nell’immedesimazione di pochi istanti, quello che significava avere tredici anni ed essere distrofico e vedere il mondo con quegli occhi opachi…! Ma quei due pensavano soltanto all’aspetto scientifico della faccenda. Del resto non era la prima volta che si confrontavano con una creatura così mostruosa.

Vorst fece un segno di diniego con la mano. — Risparmiatelo per altri studi. Forse, un giorno, ci potrà essere utile. Se ha davvero abitudini incendiarie, prendete le solite precauzioni.

Detto ciò, il Fondatore ruotò su se stesso e si avviò verso l’uscita del reparto. In quello stesso momento stava arrivando di corsa un accolito con un messaggio. Alla vista inattesa di Vorst, che avanzava nella sua direzione, in rotta di collisione, si paralizzò. Sorridendo paternamente, Vorst manovrò la sedia in modo da evitarlo.

— Un messaggio per lei, coordinatore Kirby — disse l’accolito, visibilmente sollevato.

Kirby prese la lettera e premette il pollice contro il sigillo. La busta si aprì.

Il messaggio era di Mondschein e recava un importante annuncio: — LAZZARO È PRONTO A INCONTRARE VORST.

tre

— Ero come impazzito, sai. Ed è durato qualcosa come dieci anni. Poi scoprii di che cosa si trattava. La mia mente fluttuava nel tempo.

La giovane esperiana lo fissava con gli occhi sgranati. Erano da soli, nei quartieri privati del Fondatore. Era una ragazza magra e flessuosa; ciocche di capelli leggeri le pendevano come ciuffi di paglia dipinta lungo le guance. Delphine, così si chiamava l’esperiana, aveva trent’anni ed era al servizio di Vorst da alcuni mesi. Ciononostante non si era ancora abituata ai suoi modi franchi. Del resto, non ne aveva nemmeno avuto la possibilità: quando lasciava il suo ufficio, dopo ogni seduta, altri esperiani provvedevano a cancellare dalla sua memoria ogni ricordo della sua visita.

— Desiderate che mi metta al lavoro?

— Non ancora, Delphine. ti è mai capitato di pensare di essere pazza? Nei momenti più difficili, quando la tua mente comincia a fluttuare nel tempo e temi di non riuscire più ad ancorarti al presente?

— Sì, a volte c’è da avere paura.

— Ma alla fine ci riesci. È questa la cosa miracolosa. Lo sai quanti esperiani ho visto morire sotto i miei occhi? — le domandò Vorst. — Centinaia. Anch’io sarei già morto a quest’ora se non fosse che sono uno schifoso preveggente. Però una volta non riuscivo a controllarmi e continuavo a fluttuare nel tempo. Ho visto la Confraternita crescere sotto la mia guida. Chiamala una visione, chiamalo un sogno. Tutto sfocato ai margini.

— Come avete raccontato nel vostro libro?

— Più o meno — rispose il Fondatore. — Gli anni fra il 2055 e il 2063 furono gli anni in cui ebbi le visioni più brutte. Avevo trentacinque anni quando iniziarono a manifestarsi. Ero un tecnico qualsiasi, non ero nessuno. Poi, un giorno ebbi quella che può essere definita un’ispirazione divina, anche se, in realtà, fu una fugace visione del mio futuro. Credevo di impazzire. Più tardi capii.

L’esperiana lo ascoltava in silenzio. Vorst chiuse gli occhi. I ricordi ardevano nella sua mente; dopo anni di confusione interiore era uscito purificato dalla prova di fuoco della pazzia, purificato e consapevole del futuro che l’attendeva. Si rese conto di come avrebbe potuto cambiare il mondo. Anzi, di come aveva cambiato il mondo. Dopodiché, fu solo questione di mettersi all’opera, di aprire i primi templi, di concepire i rituali del culto, di circondarsi dei talenti scientifici di cui aveva bisogno per realizzare i suoi obbiettivi. Che fosse un po’ paranoico? Che in lui ci fosse un pizzico di Hitler, una punta di Napoleone, un tocco di Gengis Khan? Forse. Vorst si considerava un fanatico e anche un megalomane, e in fondo se ne compiaceva. Ma un megalomane freddo, razionale, e vincente. Non si era mai fermato di fronte a nulla pur di raggiungere i suoi scopi e, grazie ai suoi, seppur modesti, poteri di preveggenza, sapeva che ci sarebbe riuscito.

— Quella di cambiare il mondo è una grande responsabilità che un uomo si assume — riprese il Fondatore. Un uomo dev’essere un po’ pazzo per gettarsi in un’impresa simile e anche solo per pensarci. Ma è di grande aiuto sapere in anticipo quale dovrà essere il risultato finale. Uno non si sente così idiota, sapendo che sta miniando l’inevitabile.

— In questo modo, però, la vita si appiattisce, perde mordente.

— Ah, Delphine, tu hai messo il dito nella piaga! Ma, ovviamente tu lo sai meglio di me. Come è triste recitare la commedia che tu stesso hai scritto e di cui conosci già la trama. Per lo meno io ho sempre avuto un piccolo margine di incertezza riguardo alle piccole cose. Io, da solo, non sono in grado di vedere: ho bisogno di farmi rimorchiare da voi, che viaggiate nel tempo e, nonostante ciò, non sempre le mie visioni sono chiare. Tu, invece, vedi tutto con chiarezza, vero Delphine? Tu hai visto i confini del tuo mondo. Hai visto anche la tua morte?

Le guance dell’esperiana si imporporarono. La ragazza abbassò gli occhi e non rispose.

— Scusami — disse Vorst. — Non avevo alcun diritto di chiedertelo. Ritiro tutto. Mettiti al lavoro per me, Delphine. Inizia il tuo viaggio e portami con te. Ho parlato anche troppo per oggi.

La ragazza si apprestò timidamente a sostenere la grande fatica alla quale il suo signore la chiamava. Era una delle esperiane dotate di maggiore autocontrollo. Mentre quasi tutti i preveggenti finivano per perdere contatto con il presente e andare alla deriva, lei era sempre rimasta saldamente attaccata alla propria matrice temporale, riuscendo a sopravvivere fino a un’età molto avanzata, rispetto alla inedia dei suoi simili. Un giorno, però, anche lei sarebbe morta. Ma fino ad allora, Delphine era stata di importanza incalcolabile per Vorst, la sua sfera di cristallo, la bussola che più di qualsiasi altra lo aveva aiutato a mantenere la rotta. E, se solo avesse resistito ancora un poco, fino a quando, superati gli ultimi ostacoli, lui avesse condotto la sua nave in porto, il loro lungo viaggio sarebbe finito e si sarebbero potuti riposare entrambi.

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