Dopo un lungo silenzio, Kirby disse: — Tu mi umili, Noel, chiedendomi di ratificare una decisione che è immutabile come le maree e il sorgere del sole.
— Tu sei libero di opporti in consiglio.
— Ma tu partirai comunque, non è vero?
— Sì. Però vorrei il tuo appoggio. Non che questo possa influenzare l’esito della riunione, però preferirei averti dalla mia parte. Mi piacerebbe pensare che tu, più di tutti, abbia compreso quello che ho fatto in questi anni. Credi davvero che ci sia qualche ragione per cui dovrei restare sulla Terra?
— Abbiamo bisogno di te, Noel. Questa è l’unica ragione per cui ti chiedo di restare.
— Adesso sei tu quello che si comporta come un bambino. Non avete bisogno di me. Io avevo iniziato un progetto e l’ho portato a termine. Adesso è ora che io mi ritiri dalla scena e lasci ad altri il compito di portare avanti il lavoro. Tu dipendi troppo da me, Ron; è per questo che ti è difficile immaginare che un giorno non possa più essere io a tirare le fila.
— Forse è vero — riconobbe Kirby. — Ma di chi è la colpa? Ti sei circondato di collaboratori acquiescenti. Hai accentrato tutto il potere nelle tue mani e hai fatto in modo di renderti indispensabile. Sei il fulcro del movimento, un fuoco sacro al quale nessuno di noi ha mai potuto avvicinarsi. E adesso, all’improvviso, ci privi di questo fuoco.
— Lo trasferisco soltanto — precisò Vorst — Ascolta, ho un incarico da darti. Fra sei ore i membri del consiglio saranno qui. Io farò il mio annuncio e immagino che rimarranno tutti scossi come lo sei rimasto tu. Ritirati nelle tue stanze per le prossime sei ore e rifletti su ciò che ti ho detto. Rassegnati alla mia decisione, ma non solo: io non ti chiedo solamente di accettarla, ma di approvarla. E alla riunione non prendere la parola soltanto per spiegare che andrà tutto bene anche se io non sarò più qui, ma per fare capire ai nostri confratelli che è necessario e vitale per il futuro della Confraternita che io parta.
— Intendi dire …
— Non dire niente adesso. Sei ancora contrario, in questo momento. Ma quando ci avrai riflettuto, cambierai idea. Fino ad allora, non parlare più.
Kirby sorrise. — Continui a essere tu quello che tira le fila, vero?
— Ormai è una vecchia abitudine. Ma è l’ultima volta. Ti prometto che cambierai opinione. Nel giro di un’ora o due, cambierai idea e condividerai il mio punto di vista. E, prima che scenda la notte, non vedrai l’ora di farmi imbarcare su quella nave. Lo so che sarà così. Io ti conosco.
In una verde radura di Venere, un gruppo di giovani telecinetici erano intenti al loro sport preferito.
Un viale di grandi alberi si srotolava verso un orizzonte perlaceo. Le loro foglie, fitte e frastagliate, si intrecciavano a formare un tetto impenetrabile, sotto il quale, sul terreno fangoso, punteggiato di funghi, si stavano esercitando una dozzina di ragazzi venusiani che indossavano la tunica verde degli armonisti. Alcune figure adulte li stavano osservando a una certa distanza. Al centro del gruppetto si trovava Davide Lazzaro, attorniato dai massimi rappresentanti del movimento armonista: Christopher Mondschein, Nicholas Martell e Claude Emory.
Lazzaro ne aveva passate di tutti i colori a causa loro. Per anni aveva rappresentato per loro soltanto un nome della martirologia, una figura venerata, ma irreale, nel nome del quale avevano retto il potere spirituale e politico del movimento religioso che lui aveva fondato. Dopo la sua resurrezione, avevano dovuto adattarsi alla sua presenza e ridimensionare il loro ruolo. Non era stato facile. C’erano stati momenti in cui Lazzaro aveva temuto che l’avrebbero messo a morte. Ma quel tempo era passato e adesso tutti e tre gli alti funzionari dell’organizzazione riconoscevano e rispettavano la sua autorità. Ma, poiché aveva dormito così a lungo, si ritrovava a essere al tempo stesso più vecchio e più giovane dei suoi luogotenenti e, talvolta, questo gli creava qualche problema. Lazzaro disse. — È deciso. Vorst se ne andrà e lo scisma si ricomporrà. Studierò la cosa con Kirby.
— È una trappola — disse Emory cupamente. — Stai attento, Davide, non ci si può fidare di Vorst.
— Vorst mi ha ridato la vita.
— Sì, però, prima ti ha tenuto sepolto in quella cripta per sessant’anni — ribatté Emory. — Sei stato tu stesso a dirlo.
— Non possiamo esserne certi — replicò Lazzaro, pur sapendo, per ammissione dello stesso Vorst durante la loro ultima conversazione, che era la pura verità. — Le nostre sono soltanto illazioni. Non abbiamo alcuna prova che…
Mondschein lo interruppe. — Tu hai ragione Claude, non abbiamo motivo di fidarci di Vorst. Ma una volta che siamo sicuri che sia salito a bordo di quella nave, che cosa abbiamo da perdere spedendolo su Betelgeuse o Procione? Ci libereremo di lui una volta per tutte e tratteremo con Kirby. Kirby è un uomo ragionevole. Non è ambiguo e sleale come Vorst.
— È troppo bello per essere vero — insistette Emory. — Perché mai un uomo con tutto il potere di Vorst deciderebbe di sparire di scena?
— Forse è stufo — rispose Lazzaro. — Solo chi detiene il potere assoluto sa come stanno veramente le cose. È noioso. Puoi divertirti a fare il padrone del mondo per venti, trenta, cinquant’anni, ma Vorst è in sella da un secolo. E adesso ha voglia di ritirarsi. Io ritengo che dovremmo accettare la sua proposta. Ci libereremo di lui e con Kirby sarà tutto più facile. E poi ha detto una cosa vera: né noi né loro potremmo mai conquistare le stelle senza la reciproca collaborazione. Io sono favorevole alla sua proposta. Per me vale la pena tentare.
Con un gesto della mano Nicholas Martell indicò i giovani venusiani. — Non dimenticare che perderemo alcuni dei nostri ragazzi. Lo sforzo che dovranno sostenere per spedire la nave fuori dal sistema solare potrebbe essere fatale per loro.
— Vorst ci offre la possibilità di farli curare nel suo centro di Santa Fe.
— Un’altra cosa importante — osservò Mondschein. — Questo nuovo accordo prevede che anche noi potremmo avere accesso agli ospedali vorsteriani. È un discorso puramente egoistico, lo riconosco, ma questa idea mi alletta molto. Penso che sia arrivato il momento di mettere da parte la nostra alterigia e di accettare la proposta di Vorst. Ha voglia di andarsene. Tanto meglio per noi. Che vada pure, noi cercheremo di concludere un accordo vantaggioso con Kirby.
Lazzaro sorrise. Non sperava di ottenere l’appoggio di Modschein così facilmente. Ma Mondschein, era vecchio, aveva superato la novantina, e non vedeva l’ora di ricevere dagli scienziati vorsteriani tutte le cure di cui non aveva potuto usufruire su Venere. Mondschein aveva visitato gli ospedali di Santa Fe da giovane e sapeva di quali miracoli fossero capaci i medici che vi lavoravano. Non si trattava di una motivazione particolarmente valida, pensò Lazzaro, ma, era dettata da una debolezza umana e, dietro le sue branchie e la sua pelle azzurra, anche Mondschein era un uomo. Lo siamo tutti, comprese in quel momento il profeta armonista. Anche se loro non lo sono.
Guardò i ragazzi intenti ad allenarsi. Erano la quintasesta generazione di venusiani. In loro c’era il seme della Terra, ma erano profondamente diversi dai loro antenati. Le manipolazioni genetiche, grazie alle quali i primi uomini sbarcati su Venere erano riusciti ad adattarsi alla vita sul pianeta, si erano perpetuate nella loro progenie e i figli dei figli dei loro figli non avevano quasi più nulla in comune con le creature della Terra. I ragazzi stavano giocando. Per loro non rappresentava più un grande sforzo spostare gli oggetti anche a grande distanza. Erano in grado di spedirsi l’un l’altro da un capo all’altro del pianeta quasi istantaneamente e di scagliare un masso sulla Terra nello spazio di una o due ore. Ciò che non erano capaci di fare, invece, era spostarsi autonomamente, perché avevano bisogno di un fulcro per esercitare il loro potere. Ma questo non costituiva un problema. Non potevano spostarsi da una parte all’altra da soli, ma potevano sempre provvedere aiutandosi reciprocamente.
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