Lazzaro li osservò: apparivano, sparivano, scagliavano un oggetto, ne sollevavano un altro. Non erano che bambini, ancora incapaci di controllare adeguatamente i loro poteri. Ma quale sarebbe stata la loro forza quando avesse raggiunto la piena maturità?
E quanti di loro sarebbero morti nel tentativo di aiutare l’umanità a varcare i confini del suo mondo?
Un uccello dalle ali a forma di sega, vagamente luminoso contro il cielo cupo di mezzogiorno, sfrecciò diagonalmente proprio sopra il tetto di fronde. Uno dei ragazzi lo vide e, con un sorriso malizioso, lo fece rotolare su se stesso per un chilometro in mezzo alla coltre grigia delle nuvole. Lontano, ma udibile giunse uno strido di rabbia.
— L’affare è fatto — disse Lazzaro. — Noi aiutiamo Vorst e lui si toglie di mezzo. D’accordo?
— D’accordo — rispose prontamente Mondschein.
— D’accordo — mormorò Martell, strusciando i piedi sul muschio grigiastro che inghirlandava il terreno.
— E tu Claude? — domandò Lazzaro.
Emory aggrottò la fronte. Studiò un ragazzo alto e dinoccolato che, di ritorno da una gita in qualche altro continente, si era materializzato a non più di cinque metri dal gruppetto. Il viso lungo e stretto di Emory era scuro per la tensione.
— D’accordo — mugugnò alla fine.
La nave era un obelisco di acciaio al berillio alta mille e cinquecento metri, un’arca di Noè supermoderna da scagliare in mezzo al mare di stelle. Ospitava undici appartamenti, un inquietante computer dalle capacità strabilianti e una raccolta miniaturizzata di tutto quello che valeva la pena salvare di duemila anni di storia sulla Terra.
«Equipaggia la nave come se il sole dovesse esplodere domani mattina e dovessimo salvare tutte le cose più importanti» aveva detto Vorst, affidando l’incarico a Capodimonte.
Capodimonte, che aveva studiato antropologia aveva idee ben precise su ciò che avrebbe dovuto trovare posto sull’arca, ma seppe distinguerle da quelle che intuiva fossero le esigenze di Vorst. Un sotto-comitato di Confratelli aveva iniziato a progettare quella spedizione decenni addietro e il loro progetto era stato rivisto e modificato parecchie volte: così Capodimonte poteva contare sugli studi e sulle valutazioni di altre persone e questo gli era di grande conforto.
Tuttavia, c’erano alcune fondamentali domande delle quali non conosceva la risposta. Non sapeva, per esempio, in che genere di mondo sarebbero atterrati i pionieri. Nessuno lo sapeva. A quella distanza era impossibile immaginare se nel nuovo mondo sarebbe stato possibile condurre una vita simile a quella terrestre.
Gli astronomi avevano individuato centinaia di pianeti sparpagliati in altri sistemi solari. Alcuni venivano a mala pena intercettati dai sensori telescopici; di altri si ipotizzava la posizione in base al calcolo delle orbite stellari. Ma i pianeti esistevano. La domanda era: la loro superficie era abitabile?
All’interno del sistema solare della Terra soltanto un pianeta su nove era abitabile… Se quella stessa proporzione valeva anche per gli altri sistemi, le prospettive per i pionieri non si potevano definire rosee. Gli uomini avevano lavorato per due generazioni per terrestrizzare Marte e per gli undici membri dell’equipaggio sarebbe stato impossibile compiere un’impresa analoga. Per trasformare gli uomini in venusiani, gli scienziati avevano dovuto ricorrere alle più sofisticate tecniche di manipolazione genetica, ma anche quella strada era preclusa agli undici pionieri. La loro unica possibilità di sopravvivenza stava nella speranza di atterrare su un mondo ospitale. In caso contrario la loro missione, anche se tecnicamente riuscita, sarebbe fallita.
Gli esperiani del centro di ricerca di Santa Fe sostenevano che quei mondi esistevano. Avevano scrutato il cielo, proteso le loro menti e preso contatto con pianeti abitabili. Illusione? Inganno? Capodimonte non era in grado di esprimere un giudizio.
Reynolds Kirby, che fin dall’inizio aveva espresso preoccupazione per quel progetto, domandò a Capodimonte: — È vero che non sanno nemmeno quale stella cercheranno di raggiungere?
— Sì, è così. So che gli esperiani hanno individuato alcune emanazioni provenienti da non so dove. Ma non chiedermi come. Così come è stato concepito, il progetto prevede che i nostri indichino la strada e che i venusiani provvedano alla spinta propulsiva che manderà in orbita la nave. In altre parole, noi governiamo il timone e loro spingono.
— Un viaggio verso l’ignoto?
— Sì, verso l’ignoto — riconobbe Capodimonte. — Faranno un buco nel cielo e spingeranno la nave in un oceano di stelle mai solcato dall’uomo. La nave non viaggerà nello spazio, nel senso in cui lo intendiamo noi. Secondo le previsioni, la capsula dovrebbe atterrare sul mondo con il quale gli esperiani sostengono di essersi messi in contatto e da lì ci invieranno un messaggio per dirci dove sono approdati. Il loro messaggio potrà pervernirci fra non meno di una generazione e, nel frattempo, noi avremmo inviato già altre spedizioni. Un viaggio di sola andata verso l’ignoto. E Vorst sarà il primo a intraprenderlo.
Kirby scosse la testa. — È difficile da credere, vero? Ma io sono sicuro che Vorst ce la farà.
— Che cosa intendi dire?
— Vorst ha consultato alcuni esperiani preveggenti. Ebbene, viaggiando nel tempo, loro hanno visto che è già arrivato a destinazione sano e salvo. È per questo che è disposto a fare questo salto nel buio, perché sa già in anticipo che non correrà nessun rischio.
— Tu ci credi? — domandò Capodimonte sfogliando le pagine del suo pro-memoria.
— No.
Nemmeno fratello Capodimonte ci credeva. Ma gli era stato affidato un compito e l’avrebbe svolto senza discutere. Aveva partecipato anche lui alla riunione in cui Vorst aveva annunciato la sua sconcertante decisione e aveva sentito Reynolds Kirby spiegare, con grande sicurezza ed eloquenza, i motivi per cui avrebbero dovuto lasciar partire il Fondatore. La tesi di Kirby non faceva una piega, nel contesto da incubò in cui si inseriva quel folle progetto. E così la nave sarebbe partita, spinta da un gruppo di ragazzi dalla pelle azzurra e guidata con un filo attraverso i cieli dalle menti itineranti degli esperiani della Confraternita. E Noel Vorst non avrebbe messo mai più piede sulla Terra.
Capodimonte controllò l’elenco che aveva in mano.
Cibo.
Vestiti.
Libri.
Utensili.
Attrezzature mediche.
Apparecchi di comunicazione.
Armi.
Fonti energetiche.
Gli undici membri della spedizione sarebbero stati perfettamente equipaggiati per affrontare quell’avventura, pensò il vorsteriano. Una sfida che era pura follia o, forse, sarebbe stata la più grande impresa mai tentata dall’uomo: fratello Capodimonte non sapeva decidersi. In ogni caso, una cosa era certa: gli undici pionieri avrebbero avuto a disposizione tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno. Di questo garantiva lui.
Giunse il giorno della partenza. Era la fine di dicembre. Un vento freddo spazzava lo stato del Nuovo Messico. In una pianura desertica, a una ventina di chilometri dal Centro di Santa Fe, la nave era pronta a lasciare la Terra. Fino al lontano orizzonte, dove si profilavano le montagne, la landa selvaggia era punteggiata di piante di artemisia, di ginepro e di pini. Nonostante fosse perfettamente protetto, Reynolds Kirby rabbrividì quando il vento assalì l’altopiano. Dopo pochi giorni sarebbe iniziato l’anno 2165, ma Noel Vorst non sarebbe stato lì a festeggiare con loro. Kirby non riusciva ancora ad abituarsi a quell’idea.
I ragazzi venusiani erano arrivati una settimana prima. Erano venti e, poiché sarebbe stato troppo disagevole per loro indossare, per tutta la durata della loro permanenza, le tute munite di respiratori, i vorsteriani avevano creato sulla Terra un ambiente simile a quello del loro pianeta. Vivevano in un palazzo con il tetto a cupola vicino alla stazione di lancio, in cui era stata pompata la miscela di gas velenosi che erano abituati a respirare. Lazzaro e Mondschein li avevano accompagnati e, in quel momento, si trovavano all’interno dell’edificio per sovrintendere ai preparativi.
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