Dan Simmons - Ilium

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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«Potete tornare nel padiglione e lasciarci soli» disse Harman ai due servitori.

«Con il dovuto rispetto, Harman Uhr , il programma di protezione non ci consente di lasciarvi qui soli a correre il rischio di farvi male o di smarrirvi nella Valle Secca» disse un servitore. «Ma ci terremo a un centinaio di metri da voi, se preferite.»

«Va bene» disse Harman. «E spegnete quelle maledette luci. Sono troppo vivide per le lenti da visione notturna.»

I due servitori ubbidirono e si spostarono più indietro verso il padiglione. Hannah guidò il gruppetto e si addentrò nella valle. Non c’erano alberi, non c’era erba, non c’erano segni di qualsiasi forma di vita, a parte i quattro esseri umani che brillavano di vividi colori.

«Cosa cerchiamo?» chiese Hannah, scavalcando quello che in estate avrebbe potuto essere un torrentello… ammesso che l’estate giungesse mai in quel posto.

«È questo il luogo del Burning Man?» domandò Harman.

Daeman e Hannah si guardarono intorno. Alla fine fu Daeman a rispondere. «Potrebbe essere questo. Ma c’erano, be’… tende e padiglioni e toelette e il campo di forza sulla valle e grossi caloriferi e il Burning Man e la luce del giorno e… Era tutto diverso. E non faceva così freddo.» Saltellò cautamente da un piede all’altro.

«Hannah?» disse Harman.

«Non sono sicura. Anche quel posto era sassoso e desolato, ma… Daeman ha ragione, aveva un aspetto diverso, con migliaia di persone e la luce del giorno. Non so.»

Ada prese l’iniziativa. «Allarghiamoci a ventaglio e cerchiamo segni che qui si sia tenuto il Burning Man. Resti di falò, montagnole di sassi, qualcosa. Però non penso che troveremo la tua Ebrea Errante qui stanotte, Harman.»

«Sst!» li ammonì Harman e lanciò un’occhiata ai servitori; poi si rese conto che la conversazione era in realtà trasmessa e giungeva anche a quelli. «E va bene» sospirò. «Distanziamoci di una cinquantina di metri l’uno dall’altro e cerchiamo qualsiasi cosa che…»

Si bloccò, vedendo comparire da un canyon laterale una grossa sagoma vagamente umanoide. La creatura sceglieva la strada fra le rocce, con una grazia goffa e ben nota. Quando fu a dieci metri, Harman disse: «Vattene. Non ci servono voynix, qui».

Rispose uno dei due servitori, la cui voce parve risuonare nelle loro orecchie, anche se era librato molto più indietro. «Dobbiamo insistere, signore e signori. Questo è il più remoto e il più ostile di tutti i nodi fax. Non possiamo trascurare la minima possibilità che qualcosa vi danneggi.»

«Ci sono dinosauri?» domandò Daeman, in tono nervoso.

Ada rise di nuovo e allargò le braccia nel buio gelido e pieno di ululati del vento. «Non credo, Daeman. Dovrebbero essere di una specie invernale ricombinante bella tosta, di cui non ho mai sentito parlare.»

«Tutto è possibile» disse Hannah. Indicò un macigno all’ingresso di un canyon laterale, circa cinquanta metri alla loro destra. «Proprio lì potrebbe esserci un allosauro che aspetta solo il nostro arrivo.»

Daeman arretrò di un passo e quasi inciampò in una pietra.

«Non ci sono dinosauri, qui» disse Harman. «Credo che non ci sia proprio nessun essere vivente. Fa troppo freddo. Se non mi credete, toglietevi il cappuccio per un secondo.»

Gli altri provarono e le loro esclamazioni rimbombarono negli auricolari.

«Tu resta da parte, a meno che non ti chiamiamo» disse Harman al voynix. La creatura arretrò di trenta passi.

Risalirono la valle, verso nordovest, secondo l’indicatore di direzione palmare. Le stelle vibravano per la forza del vento e di tanto in tanto tutti e quattro dovevano stringersi insieme al riparo di un grosso masso per non farsi portare via dalle raffiche. Quando la furia del vento diminuiva d’intensità, si distanziavano di nuovo.

«Qui c’è qualcosa.» Era la voce di Ada.

Gli altri si affrettarono a raggiungere la sagoma gialla, una trentina di metri più a sud. Ada guardava a terra quella che sulle prime pareva solo una pietra come le altre; ma Daeman, quando si avvicinò, vide i peli ispidi, le bizzarre appendici a pinna e i fori neri al posto degli occhi. L’oggetto pareva intagliato in legno segnato dalle intemperie.

«È una foca» disse Harman.

«Cos’è una foca?» chiese Hannah, piegandosi a toccare la sagoma immobile.

«Un mammifero acquatico. Ne ho viste lungo le coste, lontano dai nodi fax.» Si chinò a toccare la carcassa. «Disseccato… mummificato, per usare il termine giusto. Potrebbe essere qui da secoli. Millenni.»

«Allora siamo vicino alla costa» disse Ada.

«Non necessariamente» replicò Harman. Si rialzò e si guardò intorno.

«Ehi, quel grosso masso me lo ricordo» disse Daeman. «Il padiglione della birra era piantato proprio lì sotto.» Avanzò lentamente verso il masso, vicino alla parete del dirupo.

«Ne sei sicuro?» chiese Ada, quando gli altri lo raggiunsero. C’era solo il lastrone di pietra che si alzava verso le gelide stelle ardenti e le nubi frettolose. Cercarono sul terreno segni del padiglione, resti di falò, impronte di macchinari; non videro niente.

«Era un anno e mezzo fa» disse Harman. «Probabilmente i servitori hanno ripulito per bene e…»

«Oh, mio Dio!» lo interruppe Hannah.

Subito tutti si girarono. La ragazza in tuta arancione guardava il cielo. Anche gli altri alzarono la testa, notando nello stesso tempo il gioco di luce colorata sulle rocce intorno a loro.

Il cielo notturno era vivo di cortine di luce danzante, strisce di blu e di giallo e di rosso.

«Cos’è?» bisbigliò Ada.

«Non lo so» rispose Harman, anche lui sottovoce. La luce continuò a tremolare nella parte serena del cielo. Harman si tolse il cappuccio della tuta. «Oddio, a occhio nudo è quasi altrettanto brillante. Credo d’avere visto un fenomeno simile, decine di anni fa, quando ero…»

«Servitori» lo interruppe Daeman «cos’è quella luce?»

«Un fenomeno atmosferico associato a particelle cariche emesse dal Sole, che interagiscono con il campo elettromagnetico terrestre» fu la risposta di una delle macchine. «Non abbiamo più i particolari della spiegazione scientifica, ma il fenomeno ha vari nomi, compreso…»

«Va bene» disse Harman. «Basta così… ehi!» Si era rimesso il cappuccio e guardava il lastrone davanti a loro.

Sulla roccia c’erano complessi graffiti. Non parevano prodotti dal vento o da altre cause naturali.

«Cosa sono?» domandò Ada. «Sembrano diversi dai simboli nei libri.»

«Già» convenne Harman.

«Qualcosa del Burning Man?» chiese Hannah.

«Non ricordo graffi sulla roccia vicino al tendone della birra» disse Daeman. «Forse i servitori l’hanno raschiata nel rimuovere i materiali dopo il festival.»

«Forse» disse Harman.

«Non dovremmo continuare le ricerche qui intorno?» propose Ada. «Per trovare qualche segno rivelatore della donna che cerchi? Oppure che qui si sia svolto il Burning Man? Forse rimangono mucchietti di cenere.»

«Con questo vento?» rise Daeman. «Dopo un anno e mezzo?»

«Un pozzetto» disse Ada. «Un fuoco di bivacco. Potremmo…»

«No» disse Harman. «Qui non troveremo niente. Faxiamoci in un posto più caldo e mangiamo un boccone.»

Ada girò la testa a guardare Harman, ma non aprì bocca.

I due senatori si erano avvicinati e il voynix si stagliava appena dietro di loro.

«Ce ne andiamo» disse Harman al servitore più vicino. «Potete usare i raggi luminosi per illuminarci la strada per tornare al padiglione fax.»

Era appena passato mezzogiorno, a Ulanbat, e il solito centinaio di ospiti gironzolava durante la festa per la seconda Ventina di Tobi, al settantottesimo piano dei Cerchi al Cielo. I giardini pensili frusciavano e sospiravano per la brezza che soffiava dal rosso deserto. Daeman fu salutato da una moltitudine di giovanotti e di ragazze che non avevano notato la sua assenza negli ultimi giorni, ma seguì Harman, Hannah e Ada, che al lungo tavolo da banchetto avevano trovato cibi caldi da mangiare con le dita, e accettò il bicchiere di vino freddo versatogli da un servitore. Harman guidò gli altri lontano dalla folla, a un tavolo di pietra vicino al muretto che delimitava la sala circolare. Duecentocinquanta metri più in basso, carovane di cammelli spinti da servitori e seguiti da voynix procedevano sul fondo di terra battuta dell’autostrada di Gobi.

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