Dan Simmons - Ilium

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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Un centinaio di metri prima della rovinosa collisione, il disco rallentò di nuovo e prese quota. Sgattaiolò sopra il bordo superiore dell’iceberg di appena tre metri, e virò a destra, volando a sud sulla superficie ghiacciata. Rallentò ancora, rimase librato e poi si posò sull’iceberg, con sfrigolio di neve surriscaldata.

Harman e gli altri restarono immobili e in silenzio per qualche secondo, aggrappati alle manopole, senza dare voce ai propri pensieri.

La bolla del campo di forza scomparve e all’improvviso Harman sentì il tremendo gelo e il vento bruciargli la faccia. Si calò in fretta il cappuccio, guardando Ada che lo imitava.

«Dovremmo scendere da questo coso, prima che decida di portarci da un’altra parte» disse piano Hannah nell’intercom.

Scesero in fretta. Il vento li spinse con forza, minacciando di gettarli a terra, si calmò un poco, li spinse di nuovo. La spruzzaglia tempestò loro i vestiti e i cappucci.

«E ora?» disse Ada.

Quasi in risposta, si accese una doppia fila di fari rossi a luce infrarossa: delimitava un sentiero largo tre metri che partiva dal disco e procedeva per un centinaio di metri fino a… niente.

Lo percorsero insieme, reggendosi l’un l’altro nel vento. Se i fari non fossero stati così brillanti nella visione notturna, avrebbero dato la schiena al vento e si sarebbero smarriti nel giro di pochi secondi, fino a quando non avessero messo il piede giù dal bordo dell’iceberg, chissà dove alla loro destra.

Il sentiero terminò in un buco nel terreno dell’iceberg. Il ghiaccio era stato intagliato a gradini che scomparivano verso un altro bagliore rosso, molto lontano in profondità.

«Dobbiamo scendere?» chiese Hannah.

«Abbiamo scelta?» brontolò Daeman.

I gradini erano scivolosi sotto le scarpe da passeggio, ma una sorta di fune da scalata correva lungo la parete di destra, fissata con chiodi metallici e anelli, e nella discesa i quattro si ressero a quella. Harman contò quaranta gradini, poi la scala parve terminare contro una parete di ghiaccio. No, proseguiva a destra (cinquanta gradini, stavolta) e poi a sinistra per altri cinquanta; la discesa era illuminata da fonti luminose fredde a infrarossi inserite a intervalli nel ghiaccio.

In fondo alla scala un corridoio portava nel cuore dell’iceberg e il percorso era illuminato da luci verdi e azzurre, oltre che rosse. In certi punti c’erano bivi, ma la via alternativa era sempre buia e l’altra illuminata. A un tratto percorsero un corridoio in leggera salita, poi scesero per una trentina di metri o più. Curve e bivi e alternative divennero un vero labirinto impossibile da ricordare.

«Qualcuno ci aspetta» mormorò Hannah.

«Ci conto» disse Ada.

Sbucarono in un vasto atrio, forse venti metri in larghezza nel punto più ampio, col soffitto di ghiaccio a dieci metri, le pareti punteggiate da vari altri ingressi collegati da scale di ghiaccio, il pavimento spianato a diversi livelli. Riscaldatori su piedistallo emettevano un bagliore arancione e fonti luminose di vario tipo erano infisse alle pareti, al pavimento e al soffitto.

Su una delle basse pedane c’erano quelle che parevano pellicce di animali, cuscini e un tavolino con ciotole di cibo e caraffe e bicchieri. I quattro si raccolsero intorno al tavolino e guardarono, dubbiosi, ciò che vi era disposto sopra. Nessuno si sedette sui cuscini o sulle pellicce.

«È tutto a posto» disse una voce femminile alle loro spalle. «Non sono avvelenati.»

La donna era sbucata da un’alta porta di ghiaccio accanto alla pedana; scese una scala a zigzag e venne verso di loro. Harman ebbe il tempo di notare i capelli della dorma (di un colore grigio quasi bianco, una scelta che solo pochi eccentrici facevano) e il viso segnato da rughe, proprio come aveva detto Daeman. Quella donna era davvero vecchia, in un modo che nessuno di loro, tranne Daeman all’ultimo Burning Man, aveva mai visto; e l’effetto turbò perfino Harman, nonostante i suoi novantanove anni.

A parte la chiara età avanzata, la donna era abbastanza attraente. Aveva passo deciso e indossava una comune casacca blu, calzoni di velluto a coste e scarpe alte e pesanti; l’unico tocco d’eccentricità era la mantellina di lana rossa, con un disegno complicato, né a quadri né a motivi astratti. Quando mise piede sulla pedana a pochi passi da loro, Harman notò che teneva nella destra un oggetto metallico scuro.

Come se anche lei notasse per la prima volta l’oggetto, la donna alzò la mano verso di loro. «Sapete che cos’è?»

«No» risposero in coro Daeman, Ada e Hannah.

«Sì» disse Harman. «Un’arma dell’Età Perduta.»

Gli altri tre lo guardarono. Avevano visto armi nel dramma del lino (spade, lance, scudi, archi e frecce) ma niente di così simile a una macchina come quell’oggetto nero e spuntato.

«Giusto» disse la donna. «Si chiama pistola e fa solo una cosa… uccide.»

Ada mosse un passo verso di lei. «Ci ucciderai? Ci hai portato fin qui per ucciderci?»

La donna sorrise e posò sul tavolo l’arma, accanto a un vassoio di arance. «Ciao, Daeman» disse. «È un piacere rivederti, anche se non sono sicura che ti ricordi di me, dopo il nostro ultimo incontro. Eri in uno stato d’ebbrezza piuttosto avanzato.»

«Mi ricordo di te, Savi» disse Daeman, freddo.

«E voi tutti» continuò la donna «Hannah, Ada, Harman… benvenuti. Sei stato molto perseverante, Harman, nel seguire gli indizi.» Si sedette sulle pellicce e indicò agli altri di accomodarsi. I quattro, uno dopo l’altro, si sedettero con lei intorno al tavolo. Savi prese un’arancia, la offrì agli ospiti e, quando quelli declinarono l’offerta, incominciò a sbucciarla con un’unghia affilata.

«Non ci siamo mai incontrati» disse Harman. «Come fai a conoscere il mio… i nostri nomi?»

«Hai lasciato una bella scia dietro di te, Harman… qual è il titolo onorifico in uso attualmente? Uhr

«Scia?»

«Viaggi lontano dai nodi fax, obbligando i voynix a seguirti. Impari a leggere. Cerchi le ultime biblioteche ancora esistenti al mondo… compresa quella di Ada Uhr. » Rivolse un cenno in direzione di Ada, che lo ricambiò.

«Come sai che i voynix mi seguono dappertutto?» chiese Harman.

«I voynix vi sorvegliano» rispose Savi. Divise l’arancia in spicchi, li dispose a due a due su quattro tovaglioli, li offrì in giro e stavolta tutti accettarono. «Io sorveglio te» concluse, guardando Harman.

«Perché?» chiese Harman. Fissò gli spicchi e posò sul tavolo il tovagliolo. «Perché mi spii? E come?»

«Due domande diverse, mio giovane amico.»

Harman non poté fare a meno di sorridere. Nessuno l’aveva più definito giovane da moltissimo tempo. «Allora rispondi alla prima» disse. «Perché mi spii?»

Savi terminò il secondo spicchio d’arancia e si leccò le dita. Harman notò che Ada esaminava, affascinata, la donna, guardando le dita rugose e le mani chiazzate dall’età. Se Savi si accorse dell’esame, non vi badò. «Harman… posso lasciar perdere Uhr ?» Non attese la risposta e continuò: «Harman, in questo momento sei l’unico essere umano sulla Terra, in una popolazione di più di trecentomila anime… l’unico oltre me stessa… in grado di leggere un linguaggio scritto. O che vuole saper leggere».

«Ma…» cominciò Harman.

«Trecentomila anime?» lo interruppe Hannah. «Noi siamo un milione. Siamo sempre stati un milione tondo.»

Savi sorrise, ma scosse la testa. «Mia cara, chi ti ha detto che oggi sulla Terra c’è un milione di esseri umani viventi?»

«Be’, nessuno… cioè, lo sanno tutti…»

«Appunto» disse Savi. «Lo sanno tutti. Ma non c’è nessun sistema per contare la popolazione.»

«Ma quando uno passa agli anelli…» continuò Hannah, confusa.

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