Mahnmut scaricò la programmazione sui propulsori aggiuntivi esterni, sui paracadute… l’intera criptica pappardella. Mise in funzione tutte le telecamere sullo scafo, ma distolse subito lo sguardo: il movimento rotatorio gli dava le vertigini come prima. Ora Marte riempiva il campo visivo — calotta polare, mare azzurro, calotta, mare, un pezzetto di spazio nero, calotta polare — e, a guardare, Mahnmut si sentiva venire la nausea. «Ecco fatto» disse, quando ebbe finito di scaricare. «Io sarò i tuoi occhi. Ti darò tutti i dati di navigazione che il sommergibile può copiare dal software di reazione. Tu ci stabilizzi e ci fai volare.»
Stavolta la rombante risata fu chiara. «Certo, perché no?» disse Orphu. «Diavolo, la caduta, da sola, ci ucciderà.»
Agli ordini di Orphu, i propulsori disposti in cerchio intorno al Dark Lady cominciarono ad accendersi.
Diomede, letteralmente portato in battaglia da Atena — da guerra vestita, di nubi ammantata, dei cavalli alla guida — corre ad assalire Ares.
Non ho mai visto niente di simile. Prima il potenziato figlio di Tideo, Diomede, ferisce Afrodite; ora chiama a singoiar tenzone lo stesso dio della guerra. Aristeia con un dio. Incredibile.
Ares, nel suo solito modo, solo stamani ha promesso a Zeus e ad Atena che avrebbe aiutato i greci; adesso, spronato dagli scherni di Apollo e dalla propria infida natura, ha cominciato ad assalire senza quartiere gli argivi. Qualche minuto fa ha ucciso Peritante, figlio di Ochesio, il più prode degli etoli, ed è impegnato a spogliarlo, quando alza gli occhi e vede venirgli addosso il cocchio guidato da Atena. La dea stessa è ora nascosta da un manto di tenebra. Ares non può non sapere che un dio o una dea guida il cocchio, ma non perde tempo nel tentativo di scoprire chi si nasconde nella nube d’invisibilità; è troppo ansioso di uccidere Diomede.
Il dio colpisce per primo, scaglia la lancia con la precisione che solo un dio possiede. La lancia sorvola il bordo del cocchio, dritta verso il cuore di Diomede, ma Atena protende la mano dalla nube di tenebra e con un colpo la devia. Per un istante Ares può solo fissare, incredulo, la lancia di divino ferro battuto continuare il volo e conficcare nel terreno sassoso la punta in lega di tungsteno.
Ora, mentre il cocchio passa rumorosamente, è la volta di Diomede; il greco si sporge al massimo e vibra in un affondo, con tutta la sua energia potenziata, la lancia di bronzo. L’involucro del campo di Planck diviso con Pallade Atena consente all’arma umana di trapassare prima il campo di forza del dio della guerra, poi la sua panciera riccamente ornata, poi le sue divine viscere.
Il grido di dolore di Ares, quando giunge, fa sembrare un bisbiglio il risonante urlo lanciato poco prima da Afrodite. Ricordo che Omero dice che lui urlava "come gridano alto novemila o diecimila guerrieri in campo, quando si azzuffano con furia". La descrizione, in realtà, è troppo modesta. Per la seconda volta in questa giornata di sangue i due eserciti impietriscono nel loro sinistro lavoro di macellai, colti da mortale paura a un simile divino rumore. Perfino il nobile Ettore, intento ora in niente di più nobile che aprirsi a colpi di spada la via fra carni achee per uccidere Odisseo in fuga, cessa l’assalto e gira la testa verso il tratto di terreno insanguinato dove Ares è stato ferito.
Diomede salta dal cocchio guidato da Atena per terminare il lavoro su Ares, ma il dio della guerra, torcendosi ancora nel divino dolore, si deforma, cresce, cambia, perde l’aspetto umano. L’aria intorno a Diomede e alla mischia di greci e di troiani in lotta per l’ormai dimenticato cadavere di Perifante si riempie all’improvviso di terriccio, detriti, brandelli di stoffa e di cuoio: Ares abbandona la forma di dio umano e diviene… altro. Dove un attimo prima si ergeva l’alto dio Ares, ora si erge un turbinante ciclone di nera energia al plasma la cui elettricità statica si scarica in fulmini casuali che colpiscono argivi e troiani insieme.
Diomede arresta l’attacco e si ritrae, facendosi piccolo, l’istinto sanguinario per il momento smorzato dalla furia del ciclone.
Ares scompare, si telequanta via, tenendosi con le mani insanguinate le viscere, e il campo di battaglia rimane quasi immobile, come se gli dèi avessero di nuovo fermato il tempo. Ma no, gli uccelli continuano a volare, la polvere si posa, l’aria si muove. L’immobilità è ora stupore reverenziale, niente di più, niente di meno.
«Hai mai visto una cosa simile, Hockenberry?»
Trasalisco alla voce di Nightenhelser. Avevo dimenticato che è qui. «No» rispondo. Restiamo in silenzio per un momento e poi la mortale battaglia riprende, dopo che la sagoma di Atena scompare dal cocchio di Diomede; allora mi allontano dal mio collega. «Ora mi morfizzo e vado a vedere come reagisce la famiglia reale sulle mura di Ilio» gli dico, prima di scomparire alla sua vista.
Mi morfizzo, infatti, ma è solo uno stratagemma per coprire la mia effettiva scomparsa. Nascosto dalla polvere e dalla confusione neEe file troiane, mi metto in testa l’Elmo di Ade, attivo il medaglione, mi telequanto dietro il dio ferito e seguo la sua pista quantica nello spazio distorto, fino a Olimpo.
Emergo dalla traslazione quantica non sui prati di Olimpo e neppure nella Sala degli Dèi, ma in un vasto locale che assomiglia più all’ambulatorio di una clinica medica del tardo ventesimo secolo che a qualsiasi edificio o ambiente interno che abbia mai visto su Olimpo. Gruppi di dèi e altre creature si aggirano in un ambiente che pare sterile; per mezzo minuto, dopo la traslazione di fase, trattengo il fiato (di nuovo) con un forte batticuore, mentre aspetto di capire se gli dèi e i loro tirapiedi sono in grado di rilevare la mia presenza.
Non la rilevano, è chiaro.
Ares si trova su una sorta di tavolo operatorio, attorniato da tre entità o creature, umanoidi ma non completamente umane, che si occupano di lui. Potrebbero essere robot, ma più tirati a lustro e d’aspetto organico e "alieno" di qualsiasi robot mai sognato nel mio tempo; uno ha messo in funzione l’apparecchiatura per fleboclisi e un altro passa sul ventre squarciato di Ares un brillante raggio di luce che pare ultravioletta.
Il dio della guerra tiene ancora le viscere nelle mani insanguinate. Sembra sofferente, impaurito e incazzato. Umano, insomma.
Lungo la smisurata parete bianca ci sono enormi vasche alte più di sei metri, piene di un gorgogliante liquido viola, vari tubicini e fili e… dèi: perfette figure umane, alte, abbronzate, in vari stadi di quella che potrebbe essere ricostruzione o decomposizione. Vedo cavità organiche aperte, ossa bianche, rossa carne striata, il nauseante lampo di crani nudi. Non riconosco le altre figure divine, ma nella vasca accanto a quella a me più vicina galleggia Afrodite, nuda, occhi chiusi, capelli allargati, corpo perfetto tranne che per la perfetta mano quasi staccata dal polso del perfetto braccio. Un tumultuoso mucchio di vermi verdi si muove a spirale intorno a legamenti, tendini, ossa: o divora o sutura o tutt’e due. Guardo da un’altra parte.
Zeus entra nella lunga sala e incede fra monitor medici privi di quadrante, davanti a robot con quella che pare carne sintetica, fra dèi che s’inchinano e arretrano per rendergli onore. Per un istante il dio gira la testa dalla mia parte: due occhi inquietanti, sotto sopracciglia grigie, si puntano su di me e capisco d’essere stato scoperto.
Aspetto il fulmine di Zeus. Non giunge. Zeus si gira (si direbbe quasi che sorrida) e si ferma davanti ad Ares, ancora seduto e piegato in due sul tavolo, fra macchine affaccendate e creature robotiche che si occupano delle cure.
Rimane davanti al dio ferito, a braccia conserte, con la toga ben drappeggiata, testa china, barba grigia pareggiata con cura, grigie sopracciglia cespugliose, petto nudo irradiante luce bronzea e forza, espressione fiera: più preside irritato che padre preoccupato, direi.
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